4 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

4 Mar, 2026

Cecilia Sala: «Khamenei era il peggio. Democrazia in Iran resta lontana»

Cecilia Sala

Cecilia Sala, giornalista, tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 ha passato venti giorni in isolamento nel carcere di Evin a Teheran. Da poco ha pubblicato “I figli dell’odio” per Mondadori


«Gli iraniani sono storditi, in loro convivono sentimenti opposti: la gioia per la morte di Khamenei e, al contempo, l’orrore per i bombardamenti. Se non fossimo ammalati di polarizzazione, sarebbe facile capire il dramma che stanno vivendo». Alla fine del 2024 Cecilia Sala, a Teheran per un reportage, fu imprigionata dal regime.

Conosce la Repubblica islamica come pochi altri in Italia e soprattutto conosce chi a quel regime si è opposto e si oppone: «Dobbiamo separare il giudizio sui metodi di Trump e quello sugli iraniani che chiedevano aiuto. Il diritto internazionale per le vittime del regime non ha mai funzionato, non possiamo stupirci che chiedano un aiuto esterno». Da alcuni mesi è in libreria con I figli dell’odio. La radicalizzazione di Israele, la distruzione della Palestina, l’umiliazione dell’Iran (Mondadori).

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Anche sull’Iran l’opinione pubblica italiana si è polarizzata, due fronti contrapposti che parlano di “asse del bene” e “asse del male”. Si rischia di perdere di vista la complessa realtà iraniana?

«Sì, e non si considera il punto di vista della maggioranza degli iraniani in Iran, che sono contro il regime e hanno paura di morire sotto le bombe. Gli iraniani si trovano a scegliere tra un regime capace di uccidere migliaia di loro pur di restare al potere e una campagna aerea di bombardamenti che non si sa quanto durerà, che esito avrà e quanti civili ucciderà. C’è in loro una legittima confusione e un legittimo timore».

Timore che il prossimo governo sia peggiore del vecchio?

«Peggiore del vecchio è improbabile. D’altro canto, non ci sono precedenti di campagne aeree che siano state in grado di provocare un cambio di regime definitivo. In questo momento ci sono persone che stanno fuggendo dal Paese e c’è il blocco di internet imposto dal regime: gli iraniani sanno che tutto il Paese è sotto bombardamenti e non riescono a comunicare con i familiari per sapere se sono ancora vivi».

«Il rumore delle bombe è qualcosa che segna profondamente: la settimana scorsa ero in treno da Leopoli a Odessa, in una cuccetta con una madre e sua figlia. A ogni rumore del treno la bambina si alzava urlando, perché associava quei rumori, simili ai fischi delle bombe, al rischio di morire».

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Qual è lo scenario peggiore per il futuro degli iraniani?

«Un governo dei pasdaran più intransigenti, quindi una sorta di dittatura militare ancora mascherata da Repubblica islamica, con una Guida Suprema scelta direttamente dai guardiani della rivoluzione».

Azar Nafisi, autrice di Leggere Lolita a Teheran, ha detto che più debole è il regime degli ayatollah più forte è il popolo iraniano, auspicando libere elezioni. Questo sarebbe lo scenario migliore?

«A un certo punto si aprirà un tavolo di trattativa. Se gli interlocutori di Trump saranno quelli che gli americani sperano, cioè i leader più pragmatici e meno ostili agli Usa, allora si può sperare che promettano un’assemblea costituente da eleggere in futuro. Sappiamo però che non è detto che vada così e che la promessa venga mantenuta. La strada è lunga e insanguinata».

Quindi resta improbabile un cambio di regime?

«Bisogna intendersi sul significato di questa formula, “regime change”. Sicuramente non assisteremo a quello che viene generalmente chiamato “nation building”, cioè quello che gli americani ambivano a fare in Afghanistan: trasformare lo Stato, ricostruirlo da zero e cercare di farlo assomigliare il più possibile a una democrazia. In tono minore, un cambio di regime in Iran c’è già stato, visto che Alì Khamenei era il vero governo del Paese: era a capo delle forze armate, il suo ufficio – e non quello del presidente eletto – era la vera sede dell’Esecutivo. Il fatto che non ci sia più Khamenei trasforma l’Iran e apre ad ipotesi che finché lui era in vita non erano praticabili».

Trump ha evocato la possibilità di inviare truppe di terra.

«Non credo alludesse davvero alla possibilità di occupare l’Iran, un Paese grande cinque volte la Germania. Piuttosto, alludeva a operazioni più contenute mirate ad obiettivi specifici».

Se dovesse dare una valutazione dell’intervento militare americano e israeliano lo considererebbe sconsiderato o opportuno?

«È sicuramente una scelta avventata. Non c’era il rischio di un attacco imminente dell’Iran agli Usa che giustificasse un attacco preventivo. È una giustificazione che non sta in piedi, così come non stava in piedi l’ipotesi che quella contro Maduro fosse un’operazione di polizia contro i trafficanti di droga. Questa è una guerra che Trump fatica a spiegare agli americani: secondo i sondaggi, solo un americano su quattro era d’accordo con l’uccisione di Khamenei».

