24 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

24 Apr, 2026

Buti: «Liberarci dai vincoli? Sbagliato, i mercati ci condannerebbero»

Marco Buti

L’economista Marco Buti commenta la richiesta italiana di rivedere il patto di stabilità siglato con l’Unione Europea disegna lo scenario ora che è ufficiale che l’Italia non uscità dalla procedura d’infrazione


L’Italia resta dentro la procedura europea per deficit eccessivo a causa di un risicato 0,1% del Pil. E già il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti ventila l’ipotesi che l’Italia possa «fare da sola».

«La strategia del governo era quella di portare il deficit sotto il 3%, quindi uscire dalla procedura di infrazione e fare appello alla clausola di flessibilità per le spese militari previste dagli impegni assunti con la Nato. Secondo le nuove regole del patto di stabilità, se si arriva sopra il 3% partendo da sotto il 3%, l’infrazione è condonata solo se le spese sono “buone”.

Ma il problema è che questo elemento di flessibilità che c’è sotto il 3% nelle nuove regole non c’è quando si parte da sopra: in altri termini, se siamo già in procedura di deficit eccessivo si può fuoriuscire solo se si porta il deficit sotto il 3% in modo permanente. C’è un’asimmetria tra chi sta sopra e chi sta sotto la soglia». A spiegare quanto è accaduto è l’economista Marco Buti, docente all’Istituto Universitario Europeo, già direttore generale per gli affari economici e finanziari dell’Ue e capo di gabinetto del commissario europeo Paolo Gentiloni che ha appena pubblicato un ampio studio (il Florence Report) sull’Europa nell’economia mondiale frammentata.

Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti ha detto che dal 28 febbraio 2026, giorno dell’inizio della guerra in Iran, il dibattito sull’uscita dalla procedura di infrazione gli interessa “relativamente meno”.

«La necessità di aiuti pubblici per rispondere allo shock energetico è comprensibile. Credo che l’affermazione del ministro Giorgetti sconti il fatto che l’Italia resterà più a lungo sotto procedura. Ma dovrà restare conforme con il sentiero di rientro della spesa pubblica netta. Potresti deviare se ci fosse una clausola specifica per l’energia o una clausola generale come fu nel caso del Covid. Ma le condizioni per applicare queste clausole adesso non ci sono».

Giorgetti non ha escluso la possibilità di ricorrere allo scostamento di bilancio, ovvero fare più deficit di quanto previsto dal Patto di Stabilità. Potremmo davvero “muoverci da soli”?

«La fuoriuscita dalla procedura di infrazione non è solo legata a un risultato ex post sotto il 3%, ma deve essere confermata dalla previsione – che la Commissione rilascerà a maggio – che il deficit resti permanentemente sotto il 3%. Le nuove regole hanno un approccio pluriennale: c’è, insomma, una valutazione di durabilità dell’aggiustamento. Il Def indica un 2,9% nel 2026 ma la durabilità dell’aggiustamento non è nelle previsioni del governo ma della Commissione. Con la revisione della crescita a seguito della guerra e degli shock conseguenti non è escluso che il deficit, secondo la Commissione, possa restare sopra la soglia. Anche se il deficit 2025 fosse stato inferiore al 3%, la fuoriuscita dalla procedura non sarebbe stata automatica. Ma per l’Italia il punto di fondo è che c’è differenza tra spazio legale e spazio fiscale».

Che intende dire?

«Anche se sul piano legale si trovassero dei margini di flessibilità, questo non aumenta lo spazio che il governo ha, visto l’ammontare del debito pubblico. Per il momento i mercati sono sufficientemente benevoli. Tuttavia se si comincia a pensare a ulteriori sussidi – che rischiano di diventare permanenti – e riduzioni delle accise con conseguente aumento del debito, i mercati potrebbero entrare in fibrillazione. Non è una sorpresa: sappiamo che lo spazio fiscale dell’Italia è molto basso».

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Giorgetti ha avvertito che, per evitare l’aumento dei prezzi al supermercato, serve evitare l’impatto dei maggiori costi del trasporto. In pratica, se aumenta il costo del carburante i generi alimentari diventano più cari.

