Si allontana la tregua tra Usa e Iran dopo gli attacchi di oggi di Israele al sud di Beirut. Trump: non dovevano verificarsi
Il presidente americano Donald Trump ha affermato che l’accordo tra Stati Uniti e Iran «sarà firmato oggi elettronicamente e dopo una settimana di persona, da qualche parte in Europa», parlando con Fox News. Un annuncio che, se confermato nei fatti, segna una possibile accelerazione nella fase più delicata del negoziato sul programma nucleare e sul cessate il fuoco, che resta aperto, seppur attraversato da crescenti tensioni regionali. La dichiarazione di Trump introduce infatti un elemento di forte accelerazione politica, proiettando il dossier verso una possibile formalizzazione in tempi ravvicinati, mentre sul piano diplomatico restano ancora nodi aperti e passaggi tecnici da definire.
Una delegazione del Qatar sarebbe a Teheran nel pieno dei colloqui indiretti tra Washington e Teheran, a riferirlo è l’agenzia iraniana Fars, secondo cui il confronto prosegue senza intese definitive e con la mediazione qatariota incaricata di trasferire le posizioni tra le parti. La linea di Teheran resta invariata: «tutti i punti richiesti dovranno essere pienamente inclusi nell’accordo».
Il ruolo del Qatar
Il Qatar si conferma snodo centrale della mediazione indiretta, con un ruolo di raccordo tra le delegazioni e un canale diplomatico completamente intermediato. Il negoziato procede su due livelli: politico, per la definizione dell’intesa, e tecnico, sui meccanismi di controllo del programma nucleare e sulla sequenza dell’eventuale alleggerimento delle sanzioni. Sul piano dei tempi, l’accelerazione americana non trova piena corrispondenza nel ritmo interno iraniano, ancora vincolato a verifiche e passaggi istituzionali.
L’ipotesi di una firma a breve resta quindi incerta, nonostante le indiscrezioni su un possibile incontro a Ginevra. Il quadro negoziale sarebbe tuttavia arrivato a una fase avanzata di bozza d’intesa, che includerebbe un progressivo alleggerimento delle sanzioni, la possibile riapertura dello Stretto di Hormuz e la liberazione di asset iraniani congelati per decine di miliardi di dollari.
Il nodo dell’energia
La dimensione energetica dell’intesa rappresenta uno degli snodi più delicati: qualsiasi apertura su Hormuz avrebbe effetti immediati sui mercati petroliferi globali e sulla stabilità delle rotte commerciali tra Medio Oriente ed Europa, con impatto diretto anche sulle principali economie importatrici. In questo contesto, le capitali europee seguono con attenzione l’evoluzione del negoziato, soprattutto per le possibili ricadute energetiche e di sicurezza nel Mediterraneo allargato. Un’eventuale stabilizzazione del dossier iraniano avrebbe effetti anche sulla riduzione delle tensioni nelle aree di transito marittimo e sulla sicurezza delle forniture energetiche verso l’Europa, già esposte alle oscillazioni dei mercati internazionali.
Allo stesso tempo, cresce la pressione diplomatica per evitare che la dimensione militare sul terreno finisca per prevalere sulla traiettoria negoziale. Se l’intesa andrà in porto sarà uno dei più importanti risultati diplomatici degli Stati Uniti degli ultimi decenni. Se fallirà, il motivo potrebbe non essere il nucleare iraniano.
Rinuncia all’atomica?
È il paradosso che attraversa le ultime ore del negoziato tra Washington e Teheran. L’Iran avrebbe accettato la rinuncia all’arma nucleare in cambio di un alleggerimento delle sanzioni e del reinserimento nel sistema internazionale, ma la firma non c’è ancora. L’intesa resta un memorandum d’intesa (MOU), con dettagli rimandati ai prossimi round. Il nodo è politico: trasformare impegni generali in un meccanismo verificabile e sostenibile. Donald Trump rivendica la svolta, sostenendo che Teheran avrebbe accettato di non dotarsi dell’atomica. Da parte iraniana prevale cautela: si parla di progressi, non di accordo concluso.
Le trattative
Secondo Axios, una firma preliminare potrebbe avvenire nei prossimi giorni a Ginevra con il coinvolgimento del vicepresidente J.D. Vance, mentre aerei cargo militari C-17 sarebbero già diretti in Europa per l’eventuale missione diplomatica. Le condizioni di Washington restano stringenti: stop all’uranio altamente arricchito, fine dell’arricchimento e interruzione del sostegno ai gruppi armati alleati nella regione. È previsto un sistema di verifica progressiva e un alleggerimento delle sanzioni legato al principio del “pay for performance”. Il quadro resta instabile. Israele continua a colpire obiettivi riconducibili a Hezbollah nel sud di Beirut, con nuove vittime e un’ulteriore escalation con Teheran.
Le operazioni militari si intrecciano con il negoziato, alimentando l’ipotesi che la dinamica sul campo possa influenzare direttamente l’esito diplomatico. Secondo una fonte citata da Fox News, gli attacchi potrebbero essere letti come un tentativo di condizionare o rallentare il processo. Di segno opposto la posizione israeliana, che rivendica le operazioni come risposta a minacce di Hezbollah. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha accusato Washington di non avere “né la volontà né la capacità” di garantire il rispetto degli impegni dopo i raid. Sul piano strategico, le posizioni restano inconciliabili. Per Israele Hezbollah è una minaccia diretta e la pressione militare non può essere sospesa. Per Teheran i bombardamenti indeboliscono la fiducia necessaria all’accordo.
Interessi divergenti
È qui la frattura della fase attuale: Washington punta alla de-escalation nucleare e alla stabilità dei mercati energetici, Israele al contenimento dell’asse Iran-Hezbollah. Non è una rottura tra alleati, ma un disallineamento di priorità. Lo stesso tycoon è intervenuto dicendo che «gli attacchi di Israele non avrebbero dovuto verificarsi. (…) Questo potrebbe essere l’inizio di una pace meravigliosa, non roviniamola», ha scritto Trump su Truth. Axios riferisce di un Trump furioso con Netanyahu: «Non potevo crederci. Un’ora prima era atteso che firmassimo l’accordo. Perché Bibi ha fatto questo attacco?».
Resta da capire se la finestra diplomatica resterà aperta abbastanza a lungo. Per anni il nucleare iraniano è stato la principale minaccia globale. Oggi lo scenario è più complesso: non è più solo una questione atomica, ma la gestione del conflitto mentre si tenta un nuovo ordine. Il futuro dell’intesa, più che a Washington o Teheran, passa da Beirut.





























