2 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

2 Mar, 2026

La guerra che smonta tutte le illusioni sul Medio Oriente

Missili iraniani su Tel Aviv

La morte di Khamenei e l’escalation tra Israele e Iran non confermano le narrazioni ideologiche degli ultimi mesi: smontano illusioni, smentiscono i piani di spartizione globale e mostrano un Medio Oriente più complesso di quanto il dibattito occidentale voglia ammettere


Adesso è davvero finita, il suicidio è compiuto. Non di Israele, come sostenuto da qualche strampalato pamphlet utile solo a far la fortuna di qualche cinico editore disposto a lucrare sul clima emotivo del momento, ma del fronte opposto, quello iraniano. Il nemico che Tel Aviv si preparava ad affrontare da anni ed anni, durante i quali ha penetrato il paese in ogni modo ed a tutti i livelli, come è stato chiarissimo a partire dalla strategia degli omicidi mirati prima, di guerra aperta dopo, inaugurata dallo Stato ebraico dopo lo shock del 7 ottobre.

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La notizia della morte di Khamenei, la guida suprema della criminale Repubblica islamica, finanziatrice del terrorismo internazionale dal momento della sua stessa fondazione (certo ci sarebbe da capire quanto abbia contato in questo destino il tentativo occidentale di strozzarla in culla via Iraq) e di una serie di proxies capaci di destabilizzare l’area mediorientale per decenni, cominciata a circolare sui media israeliani poco dopo l’ora di pranzo pone fine alla partita iniziata, sempre difficile indicare un punto di inizio dei processi, il 7 ottobre 2023.

Saranno gli storici a dirci se e quanto voluto dal regime di Teheran stesso, perlomeno in quella modalità che oggi, dove le parole hanno perso il proprio tracciato semantico, si direbbe genocidiaria, o se portato dall’ala più radicale, violenta ed ideologizzata di Hamas. Quella che faceva capo a Yahya Sinwar, che ha scalato i gradini della sua organizzazione per la sua repressione sanguinaria delle «spie» palestinesi.

La perdita del principio di realtà

Agli altri, un ampio spettro di persone che vanno da politici opportunisti di vario grado (da Vannacci a Conte), pseudo-analisti, intellettuali intenti a soddisfare la nostalgia per le ideologie degli anni giovanili, attorucoli, attricette, soubrette, ballerini e tutto questo mondo che fu che prende il nome di intellighenzia, rimane restare fedeli alla narrazione che hanno cavalcato attraverso la litania del de profundis di una mai esistita stagione aurea del diritto internazionale, oppure con l’improbabile accostamento fra l’attacco di oggi e l’invasione russa dell’Ucraina.

Non mi ricordavo che l’Ucraina, dal momento della sua nascita, avesse rappresentato una minaccia per i Paesi vicini, dimostrando pretese egemoniche sull’intera area circostante e scaricando decine di migliaia di missili su altri Stati via proxies, per poi invocare il diritto internazionale al momento di subire la loro risposta.

Sono chiaramente deliri ideologici che dimostrano solo quanto ormai il dibattito pubblico viaggi su binari autonomi rispetto a qualunque principio di realtà, scavando un solco che sta cambiando la struttura delle nostre democrazie, inevitabilmente inclini a chiudersi in strutture oligarchiche. Qualcuno le decisioni le dovrà pur prendere.

L’incognita della risposta iraniana

Ovviamente, nessuno può conoscere il destino di un’operazione che, a detta dello stesso Trump durerà giorni, non ore. Abbiamo ancora l’eco del «mission accomplished» pronunciato da W. Bush in Iraq dopo l’invasione del 2003.

Chiaro che, però, la Repubblica islamica possa solo scegliere fra un’uscita onorevole con i vertici trasferiti nell’edificio moscovita a fianco a quello di Assad, oppure essere fatta fuori nei propri vertici un pezzo alla volta. Sarebbe già una fine indolore rispetto all’esser trascinati in strada dalla folla in stile Gheddafi.

Molto dipenderà dall’intensità della risposta iraniana, che, per ora, appare davvero scomposta. La seconda ondata d’attacchi diretta verso Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Giordania, Kuwait, rischia perfino di rinsaldare l’asse Paesi sunniti-Israele, ovviamente colpito anch’esso. Peggio ancora gli attacchi alle basi britanniche a Cipro.

È anche vero che le interpretazioni possono essere molte: reazione in tono minore verso le sole basi americane e (poco) su Israele per lasciare margini di trattativa? Oppure questo è il massimo potenziale di fuoco dell’attuale regime iraniano dopo la guerra di giugno? Troppe ancora le incognite.

Nessun piano di spartizione del mondo

Un punto fermo, però: a smentire l’ennesima semplificazione degli ultimi mesi, non esiste nessun piano Spectre di spartizione del mondo fra satanici leader. L’eventuale spostamento dell’Iran in orbita occidentale non significherà affatto un via libera per Netanyahu per annettersi la Cisgiordania, Gaza e non so cos’altro.

Nessun Paese arabo e musulmano potrà accettare quest’esito, mai. Solo chi non capisce nulla di Medio Oriente poteva pensare a spostamenti palestinesi in Egitto, Sudan, Libia, Indonesia, pianure del Sinai e non so dove altro.

Bibi non potrà portare in dote questo dono già rifiutato da israeliane ed israeliani alle elezioni. Vero è il contrario: prima ci si libererà anche di lui, prima il Medio Oriente potrà prendere la sua nuova direzione.

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