Il Senato ha approvato sotto silenzio un ddl sulla tossicodipendenza in carcere, un testo di riforma che è passato sotto silenzio
Ci sono provvedimenti che arrivano accompagnati da fanfare, conferenze stampa e post celebrativi. E poi ci sono quelli che passano quasi in silenzio, come se qualcuno avesse deciso che fosse meglio non attirare troppo l’attenzione. È il caso del disegno di legge approvato dal Senato sulla detenzione domiciliare dei detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti inseriti in programmi di recupero. Un provvedimento destinato a incidere sulla vita di migliaia di persone e sul sistema penitenziario, eppure accolto da un silenzio quasi sospetto.
Nessun annuncio
Sarà l’effetto Vannacci. Sarà che spiegare a una parte dell’elettorato di centrodestra che un detenuto può scontare la pena fuori dal carcere non produce esattamente gli stessi consensi di uno slogan sulla tolleranza zero o di un decreto Caivano. Fatto sta che dal governo e dalla maggioranza non si sono sentiti squilli di tromba. Nessuna enfasi particolare per una riforma fortemente voluta dal ministro della Giustizia Carlo Nordio e che dovrà comunque affrontare il passaggio decisivo alla Camera.
Eppure stiamo parlando di un provvedimento che, se applicato davvero, potrebbe avere effetti quasi rivoluzionari. La novità principale è l’introduzione di una forma di detenzione domiciliare terapeutica per persone tossicodipendenti o alcoldipendenti condannate. Non una liberazione anticipata e nemmeno una depenalizzazione mascherata. La pena continua a essere eseguita, ma in una comunità terapeutica o al domicilio anziché in carcere. La riforma amplia inoltre in modo significativo la platea dei beneficiari, consentendo l’accesso anche a condannati con pene fino a otto anni e includendo fattispecie che finora rendevano molto difficile il ricorso alle misure alternative, comprese ipotesi di rapina ed estorsione aggravata quando risultino strettamente collegate alla condizione di dipendenza. Correlazione non sempre facile da accertare.
Dalla custodia alla cura
Il punto è che il ddl prova a spostare il baricentro dalla sola custodia alla cura. E non riguarda soltanto le dipendenze. Per la prima volta viene riconosciuta in modo esplicito la centralità delle patologie psichiatriche spesso associate alla tossicodipendenza, una realtà largamente presente negli istituti penitenziari italiani. Ed è proprio qui che emerge la novità culturale più significativa. Lo Stato non rinuncia a punire il reato, ma riconosce che in alcuni casi quel reato è anche il sintomo di una patologia. La rapina commessa per procurarsi la dose o l’estorsione legata alla dipendenza non cessano di essere reati, ma diventano anche l’indicatore di una condizione clinica da trattare. Una distinzione sottile, soprattutto in una stagione politica nella quale la parola “cura” fatica spesso a trovare spazio accanto alla parola “sicurezza”.
Due gli emendamenti approvati che meritano attenzione. Il primo introduce la semi-residenzialità. In pratica il detenuto può seguire il programma terapeutico presso una struttura accreditata senza essere costretto a rientrare ogni volta in carcere, proseguendo poi l’esecuzione della pena in regime domiciliare. Una modifica apparentemente tecnica ma che potrebbe aumentare sensibilmente l’efficacia dei percorsi di recupero. Il secondo rafforza l’integrazione tra strutture terapeutiche, servizi sanitari e magistratura di sorveglianza, cercando di superare quelle disomogeneità territoriali che hanno finora limitato l’accesso alle misure alternative. Perché il vero problema è proprio questo. La possibilità di scontare la pena all’esterno esiste già. Tuttavia, su circa 20.000 detenuti tossicodipendenti, solo 2.900 hanno ottenuto l’accesso ai percorsi alternativi. Numeri che raccontano quanto il sistema sia rimasto finora largamente inutilizzato.
Carenza di agenti penitenziari
Antigone denuncia una carenza di circa 6.000 agenti. Senza un rafforzamento degli organici il rischio è che una buona riforma resti sulla carta. C’è poi il nodo degli stranieri. Molti detenuti tossicodipendenti non hanno permesso di soggiorno, sono senza fissa dimora o destinatari di provvedimenti di espulsione. Per loro l’accesso alle nuove misure sarà molto più difficile, se non impossibile. E forse è proprio qui che si nasconde la prudenza politica che ha accompagnato il provvedimento. Perché tutti sanno cosa accadrebbe se un beneficiario delle misure alternative dovesse commettere un nuovo reato. Apriti cielo. Titoli, polemiche, interrogazioni. Vannacci o chi per lui avrebbe materiale sufficiente per settimane. Meglio allora procedere in punta di piedi. Senza esagerare con gli annunci. Senza accendere riflettori.
Eppure resta una domanda: se una riforma considera finalmente tossicodipendenti e malati psichiatrici come persone da curare oltre che da punire, se tenta di ridurre il sovraffollamento e di abbassare la recidiva, perché nessuno sembra volerla rivendicare? Forse perché, nell’Italia delle campagne permanenti sulla sicurezza, esistono ancora provvedimenti che tutti votano, ma di cui è vietato parlare.
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