3 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

3 Giu, 2026

La sinistra e il fascino indiscreto delle tasse

La proposta di una patrimoniale europea rilanciata da Elly Schlein riaccende uno dei temi più divisivi della politica italiana. Ma mentre si discute di tassare i grandi patrimoni, resta aperta la questione del peso fiscale che grava su lavoratori e ceto medio


La tentazione dev’essere troppo forte. Ogni qual volta le elezioni si avvicinano, il centrosinistra rispolvera il suo vecchio pallino: tassare i grandi patrimoni. Seguono polemiche, dibattiti, accuse reciproche tra le coalizioni. Fedele a questa tradizione, ora Elly Schlein spiega come l’introduzione di una patrimoniale «a livello europeo» non debba essere considerata «un tabù» dal campo largo. Ma che cosa rivela l’insistenza con cui i progressisti propongono di colpire i miliardari?

Soprattutto, è questa la strategia per risollevare le sorti di un Paese dove i salari sono fermi a 30 anni fa e nemmeno chi guadagna 3mila euro netti al mese può essere considerato ricco?

Il riflesso culturale della sinistra

La proposta della segretaria del Pd illumina innanzitutto un tratto culturale del centrosinistra italiano. E cioè un moralismo fiscale al limite del punitivismo. Alla base dell’idea di tassare i patrimoni, infatti, c’è la convinzione che la ricchezza sia una colpa e che, come tale, vada espiata. Chi sostiene questa tesi, però, dimentica il carico di ingiustizie che essa porta con sé. Il patrimonio altro non è che reddito risparmiato, quindi già tassato con la sua imposta progressiva. Introdurre la patrimoniale, quindi, equivarrebbe a tassarlo per la seconda volta. Un rischio dal quale l’ex presidente della Repubblica Luigi Einaudi mise più volte in guardia la classe politica del suo tempo.

La questione del ceto medio

Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di una misura di equità sociale. E la stessa Schlein, d’altra parte, presenta la patrimoniale come indispensabile per «garantire servizi pubblici fondamentali» al 99% della popolazione. La segretaria del Pd, però, nulla dice su quella che dovrebbe essere la priorità di tutte le forze politiche del Paese. E cioè il riequilibrio di un carico fiscale che oggi grava quasi interamente sul ceto medio e che il governo di Giorgia Meloni non è ancora riuscito a rimodulare.

I numeri dell’Irpef

Per comprenderlo basta leggere qualche dato. Poco meno dell’80% dell’Irpef, infatti, è pagato da circa 11 milioni di contribuenti, mentre i restanti 31 versano poco più del 23%. Non solo: per chi guadagna più di 28mila euro l’anno, circa un terzo del reddito se ne va per pagare l’imposta; chi incassa meno di 28mila euro l’anno, invece, se la cava con circa cento euro al mese. Nemmeno in Cina il ceto medio è così vessato. A quelle latitudini le aliquote vanno dal 3% del primo scaglione al 45% dell’ultimo che, però, si applica a redditi superiori ai 120mila euro l’anno. In Italia, invece, l’aliquota massima del 43% scatta per i redditi superiori ai 50mila euro.

Le misure del governo e i limiti di bilancio

Gli interventi finora avviati dal governo Meloni su questo fronte sono stati una boccata d’ossigeno, ma non possono essere considerati risolutivi. La legge di bilancio per il 2026 ha ridotto la seconda aliquota dell’Irpef dal 35 al 33%, facendo risparmiare massimo 440 euro annui a chi guadagna tra 28mila e 50mila euro. E, in vista della prossima manovra, il viceministro Maurizio Leo ipotizza l’estensione dell’aliquota Irpef al 33% ai redditi fino a 60mila euro, il che consentirebbe un risparmio massimo di 1.440 euro annui. Resta da vedere quali margini di manovra avrà l’Italia, che sconta gli effetti del Superbonus ed è ancora sotto procedura d’infrazione europea per l’eccessivo rapporto tra deficit e Pil.

Più crescita, meno tasse

In definitiva, più che della patrimoniale, utile solo a compiacere l’elettorato di sinistra, l’Italia ha bisogno di liberare il ceto medio da un carico fiscale che rischia di schiacciarlo. Significa, in concreto, estendere l’aliquota Irpef del 33% ai redditi almeno fino a 60mila euro, ma anche abolire l’Irap, rivedere la tassazione del risparmio e azzerare l’Ires sugli utili societari non distribuiti. Ma anche riequilibrare il rapporto tra lavoro dipendente e partite Iva, avvantaggiate dalla flat tax al 15% sui redditi fino a 85mila euro (che, tra l’altro, pone il contribuente davanti a una duplice scelta: lavorare di meno per rientrare nella tassazione agevolata o guadagnare di più ed evadere).

E la strategia per finanziare simili misure non può essere la patrimoniale, che aggiunge tasse su tasse, ma una drastica riduzione di quella spesa pubblica che la politica utilizza per «comprare» il consenso di fette più o meno ampie dell’elettorato. Ma forse è questo, più che la tassa invocata da Schlein, il vero tabù di cui il Paese stenta a liberarsi.

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