Il ministro della Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo alla prima giornata del convegno sul futuro delle città
Nel corso della prima giornata di Quo vadis urbs, il convegno promosso dall’Altravoce sul futuro delle nostre città, il ministro per la pubblica amministrazione Paolo Zangrillo è intervenuto in dialogo con il direttore Alessandro Barbano. La riforma messa in campo dal ministro infrange una serie di tabù del nostro modo di concepire il lavoro, ribalta il criterio dell’anzianità in quello della competenza e introduce la valutazione concreta dei risultati.
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È stata approvata in Cdm nel marzo 2025 e dalla Camera nel gennaio 2026. Dopo il referendum si è improvvisamente fermata, come se la bocciatura alle urne della riforma della giustizia avesse provocato un arresto del processo riformatore in generale. Il ministro però ci rassicura: «Oggi (ieri, ndr) in Senato era prevista la discussione del disegno di legge sul merito; ci arriverà o domani (oggi, ndr) o al più tardi martedì prossimo. Dal punto di vista tecnico, il disegno di legge andrà in porto. È un provvedimento a cui tengo molto, perché è un provvedimento che vuole lavorare sul funzionamento della pubblica amministrazione: una buona pubblica amministrazione incide sulla qualità della democrazia».
Città e amministrazione
In un forum che si propone di interrogarsi sul futuro delle città, il discorso si sposta sul rapporto tra i centri urbani e gli amministratori pubblici che ne animano la vita collettiva: «Una città bene gestita ha bisogno di una pubblica amministrazione che funziona e di un capitale umano con le competenze adeguate, consapevole delle responsabilità che ha sulle spalle. Il merito è uno strumento che mettiamo a disposizione della pubblica amministrazione per realizzare tutto questo». Ma sono discorsi che rischiano di rimanere lettera morta se non viene considerato il drammatico bilancio del capitale umano che il nostro paese perde ogni anno. Il ministro non si sottrae alla domanda e insiste sul cuore della sua riforma: valorizzare il merito.
I giovani
Un giovane oggi vede un impiego nella pubblica amministrazione più come un ripiego da accettare malvolentieri che come qualcosa a cui aspirare: «Le organizzazioni funzionano se c’è un capitale umano che funziona. Dobbiamo trasferire alle persone, a tutti i cittadini, la convinzione di essere seguite, far capire che ci occupiamo di loro. La pubblica amministrazione è l’unica organizzazione al mondo in cui un dirigente non può premiare un suo funzionario. Un’organizzazione moderna non può rinunciare alla responsabilità dei dirigenti nella gestione del capitale umano».
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Più risultati, meno titoli
Si tratta, quindi, di modernizzare la pubblica amministrazione italiana portandola al livello dei più avanzati paesi occidentali: «L’attuale modello di gestione della pubblica amministrazione è totalmente arcaico e non in linea con i tempi in cui viviamo», prosegue il ministro, che conclude con una rivendicazione dei risultati acquisiti relativamente ai metodi di selezione del personale amministravo. “Meno concorsi, più merito basato sui risultati” potrebbe essere il motto che riassume la sua proposta: «Considero del tutto inadeguato un sistema che si basa solo su concorsi.
Dobbiamo misurare le capacità delle nostre persone non solo in ragione dei titoli o del curriculum, ma dei risultati che hanno portato e che sono in grado di portare. Il fatto che abbia superato un esame non dà nessuna garanzia che quella persona sia migliore di qualcuno che non ha superato quell’esame e che magari non vi ha neanche partecipato. I titoli valgono nella pubblica amministrazione nella misura in cui ti consentono di portare risultati».
Le conclusioni
E chiosa ancora sul capitale umano: «Ci si era illusi di poter gestire un’organizzazione complessa come la pubblica amministrazione attraverso norme e procedure. È una follia. Perché le organizzazioni sono fatte anzitutto di uomini. Gestire un’organizzazione significa essere capaci di gestirne la risorsa primaria, che sono le persone. E la buona gestione del capitale umano è la responsabilità primaria dei vertici di queste organizzazioni»































