L’Europa si prepara a inviare cacciamine e navi nello stretto di Hormuz per tentare di mettere in sicurezza l’area e riaprire le rotte commerciali
Gli europei puntano a tornare parte attiva in Medio Oriente. Questa volta, per tentare di riaprire il congestionato Stretto di Hormuz, corridoio vitale per molte potenze del Vecchio Continente e snodo logistico fondamentale per gli approvvigionamenti europei. Sotto l’impulso propositivo di Parigi e Londra, un nutrito gruppo di nazioni intende inviare nell’area unità navali in grado di ripulire le rotte dalle eventuali mine installate durante il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran e proteggere il naviglio commerciale in caso di crisi. Un impegno importante e una missione complessa, che richiede uno sforzo militare notevole da parte dei principali attori del continente.
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Per quanto riguarda la missione più sensibile allo studio, quella relativa all’eliminazione delle mine, le nazioni europee più direttamente coinvolte saranno per forza di cosa le cinque meglio attrezzate per questo tipo di operazioni: I Paesi Bassi, la Francia, La Germania, il Regno Unito e l’Italia. Cinque potenze il cui potenziale complessivo in termini di unità da contrasto mine è considerevole per gli standard moderni.
La marina reale olandese vanta in tal senso tre mezzi potenzialmente impiegabili a Hormuz: i cacciamine della classe Alkmaar, attualmente composta dalle ultime tre imbarcazioni – la Schiedam, la Zierikzee e la Willemstad – sopravvissute al progressivo ritiro di questa tipologia di navi. La Royal Navy, invece, conta sulle cinque unità superstiti della classe Hunt e sulla singola imbarcazione della classe Sandown, la Bangor, rimasta in servizio attivo.
Le unità specializzate della Royal Navy
A queste si aggiunge la tanto osannata Stirling Castle, una nave high-tech che funge da base di supporto e lancio per mezzi subacquei autonomi, e la Lyme Bay, che può svolgere all’occorrenza un ruolo molto simile alla Stirling Castle. La Marine Nationale conta invece tra le sue forze nove cacciamine classe Éridan – cugine delle olandesi Alkmaar – in vario stato di prontezza operativa e quattro navi supporto classe Vulcain, pensate per supportare le operazioni dei palombari.
La Deutsche Marine mantiene poi in servizio dieci mezzi della classe Frankenthal, oltre a due dragamine – tipologia di navi leggermente diverse rispetto alle cacciamine – della classe Ensdorf. Tutti mezzi relativamente nuovi, varati a partire dalla prima metà degli anni ’90.
L’Italia, dal canto suo, vanta invece una flottiglia di cacciamine più cospicua, composta dalle ultime due rimanenti unità della classe Lerici e dalle otto imbarcazioni più recenti della classe Gaeta, derivata direttamente dalla precedente. Anche nel caso delle ultime unità si tratta, come nel caso delle imbarcazioni alleate, di navi piuttosto anziane, varate tra la metà degli anni ’80 e la seconda metà degli anni ’90.
Una missione tecnicamente possibile
Nessuno dei mezzi a disposizione delle potenze europee può dunque dirsi particolarmente avanzato o nuovo, salvo forse le due unità più moderne della Royal Navy. Tuttavia, a livello numerico e di capacità, una missione nello Stretto è abbastanza fattibile anche al netto delle difficoltà logistiche e operative che ne derivano. Le marine europee, in fin dei conti, sono note in tutto il mondo per la loro spiccata abilità nel sostenere missioni di questo tipo e per la qualità dei loro operatori attivi nel campo della rimozione delle mine.
La questione più complessa da dirimere non è dunque quella legata alle capacità delle potenze europee, quanto quella politica e geopolitica. L’Iran, infatti, ha già fatto sapere di non vedere di buon occhio eventuali missioni straniere in quelle che considera le sue acque. «Qualsiasi presenza di paesi stranieri, sia per salvaguardare la navigazione che per sminare il territorio, è inaccettabile… Questo è un trucco per portare forze navali nello stretto, e non sarà accettato», hanno fatto sapere da Teheran commentando l’ipotesi di una missione ad Hormuz.
Per gli iraniani, in fin dei conti, permettere lo sminamento delle acque centrali dello Stretto significa perdere il controllo sui traffici e, soprattutto, abbandonare ogni speranza di costringere le navi commerciali a seguire le rotte prescritte dalle forze navali dei Pasdaran all’interno di corridoi ben sorvegliati e circoscritti.
Il piano di Francia e Regno Unito
Nonostante le rimostranze iraniane, comunque, le potenze europee vogliono andare avanti. «La Francia, il Regno Unito e diverse decine di paesi hanno costituito una missione internazionale strettamente difensiva, indipendente dalle parti in conflitto, in grado di intervenire rapidamente per garantire la libertà di navigazione», ha dichiarato in merito tempo fa il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, il quale ha anche fatto sapere di aver discusso la manovra con la controparte iraniana.
Per Parigi, l’intera operazione potrebbe essere lanciata nell’arco di pochi giorni qualora dovessero essere confermate le condizioni di stabilizzazione del conflitto e di cessate il fuoco. In tal senso, fanno sapere i francesi, la Marine Nationale ha già predisposto lo spostamento di un cospicuo gruppo navale attualmente attivo nel Mediterraneo Orientale e centrato attorno alla portaerei Charles de Gaulle.
Ciò che resta da vedere, dunque, è se l’Iran permetterà tali operazioni a Hormuz e, soprattutto, quanto tempo ci vorrà prima che il naviglio commerciale torni a fluire liberamente attraverso lo Stretto. Vista la volatilità della situazione, infatti, molte compagnie navali potrebbero considerare troppo rischiosa la traversata anche al netto della presenza europea. E senza la fiducia delle navi commerciali, qualsiasi sforzo per riaprire Hormuz è destinato a rimanere solamente una dimostrazione di capacità avanzate senza nessun impatto sulla logistica globale.
































