I casi di Caridi e Patriarca sono solo gli ultimi in ordine di tempo. In passato le inchieste, i processi e la gogna mediatica hanno riguardato Antonio Bassolino in Campania, Mario Oliverio in Calabria e Raffaele Fitto in Puglia: tutti assolti dopo un lungo calvario
Mario Pagano riassumeva la sua critica ai sistemi giudiziari arbitrari in una frase divenuta ormai celebre: «Immaginati i delitti, produssero veri misfatti». È ciò a cui assistiamo anche al giorno d’oggi: innocenti massacrati a colpi di accuse lunari, custodia cautelare, gogna mediatica, inchieste interminabili e processi spettacolari, e alla fine completamente scagionati.
Le inchieste che stravolgono la storia
Ma se questa barbarie, nel caso dei comuni cittadini, produce “soltanto” vite devastate, patrimoni prosciugati e carriere distrutte, nel caso di politici e amministratori pubblici sortisce un ulteriore effetto. E cioè quello di stravolgere la storia di intere classi dirigenti e comunità politiche.
Nel Sud è successo molto spesso negli ultimi trent’anni. I casi del senatore Antonio Caridi, assolto anche in appello dall’infamante accusa di collusione con la ‘ndrangheta, e della deputata Annarita Patriarca, scagionata dall’ipotesi di concussione dopo ben 17 anni, sono solo gli ultimi in ordine di tempo.
Il calvario di Bassolino
Il campionario, d’altra parte, è piuttosto lungo. E annovera al suo interno casi clamorosi, in cui l’azione penale ha finito per indirizzare la storia su un binario diverso rispetto a quello sul quale era avviata. Un nome su tutti: Antonio Bassolino. L’ex presidente della Campania ha dovuto inanellare 19 assoluzioni piene per dimostrare di non aver commesso, all’epoca dell’emergenza rifiuti, la lunga serie di presunti reati contestatigli dai pm. Tutto è bene quel che finisce bene, si potrebbe dire. Peccato che tra il 2004, anno in cui finì per la prima volta sotto inchiesta, e il 2020, data della sua ultima assoluzione, Bassolino sia stato progressivamente emarginato dalla vita politica. Lui che, forte anche dell’esperienza da sindaco di Napoli e da ministro del Lavoro, sembrava naturalmente proiettato ai vertici del Partito democratico.
Il caso Oliverio
Una vicenda simile ha riguardato Mario Oliverio. Eletto nel 2014 alla guida della Calabria, nel 2018 fu destinatario dell’obbligo di dimora nella sua città nell’ambito di un’inchiesta su presunti appalti pilotati e sprechi di fondi pubblici nella realizzazione di grandi opere. Alla fine fu scagionato da ogni accusa. Nel frattempo, però, nel 2020 il suo Pd preferì non ricandidarlo, spianando la strada al centrodestra. Esempio plastico di come l’azione penale possa modificare la traiettoria politica e amministrativa di partiti e territori.
L’odissea di Fitto
Nemmeno la Puglia è stata immune da questa tendenza. Oggi Raffaele Fitto è vicepresidente esecutivo della Commissione europea. Non tutti ricordano, però, il calvario giudiziario e mediatico lungo 17 anni che l’ex enfant prodige della politica meridionale – consigliere regionale a 20 anni e governatore a 30 – ha dovuto affrontare nella sua Puglia. Nel 2006 la Procura di Bari lo mise sotto inchiesta per corruzione. Dopo la condanna in primo grado, l’attuale numero due di Ursula von der Leyen fu assolto in appello e in Cassazione.
La richiesta di risarcimento
Poi i suoi successori alla guida della Puglia, Nichi Vendola e Michele Emiliano, lo trascinarono di nuovo in Tribunale chiedendogli di risarcire alla Regione 25 milioni di euro di danno patrimoniale e d’immagine. Ma Fitto ebbe la meglio anche su di loro. Nel frattempo, però, le inchieste contribuirono a fargli perdere le elezioni regionali per due volte. E solo la sua eccezionale resilienza gli ha consentito di risalire nelle gerarchie del centrodestra e nelle istituzioni.
La scure dei pm su partiti e territori
L’elenco, purtroppo, non è esaustivo. E non sembra destinato a concludersi nemmeno con i casi di Caridi e Patriarca. Il che impone almeno due ordini di riflessioni. La prima riguarda l’impatto di certe vicende giudiziarie non solo sulla vita dei singoli, ma anche su quella delle comunità. Che cosa significa arrestare ingiustamente un politico o un amministratore pubblico? Equivale ad alterare la volontà democraticamente manifestata dagli elettori, mettere in discussione equilibri politici, produrre instabilità amministrativa, bloccare le riforme, affossare progetti strategici, perdere fondi preziosi. In altre parole, significa decretare la morte di territori che, soprattutto nel caso del Sud, avrebbero bisogno di stabilità, continuità, classi dirigenti forti, investimenti, opere pubbliche, politiche capaci di innescare meccanismi virtuosi di sviluppo.
Il rigore necessario
Ciò, ovviamente, non vuol dire boicottare il controllo di legalità svolto dalla magistratura né chiudere gli occhi davanti al malaffare. Ma impone più rigore nella valutazione delle notizie di reato, nella conduzione di indagini e processi, nel ricorso alla custodia cautelare e nel rispetto delle garanzie. E anche una maggiore trasparenza nella diffusione delle informazioni sulle vicende giudiziarie.
La valutazione delle performance dei magistrati
Qui veniamo al secondo punto, cioè alla valutazione dell’operato dei magistrati. I casi giudiziari citati hanno un minimo comune denominatore. Quasi tutti i magistrati che hanno istruito quelle inchieste e i relativi processi hanno fatto carriera. Alcuni hanno raggiunto i vertici di alcune delle Procure più blasonate d’Italia, altri sono stati addirittura nominati ispettori del Ministero della Giustizia. Nessuno di loro ha pagato dopo che indagati e imputati sono stati completamente scagionati.
Le possibili soluzioni
Come se ne esce? C’è chi propone l’introduzione della responsabilità civile diretta per i magistrati – soluzione che per la verità presenta non poche controindicazioni – e chi l’attivazione delle cosiddette pagelle. E c’è stato anche chi, attraverso la riforma della giustizia bocciata dagli elettori nello scorso mese di marzo, ha ipotizzato un’Alta Corte disciplinare per scardinare quel sistema delle correnti che da decenni consente alle toghe di mettersi al riparo da sanzioni più o meno afflittive. Di sicuro, non si può prescindere da una forma di responsabilità professionale per ciascun magistrato, basata sulla valutazione delle sue performance e sui risultati delle sue iniziative. La strada, in altre parole, è quella di riforme puntuali e di una non più rinviabile rivoluzione culturale: gli unici rimedi per evitare che la giustizia, come temeva Hegel, si rovesci nel suo contrario.































