L’esplosione di rabbia del premier Netanyahu nell’aula del tribunale di Tel Aviv è il sintomo di una crisi più profonda per Israele, messo in difficoltà dalla fine della guerra in Iran
Difficilmente la (millenaria) memoria storica israeliana riuscirà a trovare un altro episodio paragonabile alla scena andata in onda ieri nell’aula del tribunale di Tel Aviv. Il premier Benjamin Netanyahu, che deve rispondere del suo coinvolgimento nel cosiddetto Caso 2000 che lo vede imputato per corruzione e altri reati, ha infatti perso la calma iniziando a urlare insulti contro il pubblico ministero. «E’ uno Stato di polizia! La Stasi! Una persecuzione politica!», ha gridato per diversi minuti nonostante i tentativi della corte di calmarlo e di riportare l’ordine. Dopo aver accusato i magistrati di essere parte di una cospirazione per rovesciare il suo governo, ha giurato vendetta contro i membri della corte.
«Passerete il resto della vita in quest’aula» a rispondere del vostro comportamento. Una scena che, nella sua pateticità, non si era mai vista prima. Eppure, dietro il grande nervosismo dimostrato dal premier israeliano c’è una crisi (politica e geopolitica insieme) dello Stato di Israele. Una crisi che è soltanto agli inizi e il cui parafulmine rischia di essere proprio Netanyahu. Il leader «eroe di guerra», come lo aveva battezzato il suo alleato Donald Trump, si ritrova ad averla persa. E ad aver incrinato al contempo anche il rapporto con il suo protettore politico principale.
Una vittoria militare che non basta
Poco importa se Tel Aviv abbia performato ottimamente sotto il profilo militare. E abbia conseguito risultati indiscutibili sul piano del contenimento del terrorismo, pur appannati gravemente dalle violenze diffuse e dall’eccidio consumatosi contro i civili palestinesi e libanesi. Per buona parte dell’establishment israeliano e della società dello Stato Ebraico la conclusione di un accordo imposto a Israele che vincoli le esigenze di sicurezza di quest’ultimo in Libano ai meccanismi di equilibrio di forza internazionali costituisce una sconfitta a tutti gli effetti.
«Noi prendiamo le nostre decisioni ma naturalmente esiste un limite per cui non possiamo andare completamente contro gli Stati Uniti», ha ammesso Netanyahu lunedì. Lettura inusuale per un capo di governo che ha sempre fatto della sua autonomia (politica e morale) una bandiera ma necessaria per difendersi dalle accuse di chi a casa sua gli rinfaccia l’esito negativo del conflitto: non l’ho negoziato io, questo pessimo accordo, ma Trump.
Ammettendo però così l’implicita accusa dei suoi nemici, vale a dire di aver tentato il passo più lungo della gamba fino a ridurre Israele al rango di protettorato statunitense, cosa cristallizzata anche dal primo comma dell’intesa con Teheran. Secondo il quale gli Stati Uniti si impegnano anche a nome «di tutti gli alleati», Israele compreso nonostante l’esclusione di Tel Aviv dalle trattative.
Trump prende le distanze
Il tycoon del resto sembra avere meno pazienza per le turbolenze geostrategiche provocate dalle azioni di Netanyahu. Dopo essere stato convinto proprio da quest’ultimo ad attaccare l’Iran, Trump ha dovuto pagare le conseguenze di una guerra pensata male e messa in atto peggio. Venuto il momento di imboccare una exit strategy, il capo della Casa Bianca ha optato per scaricare senza troppe cerimonie l’ingombrante alleato.
«Ha fatto tante cose, forse potrebbe anche ritirarsi», ha buttato lì con finta nonchalance Trump suggerendo che su Netanyahu si chiuda un inglorioso sipario con la sua uscita politica. Ma al di là dei guai personali del suo premier, Israele è chiamato ora a fare i conti con una situazione internazionale che non aveva preventivato.
Un Iran ferito ma redivivo, dove una guerra pensata per essere la pietra tombale su Teheran si è rivelata un energizzante che promette di rilanciare il regime. Un mondo arabo sconvolto dagli attacchi iraniani ma anche dalla condotta bellicista israelo-americana che quegli attacchi ha provocato e profondamente sospettoso delle garanzie securitarie americane. Una Turchia che giocando poco continua a incassare tutto. Grazie a un abile gioco di posizionamenti e che lavora per usare il sentimento anti-israeliano per cooptare gli arabi alla sua visione mediorientale neo-ottomana.
L’Occidente cambia atteggiamento
E un Occidente sempre meno disposto a sostenere gli abusi di Israele per conservare la propria posizione nella regione. «Se Israele non riesce a fare il lavoro senza uccidere chiunque altro, lo farà la Siria», ha detto ieri Trump parlando di Hezbollah. Segnalando di fidarsi di più di un Paese fallito gestito da una giunta di ex jihadisti rispetto agli artificieri dal grilletto facile dell’Idf.
Insomma, Israele deve tirare le somme e tutto indica che i conti si faranno alle urne. Ma difficilmente assisteremo a una svolta moderata. Naftali Bennet, primo contendente di Netanyahu, ha promesso che se sarà eletto porterà a termine il regime change in Iran e rilancerà la “Dottrina Octopus”.
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Vale a dire la strategia per fare la guerra su otto fronti contemporaneamente, dalla striscia di Gaza allo Yemen. Non la dichiarazione di qualcuno stanco della guerra, bensì primo sintomo di un “mito della vittoria mutilata” in salsa sionista che lo Stato di Israele si prepara già a raccontarsi. Almeno fino alla prossima guerra.































