Le condanne per la strage del ponte Morandi e per l’omicidio di due ladri da parte del gioielliere portano alla ribalta una percezione distorta della giustizia, in cui il senso comune la fa da padrone
Due demoni si aggirano nelle viscere e nelle menti del paese; ne corrodono l’etica, ne intaccano la capacità di riflettere. Per prima, l’idea che la giustizia non sia fredda e distaccata ponderazione dei fatti e degli uomini, ma debba costituire una mera, istintiva, passionale cinghia di trasmissione alle pulsioni che il delitto suscita.
E quando l’esito è fallace, inaccettabile, sia il sovrano a concedere la grazia, a emendare la devianza che il popolo percepisce. Quindi, la concorrente convinzione che le vittime del reato debbano trovare ristoro e consolazione dalle manette ai polsi dei colpevoli, dallo spalancarsi delle celle e che questa pretesa – frutto, spesso, di un gigantesco dolore – non possa tollerare mitigazioni e comprensioni.
Due sentimenti che agitano le coscienze, muovono gli schieramenti, aizzano la nuova plebe mediatica; due visioni con le quali acquisisce sostanza e forma la moderna oclocrazia ossia quella che, circa duemila anni or sono, preferì Barabba a Cristo.
Il ponte e il gioielliere
A distanza di pochi giorni Castellucci e Roggero si trovano al centro della discussione per vicende, certo, del tutto diverse (il crollo del ponte Morandi e l’omicidio di due rapinatori), ma che pure rappresentano in qualche modo il frutto avvelenato dell’agire di quei demoni. Parenti delle vittime e superstiti plaudono al carcere che attende probabilmente il vertice delle autostrade italiane, così come parenti e amici pretendono che vada esente da qualunque pena chi ha ucciso dopo aver subito una ingiusta violenza.
Perché la giustizia a questo deve ridursi nel fluire delle emozioni, perché tutto ciò pretende il senso comune ovvero la spontanea, epidermica adesione all’estremismo dei fatti, alla loro primordiale e grezza brutalità. È il senso comune che vuole vendicate le tante vittime di Genova con il carcere ed è lo stesso senso comune che degrada i rapinatori a olocausto per la giusta vendetta della loro vittima. Qualche secolo di storia della civiltà cade sotto i colpi di una società eccitata dall’istantaneità dei social, desiderosa di veder subito scorrere i titoli di coda di ogni vicenda giudiziaria, ubriaca dell’idea di poter esprimere il proprio giudizio, alzando o abbassando il pollice comodamente seduti nei nuovi palchi virtuali dell’arena mediatica.
Il senso comune
Si badi bene: trasmissioni televisive, articoli, pamphlet, carovane di avvocati, criminologi, sociologi, psicologici, giornalisti non sono solo il modo con cui il “mercato” soddisfa questo impulsiva ed esuberante manifestazione di un atavico senso comune, ingiustamente compresso per troppo tempo dalle élite che reggono le istituzioni pubbliche e che impongono tecnicismi e barocchismi finalmente giunti al capolinea.
Già Giambattista Vico (La scienza nuova, 1725) metteva in guardia ricordando che il senso comune è un «giudizio senza riflessione» quantunque condiviso da una classe, da un popolo, da una nazione o dall’intero genere umano. Il problema è che la “sostituzione” culturale e ideologica del senso comune – come sinonimo di buon senso – è un processo che i sacerdoti di questa nuova religione non solo officiano (traendone grandi vantaggi personali a fronte di mediocri percorsi professionali), ma addirittura alimentano e provocano nella certezza di poter manipolare una coscienza collettiva che pretende risposte immediate, efficienti, esemplari.
Il dominio dell’intuizione senza giudizio
Eppure Clifford Geertz (Common Sense as a Cultural System, 1975) aveva chiarito che il senso comune è un sistema culturale la cui egemonia dipende dal fatto che non si presenta come una teoria o una ideologia, ma come ciò che è ovvio, pratico e naturale, che quindi non deve essere esplicitato o giustificato. Per cui contrapporsi e resistere è missione improba, faticosa, destinata forse all’insuccesso.
Ecco che l’innesto di questa deriva intuizionista, individualistica, prepotente, infantile nei gangli della giustizia e dei suoi processi cognitivi, vocazionalmente controintuitivi, genera distorsioni profonde, quasi irreparabili se assecondate supinamente.
Alla fine si consolida la convinzione che non sia necessaria alcuna gelida e distaccata ponderazione dei fatti, che l’intuizione della verità possa surrogarne l’accertamento da parte dei chierici. Una religione sociale fondata sulla luce abbagliante che proviene dal senso comune e dalle sue accecanti ragioni, è il nuovo “occhio” triangolare che ottunde le coscienze e vuole controllarle senza la fatica della filosofia, della politica, delle scienze sociali, del diritto, di tutte le indispensabili mediazioni culturali che l’interpretazione della realtà pretende. Nel mondo dell’intelligenza artificiale, una coscienza sociale parimenti artefatta genera nuove élite e nuovi influencer che, anziché predicare la prudenza del discernimento, aizzano in nome di rudi certezze che non possono essere ulteriormente compresse. Così i demoni prendono possesso del mondo imprigionato dalle proprie pulsioni.




























