4 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

4 Giu, 2026

L'Europa concede 14 miliardi all'Italia per l'energia. Ecco a quali condizioni

Giorgetti

Bruxelles estende all’energia la clausola di flessibilità finora riservata alla difesa. Roma potrà spendere fino a 14 miliardi in più tra il 2026 e il 2028, ma solo per reti, rinnovabili, accumulo ed efficienza energetica. Giorgetti: «Accolte le nostre proposte»


Bruxelles apre uno spiraglio, Roma ci infila subito il piede (con cautela, perché la porta non è proprio spalancata). La Commissione europea concede all’Italia una nuova dose di flessibilità sugli investimenti energetici, ampliando una clausola che fino a ieri sembrava cucita su misura solo per la difesa. Ma guai a chiamarlo “liberi tutti”: a Bruxelles le concessioni hanno sempre il gusto un po’ amaro delle istruzioni operative allegate.

I margini di manovra

Nel linguaggio tecnico si chiama estensione della National Escape Clause. Vuol dire che l’Italia potrà spendere di più, ma solo se spende “bene”. E soprattutto se spende come dice Bruxelles. Il margine non è banale. Per Roma si traduce in circa lo 0,3% del Pil all’anno tra il 2026 e il 2028, con un tetto cumulato dello 0,6% nel triennio. In numeri: circa 7 miliardi l’anno, 14 complessivi. Non esattamente il resto del caffè.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti non ha nascosto una certa soddisfazione, quella sobria da palazzo romano che non vuole dare troppo nell’occhio, ma neanche fingere indifferenza. «Sono soddisfatto perché la Commissione, con una decisione impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato», ha commentato. Tradotto dal linguaggio ministeriale: trattativa lunga, niente selfie, risultato portato a casa.

Le regole del gioco

A Bruxelles, però, il registro cambia subito tono. Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione, accoglie la flessibilità con il sorriso istituzionale di chi concede, ma subito dopo ricorda le regole del gioco. I fondi, ha chiarito, dovranno servire esclusivamente a rafforzare la resilienza del sistema energetico e accelerare la transizione verde: reti elettriche, rinnovabili, accumulo, efficienza. Tutto molto strutturale, molto poco “tampone”. E soprattutto niente tentazioni nostalgiche. Perché, come ha sottolineato lo stesso Dombrovskis, le misure di sostegno a famiglie e imprese devono restare temporanee e mirate, senza trasformarsi in carburante per la domanda di combustibili fossili. Detto con una certa brutalità: niente sconti generalizzati su benzina e gasolio travestiti da politica industriale. «Questa flessibilità non riguarda misure di sostegno che sovvenzionano l’uso dei combustibili fossili, come riduzioni delle accise non mirate», ha precisato ancora il commissario.

Un messaggio che a Roma suona come un avviso gentile ma fermo: la porta è aperta, ma non si entra con tutto il camion. La filosofia è quella nota a Bruxelles: i prezzi energetici alti non si curano gonfiando la domanda. Anzi, si rischia di peggiorare la febbre. E così l’Europa concede margini, ma solo per investimenti “che restano”, non per interventi “che spariscono”. Insomma: i soldi ci sono, ma la lista della spesa la si scrive dopo il regolamento.

Resta il cartellino giallo per il deficit

E mentre si apre questa finestra energetica – con vista condizionata sulla transizione verde – Bruxelles tiene aperto anche il dossier meno fotogenico: la procedura per deficit eccessivo nei confronti dell’Italia. Altro che promozione piena.
I numeri migliorano, certo: deficit dal 3,4% al 3,1% del Pil nel 2025, e una discesa prevista al 2,9% nel biennio successivo. Ma non abbastanza per archiviare la pratica. L’Italia resta dentro il perimetro dei sorvegliati speciali, con il cartellino giallo ancora attivo e il registro delle raccomandazioni sempre aggiornato. E quel registro, più che un documento tecnico, assomiglia sempre di più a un programma di governo parallelo scritto nei corridoi del Berlaymont.

Le raccomandazioni

Si va dalla necessità di contenere la spesa pubblica al rafforzamento della difesa, dalla lotta all’evasione fiscale alla revisione delle agevolazioni. Con una particolare allergia, neppure troppo nascosta, per le sanatorie: i condoni non godono di ottima stampa. Poi c’è il grande capitolo: demografia e lavoro. Qui Bruxelles non si limita a contare le nascite, ma allarga lo sguardo. Servono più occupazione femminile, più stabilità per i giovani, più attrazione di talenti. Perché il problema non è solo chi non nasce, ma chi nasce e poi se ne va.

E poi il solito pacchetto completo: pubblica amministrazione, giustizia civile, concorrenza nei trasporti e nell’energia, infrastrutture, Mezzogiorno, ricerca, innovazione, mercato dei capitali, crescita delle imprese. Sul fronte energetico e ambientale, oltre alla nuova flessibilità fiscale, Bruxelles insiste: più rinnovabili, più reti, più accumulo, meno burocrazia autorizzativa, più resilienza climatica. E già che ci siamo, anche una revisione della tassazione dei veicoli legata alle emissioni di CO2, soprattutto nelle città congestionate. Un suggerimento che in Italia ha il potere di accendere discussioni più rapidamente di un picco del prezzo del gas. Infine il lavoro: qualità dell’occupazione, meno precarietà, più formazione, meno sommerso, salari più adeguati.

E sanità sotto pressione, con carenza di personale medico e infermieristico da affrontare con urgenza crescente. Il quadro finale è quello di sempre, ma con una sfumatura nuova. L’Europa concede all’Italia un margine di manovra energetico che fino a poco tempo fa sembrava fuori portata. Ma contemporaneamente ribadisce che la libertà di spesa resta una libertà vigilata.

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