16 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

16 Giu, 2026

Meloni-Trump, prove di disgelo al G7: «Serve l’unità dell’Occidente»

Meloni rivede Trump al G7, è il primo confronto a margine del vertice di Evian dopo le tensioni delle ultime settimane. Fonti diplomatiche parlano di uno scambio utile e annunciano nuovi incontri durante il summit


Nulla di ufficiale, solo lettura di labiali e body language carpiti dalle telecamere ammesse, qualche fonte diplomatica che sta seguendo i lavori e qualche frase riferita da chi era presente. Alla fine però, il risultato non cambia: magari non sarà amore ma è tornata nuovamente «l’intesa necessaria» tra Giorgia e The Donald.

Lo chiamano disgelo. Non è chiaro se questa sia o meno una buona notizia. Diciamo che se il presupposto è «prima di tutto la franchezza», ovvero criticare quando non si è d’accordo, acconsentire quando le decisioni sono condivise, è sempre una buona cosa tenere aperti canali di dialogo con il paese nostro principale alleato da oltre settanta anni.

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È Washington “la luna” a cui guardare, Trump è solo “il dito” momentaneo. E allora ecco le strette di mano, i sorrisi quasi affettuosi, le carezze sul braccio, non risultano baci e abbracci che pure la Presidente del Consiglio ha riservato a Merz, a Carney, al presidente Costa, decisamente più alla sua altezza.

Un G7 iniziato con poche aspettative

Fino ad una settimana fa c’erano scarse attese per questo G7 sul lago di Ginevra nel resort di lusso di Evian les bains. Non c’era neppure la certezza che sarebbe arrivato Trump invece Potus è arrivato con un “regalo” tanto atteso quanto fragile: la tregua con l’Iran, l’avvio della distensione per arrivare poi alla pace. Il dossier Iran sta monopolizzato la tre giorni. Ma è Trump il cuore dei bilaterali e delle varie sessioni: tutti lo cercano e lo ascoltano cercando di prevenire o intuire cambi di umore, decisioni bizzarre per non dire sciagurate.

Cercando di misurarne l’affidabilità. Non è semplice. Neppure edificante o rassicurante ma questo passa la Casa Bianca e con questo si deve avere a che fare. Un anno fa il segretario della Nato Mark Rutte la definì «daddy diplomacy», un mix di ammiccamento e accondiscendenza pur di tenere la situazione sotto controllo. Fu molto criticato. E però un anno dopo dobbiamo riconoscere non c’erano molte alternative.

Tra i tanti sottotitoli di questo G7, dunque, c’era anche la verifica dello stato dei rapporti tra la nostra premier e Trump perché è stata Meloni per oltre un anno «il ponte» tra Usa e Europa, lei la «leader più amica e stimata»; lei la «preferita». Un legame che non ha regalato nulla all’Italia, anzi dai dazi al disimpegno militare passando per le maggiori spese per la Difesa, Palazzo Chigi non ha avuto alcun trattamento di favore.

I motivi della rottura

L’attacco all’Iran, la guerra in Libano, l’aver regalato a Teheran l’arma Hormuz – che prima non aveva – fino all’attacco a papa Leone, ha fatto precipitare la situazione. Meloni e Trump non si sentivano al telefono da oltre tre mesi e non si vedevano dalla firma della tregua per Gaza (ottobre 2025). Trump ha accusato Meloni di non aiutare sulla Nato, sul controllo del nucleare di Teheran e sulla sicurezza dello Stretto di Hormuz. «Sono scioccato, pensavo avesse coraggio» disse il tycoon in un’intervista al Corriere. «Rivendico il diritto di dissentire» e «giù le mani da papa Leone» la replica della premier.

È stato un disgelo di forma e di sostanza con un Trump arrivato a Evian molto più debole di quattro mesi fa (quando ancora meloni lo voleva candidate al Nobel per la pace). L’agenda non prevedeva un bilaterale tra loro ma ci sono state numerose occasioni di scambiare opinioni e punti di vista. Fino a quel «siamo sempre stati amici» pronunciato da Meloni davanti a Trump.

La faccenda è ovviamente più seria di un fanciullesco amici-nemici o dell’avvenuto disgelo. Fonti diplomatiche raccontano che tra i due c’è stato, già lunedì sera in occasione della cena inaugurale, «un incontro di chiarimento» senza «battute né scherzi». Un «utile scambio di opinioni» in cui la premier italiana ha ribadito «il principio di unità dell’Occidente che è assolutamente necessario in questo momento di grandi crisi internazionali».

Le conversazioni tra i leader

Altri scambi conviviali ieri mattina nella sala dei lavori affacciata sul prato e sul lago prima dell’avvio della sessione dedicata all’Ucraina. Le immagini consegnano un capannello in cui ci sono Meloni, von der Leyen, Carney, Costa, arriva anche la premier giapponese Sanae Takaichi. Poi entrano Macron, Trump e Zelensky, reduci dal trilaterale.

Meloni si nota per il tailleur doppio petto color champagne con cambia bianca e cravatta della stessa nuance del tailleur. Merz ne sottolinea l’originale eleganza, la premier scherza, «you can consider me a fighter». Ma Costa: «No, just a lady». Una Meloni con body language più determinato che aggressivo. Che ha raccontato la sua ultima sigaretta e lo stop al fumo.

Anche qui si vede Trump che le parla, la ascolta e Meloni di spalle che dice la sua. Prima dell’inizio del pranzo di lavoro sul tema «Affrontare le crisi e garantire la stabilità in Medio Oriente», Meloni ha nuovamente scambiato alcune battute con Trump che stava già parlando con Merz. Dopo pranzo, quando i leader sono tornati nella sala dei lavori nuovo fitto scambio di battute fra Meloni e Trump.

«Siete di nuovo amici?» chiede Costa. «Siamo sempre stati amici» la replica secca e anche un po’ piccata di Meloni. Non sarà mai più l’amore dei primi mesi. Trump si è sentito «tradito», anzi «abbandonato». Ma no Donald, no. Carezza sul braccio. Sipario. Oggi avremo la versione di Meloni. E magari anche quella di Washington.

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