«Noi dipendiamo più di altri Paesi, come la Spagna, dal prezzo marginale del gas che si riflette sul prezzo dell’elettricità. Se fossimo stati più coraggiosi sulle rinnovabili, oggi saremmo in condizioni più favorevoli. In vista del Consiglio europeo, la Commissione – penso giustamente – non ha previsto la sospensione degli ETS. Se in una situazione come questa lavoriamo per sopprimere il segnale dei prezzi avremo un aumento del consumo di energia entrando in una spirale negativa. Diverso sarebbe intervenire con misure mirate temporanee per le famiglie meno abbienti o per settori specifici come l’autotrasporto».

Ci potrebbero essere le condizioni per applicare una nuova clausola di salvaguardia?

«La clausola di salvaguardia generale fu applicata durante il Covid, ma allora ci fu un arresto cardiaco dell’economia europea che oggi ancora non c’è. Le ultime previsioni del fondo monetario hanno limato le previsioni di crescita ma non c’è recessione. Quindi non ci sono le condizioni per una clausola di salvaguardia generale. In più, il “liberi tutti” può accentuare le preoccupazioni del mercato: l’Italia sarebbe la prima vittima».

La premier Giorgia Meloni ha attribuito al superbonus 110% le responsabilità per il fallimento della riduzione del deficit.

«Il superbonus è stata una misura fiscalmente irresponsabile. Ha un impatto nascosto che a ogni piè sospinto viene fuori. Questa misura, soprattutto nell’ultima fase del “bonus facciate”, è andata totalmente fuori dal seminato e ha impattato sul debito con numeri molto elevati. Il giudizio negativo sul superbonus è senza appello. Ma che sia l’unico responsabile della situazione mi pare una valutazione opportunistica. È una causa strutturale, ma c’è il concorso di altre cause congiunturali».

Le statistiche Eurostat dicono che aumentano le entrate governative, ma lievita anche la spesa pubblica mentre la crescita resta asfittica.

«Certamente la pressione fiscale è aumentata, ma non è onesto lasciar credere che la riduzione generalizzata della pressione fiscale sia un obiettivo realistico. Sicuramente bisogna ricalibrare riducendo la pressione fiscale sui fattori della produzione per favorire il lavoro e investimenti. Ma per competere nel nuovo mondo con capitale umano, capitale fisico e innovazione, avremo grosse pressioni sulla spesa pubblica».

L’avanzo primario (ovvero il saldo tra entrate e uscite al netto degli interessi) è salito allo 0,8% del Pil, con un miglioramento dello 0,3% rispetto al 2024. Il dato è positivo: basta?

«Per mettere il debito su una traiettoria discendente ci sono due variabili: l’avanzo primario e il differenziale tra tasso di interesse e tasso di crescita. Lo 0,8% è certamente un fatto positivo. Tuttavia abbiamo tassi di interessi elevati e tasso di crescita basso: una combinazione che incide negativamente sulla dinamica del debito pubblico. Da un lato, dovremmo aumentare gradualmente il saldo primario che, rassicurando i mercati, conterrà lo spread. Ma alla fine la cosa più importante sono le riforme per la crescita».

Gli investimenti ineludibili su difesa nazionale, transizione tecnologica e verde e produttività peseranno sulla spesa a venire?

«Sì. Ma bisogna avere la lungimiranza di declinarli in chiave europea. Se si aumentano queste spese solo nel quadro dei bilanci nazionali l’Italia è senza dubbio perdente, ma perderebbe l’Europa nel suo insieme. Si discute adesso la riforma del bilancio comunitario: è l’occasione per dare una risposta collettiva a queste priorità. È questo uno dei messaggi del Florence Report. Il bilancio europeo equivale a poco più dell’1% del Pil europeo: serve più ambizione sul bilancio comunitario. Se non c’è questo colpo di reni, l’Europa tutta ne soffrirà, e l’Italia ne pagherà il prezzo maggiore».

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