Dal boom del Movimento 5 Stelle alla politica di oggi: il populismo non è scomparso, ha cambiato forma e linguaggio
Il populismo, inteso come semplificazione di questioni complesse fino alla banalizzazione; come offerta di rimedi prêt-à-porter alla paura che i suoi stessi leader propalano a piene mani; come polarizzazione estrema tra un “noi” e un “loro” considerati questi ultimi nemici, casta, come minimo intellettuali dai ragionamenti astrusi fatti apposta per fregarci, entrò a gambe tese nella politica italiana più di un decennio fa. Fu con le elezioni del 2013 che il Movimento Cinque Stelle, allora si chiamavano “grillini”.
Fece il suo ingresso in Parlamento in pompa magna, conquistando il primo posto con il 25,56% dei voti, 45.372, più del PD che era a capo della coalizione di centrosinistra. Se si aggiungono le preferenze (allora non esuberanti) andate alla Lega Nord, si potrà dire che quasi un terzo del parlamento italiano venne invaso dalla nuova onda che già aveva fatto nido un po’ dappertutto in un’Europa ancora sotto shock dopo le lunghe sofferenze subite a causa della crisi americana dei subprime.
Il boom del 2018 e il governo gialloverde
Nelle elezioni del 2018 quel consenso populista avrebbe raggiunto il 50,04, sommando il 32,68 % – valore impensabile di questi tempi: si addiceva solo alle ultime stagioni democristiane – raccolto dai Cinque Stelle e il 17,36 della Lega per Salvini premier. Ciò che alla vigilia sarebbe apparso uno sproposito e cioè mettere insieme in una spericolata coincidentia oppositorum due populismi espliciti e antagonisti avvenne dopo tre mesi di trattative, assecondando il gusto del pubblico pagante, visto che il voto popolare aveva premiato indiscutibilmente la coalizione gialloverde del populismo di governo, con presidente Conte, destinato a tramutare il grillismo in qualcosa che attende ancora un nome ma che, se si chiamasse contismo renderebbe benissimo.
Il calo del consenso nel 2022
Il viaggio di ritorno della risacca populista, sicuramente più effimera di altre, nel 2022 portò ai Cinque Stelle di Conte un 15,4 % grondante di delusione e così fu per Salvini con l’8,8%: insieme pesarono meno di un quarto delle schede versate nelle urne che nel frattempo si svuotavano fino al livello più basso della storia repubblicana, solo il 63,9%.
La contaminazione dell’intero sistema politico
Qualcosa è successo. In realtà la traccia populista si è dilatata ed ha contaminato tutta l’offerta politica con i suoi schizzi, adottandone le parole d’ordine semplificatorie, gli schemi polarizzanti, le tematiche securitarie, i linguaggi trancianti. La rincorsa a segmenti elettorali ha trasformato i custodi della politica di tradizione in apprendisti stregoni alla ricerca del consenso marginale laddove – spezzato il rapporto diretto con il popolo delle sezioni e degli iscritti – si presume che si annidi. Così si sono scandagliati con penosissime performance i santuari telematici degli influencer, si sono rincorsi i fatti di cronaca più impattanti appiccicandone dietro la politica (e non viceversa, come si dovrebbe), si sono pagati a prezzo d’amatore i nuovi professionisti del marketing politico che in realtà non esistono ma provengono dal commerciale, spostando, dunque, di qualche metro ancora la politica verso il commercio.
Destra e sinistra tra populismo e personalismo
Insomma nella divaricazione polarizzante (che è già in sé populismo) destra/sinistra, la Destra melonian-salviniana ha assunto le issues storiche del populismo rampante, come l’anti elitarismo e il leaderismo, che però non sono rimaste totalmente fuori dall’uscio del campo largo (si pensi ai Cinque Stelle di Conte). La Sinistra, dal canto suo ha accolto una certa semplificazione semantico-emotiva (vedi la recente perfomance referendaria), e la più risalente incombenza del ricorso al popolo delle primarie, che del populismo è un derivato nella misura in cui nega la forma-partito per affidarsi al mito del popolo come extrema ratio. Per entrambe aleggia la regola del personalismo che millanta la semplificazione del rapporto tra capo e corpo elettorale, negando la democrazia di partito.
La crisi della mediazione politica
Dato che il populismo in sé non può essere considerato un impianto ideologico minutamente declinato, ma qualcosa che somiglia a uno stile, diciamo che lo schizzo maggiore con cui l’empito populista del decennio passato ha colpito il sistema politico italiano è la rimozione della mediazione politica rappresentata dalla forma-partito democratica, spingendo verso un cesarismo alla testa dei partiti, che ben si addice a dei gusci svuotati di legittimazione dal basso, dove soventemente si trovano ai vertici e nella rappresentanza parlamentare parenti e famigli del leader maximo.
Sarebbe interessante provare ad introdurre temi ormai caduti in desuetudine come il ripristino della democrazia di partito ai sensi della Costituzione (articolo 49). Forse ci sbaglieremo, ma ci punge vaghezza che non tiri proprio l’aria giusta per farlo.


