Gli iraniani però si aspettavano un intervento americano.

«Si aspettavano che Trump desse seguito alla promessa di intervenire in loro soccorso e hanno festeggiato la morte di Khamenei. Ma la loro valutazione complessiva dipenderà da quanto durerà la guerra e da quanti morti civili comporterà».

Alcuni dicono che tra l’80% e il 90% degli iraniani non ne potesse più del regime, altri ridimensionano queste percentuali. Come stanno le cose?

«Le stime sull’80% si basano sul fatto che in Iran, nonostante tutto, si tengono delle elezioni e chi è andato al seggio a legittimare la repubblica islamica e votare il candidato della Guida sono stati 15 milioni, quindi circa il 20% della popolazione».

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Quali sono gli episodi che descrivono con più efficacia l’efferatezza del regime di Khamenei?

«Credo che niente la descriva meglio del massacro di gennaio, qualcosa di senza precedenti anche per un regime così brutale. Sono state uccise migliaia di iraniani con armi che di solito si usano in guerra e che invece sono state impiegate contro studentesse al primo anno di università. Come Raga Bohloulipour, la studentessa di letteratura italiana che è tra le tante vittime di quel massacro, in cui sono stati uccisi duecento bambini. Tanti iraniani hanno vissuto l’8 e il 9 gennaio come un punto di non ritorno. Si sono detti: se il regime è pronto a questo, sapendo di screditarsi e di compromettere ancora di più la propria legittimità, allora vuol dire che ha scelto la strada del trinceramento e della repressione violenta di chiunque alzi la testa».

Questo accadrà fino a che non saranno eradicati i pasdaran?

«Come sempre, nelle fasi decadenti dei regimi rimangono in pochi a “crederci” davvero. Anche dentro il regime di Khamenei ci sono alcuni che, pur complici dei suoi crimini, ritengono sia più importante pensare alla sopravvivenza economica dell’Iran che non a imporre con la violenza il velo a chi non vuole indossarlo».

Ad esempio?

«L’ayatollah che ha celebrato la preghiera del Ramadan nel 2023, dopo la protesta per l’uccisione di Mahsa Amini, disse sulla principale tv iraniana: “se vuoi arrestare una donna perché non indossa il velo, vieni piuttosto ad arrestare me”. Persino in quel contesto si trovava qualcosa di vagamente migliore di Khamenei, che era il peggio. Era anche un ostacolo sia a qualsiasi dialogo o compromesso con i nemici esterni, sia, sul fronte interno, rispetto a questioni come il velo obbligatorio».

Per il futuro dell’Iran rappresenta un problema il fatto che non si sia costituita un’opposizione al regime organizzata e strutturata?

«Il problema è che l’opposizione iraniana è molto divisa e perde tempo a combattersi tra fazioni invece che concentrarsi sul regime. Ci sono sicuramente figure importanti, come la premio nobel Mohammadi. Ma le proteste non hanno un leader anche perché la Repubblica islamica è molto efficace nella repressione, quindi i potenziali leader dell’opposizione sono o in esilio o in carcere».

Nelle proteste di piazza il nome invocato era quello del figlio dello Scià.

«Sicuramente in piazza si faceva quel nome e si sventolava quella bandiera. Per molti iraniani, soprattutto per i più giovani, è un simbolo: è sinonimo dell’assenza della Repubblica islamica più che di un’adesione ideale alla monarchia dello Scià. In ogni caso nessuno crede alla reintroduzione della monarchia o dell’impero; il figlio dello Scià sarebbe semmai una figura di transizione verso le elezioni. Ma il figlio dello Scià, cioè la persona incaricata di quella transizione, è cresciuta negli Usa, non conosce l’Iran e difficilmente sarebbe in grado di gestire una situazione così complessa».

Tra i possibili effetti collaterali della guerra c’è l’aumento del terrorismo islamico?

«Sappiamo che gli sciiti non c’entrano nulla con il terrorismo sunnita di Al Qaeda o dello Stato Islamico, quindi escluderei attentati come quelli commessi da quelle organizzazioni terroristiche. Non possiamo invece escludere attacchi alle sedi diplomatiche americane e israeliane o ad altri centri ebraici».

Dopo l’attacco all’Iran parte dell’opinione pubblica occidentale ha denunciato la violazione del diritto internazionale. Possiamo almeno sperare che questa violazione sia funzionale all’autodeterminazione del popolo iraniano?

«Bisognerebbe rendersi conto che gli iraniani non conoscono il diritto internazionale, perché le violazioni dei loro diritti sono continue. Il diritto internazionale è in crisi in tutto il mondo, ma noi ne abbiamo beneficiato a lungo. Non c’è da stupirsi che un iraniano, che invece non ne ha mai beneficiato, chieda un aiuto esterno. Il sentimento di quegli iraniani che speravano che Trump desse seguito alla sua promessa di difesa è comprensibile».

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