L’immagine del soldato israeliano che colpisce il volto di Gesù Cristo diventa simbolo: uno scandalo che rivela contraddizioni e limiti della coscienza occidentale
C’era bisogno dell’immagine di un soldato israeliano che colpisce con una mazza il volto di una statua di Gesù, nel villaggio cristiano di Debel, nel sud del Libano, per ricordarci che, alla fine, non possiamo non dirci cristiani. L’indignazione virale davanti a quel gesto ignobile, che Israele stesso ha condannato pubblicamente parlando di una grave violazione e annunciando un’indagine, ha agito come una rivelazione involontaria. Ha mostrato che il cristianesimo sopravvive in Occidente soprattutto come sensibilità simbolica, come memoria dello scandalo.
Croce e la coscienza europea
Quando Croce scriveva il suo saggio “Perché non possiamo non dirci cristiani” nel 1942, non invocava un ritorno alla devozione né una restaurazione identitaria. Cercava di dire che il cristianesimo aveva modellato in modo irreversibile la coscienza europea, il nostro modo di pensare la persona, la dignità, il dolore, il carattere irriducibile del singolo. In questo senso, davanti a Debel si è riattivato un riflesso antico, il riconoscimento quasi istintivo del sacrilegio.
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il significato del sacrilegio
Sacrilegio, nel suo significato originario – dal latino sacrilegium – indicava il furto di cose sacre dai luoghi sacri; il sacrilego, dunque, prima ancora di essere un empio, è colui che viola il sacro sottraendolo alla sua inviolabilità, trascinandolo nel dominio dell’arbitrio. Per questo il gesto contro il volto di Cristo appare subito intollerabile, perché mette in scena, in forma brutale e visibile, la profanazione di ciò che una comunità considera indisponibile.
Il simbolo contro la vita reale
Quello che si è riattivato, dunque, è soprattutto il senso del simbolo violato. La nostra sensibilità morale continua a riconoscere il sacro, ma lo riconosce sempre più nella forma dell’icona, del segno, del fotogramma, assai meno nella forma della vita concreta. Reagiamo all’oltraggio arrecato al simbolo religioso con una forza che raramente riserviamo all’oltraggio arrecato alle persone. Come se il dolore, per diventare universalmente visibile, dovesse prima diventare figura, slittando dal volto vivo all’immagine, dal concreto all’iconico.
La fotogenia morale del nostro tempo
Da qui nasce una sorta di fotogenia morale del nostro tempo: non tutto il male ci scuote allo stesso modo, ci scuote soprattutto il male che si lascia condensare in una rappresentazione simbolicamente potente, narrativamente pronta. Per questo la statua del villaggio libanese ci appare subito come sacrilegio universale, mentre le chiese incendiate, le comunità cristiane decimate, gli attentati durante le messe, i quartieri devastati, i fedeli uccisi per la loro identità religiosa in paesi a maggioranza musulmana o nelle aree travolte dall’islamismo armato entrano molto più difficilmente nella stessa economia dello sdegno.
Le persecuzioni dimenticate
Open Doors stima che oltre 388 milioni di cristiani nel mondo subiscano alti livelli di persecuzione o discriminazione per la loro fede in tante aree del Medio Oriente, dell’Africa o dell’Asia. Siamo davanti a una tragedia strutturale, non episodica.
Come spiegare allora questa asimmetria? Forse perché l’immagine di Debel, oltre a essere iconicamente perfetta, offre anche il colpevole giusto. Una statua di Cristo colpita da un soldato israeliano produce immediatamente il linguaggio del sacrilegio universale perché unisce in un solo fotogramma il simbolo riconoscibile e il soggetto che conferma il copione già scritto. Un cristiano assassinato, una chiesa fatta saltare, una comunità costretta a vivere sotto la minaccia della blasfemia o della rappresaglia settaria chiedono invece un lavoro più scomodo: nominare il fanatismo islamista, la persecuzione religiosa, il fallimento di Stati che non proteggono le minoranze, l’ambiguità di un progressismo che teme più l’accusa di islamofobia che il silenzio davanti alle vittime.
Un’occidente ancora cristiano ma selettivo
L’Occidente continua a usare categorie nate dentro quella civiltà del volto, della persona, della dignità offesa. Continua dunque, in un senso profondo, a essere cristiano. Però le usa in modo intermittente e selettivo. Il che significa che la nostra coscienza morale si è in qualche modo estetizzata. È ancora capace di scandalo, ma fatica a tradurre lo scandalo in fedeltà al reale. Sa riconoscere il sacrilegio quando esplode in una figura, molto meno quando si deposita nella lenta amministrazione del terrore quotidiano.
Un sintomo più che un caso
Ecco perché l’episodio libanese vale più come sintomo che come caso isolato. Non rivela solo l’oscenità di un gesto, ma il modo in cui la sensibilità occidentale si è trasformata. Il cristianesimo vi sopravvive, sì, ma spesso in una forma residua, che arretra quando quel medesimo cristianesimo si presenta nella sua forma più esigente, che è sempre la stessa: la difesa della persona concreta, della minoranza esposta, della comunità vulnerabile, della vittima poco spendibile.
La formula di croce oggi
E allora la formula di Croce, in questa storia, torna a suonare insieme vera e accusatoria. Non possiamo non dirci cristiani, perché continuiamo a reagire con categorie forgiate dentro quella civiltà del volto, della dignità, della persona offesa. Però ci ricordiamo del Cristo e ci scandalizziamo soprattutto quando può servire da arma retorica. Dimentichiamo i cristiani quando la loro sofferenza ci obbligherebbe a guardare ciò che non vogliamo nominare.



















