Dopo i successi nelle grandi città degli Stati Uniti, la corrente progressista, nota come “socialista”, del Partito Democratico conquista nuove posizioni e alimenta lo scontro interno sul futuro del partito
Martedì scorso Melat Kiros, 29 anni, immigrata di origine etiope, esponente della corrente “socialista” del Partito Democratico americano, ha sconfitto alle primarie del Colorado la deputata uscente di Denver, Diana DeGette, in carica da 15 mandati. Così, dopo i successi registrati a New York e Seattle, l’onda lunga del movimento progressista che vuole scalzare l’establishment democratico, punta ora a conquistare posizioni di rilievo anche a Los Angeles e Washington. Nelle aree urbane l’etichetta di “socialista” solleva sempre meno timori tra gli elettori, sempre più preoccupati dall’aumento del costo della vita.
La crescita dell’ala socialista democratica
Le richieste di maggiore interventismo statale da parte di questi candidati mettono in allarme sia i centristi del partito che gli avversari repubblicani. In un’intervista a 9News della settimana scorsa, Melat Kiros ha chiesto che il modello socialista «sia applicato alla nostra assistenza sanitaria, al nostro accesso al cibo nutriente». Un rivolgimento del welfare americano – tradizionalmente avaro – che ricomprenderebbe pure asili nido e università gratuiti. Per finanziare questo programma Kiros propone di tassare i «centimilionari». Una patrimoniale, insomma.
Allo stesso tempo, i giovani socialisti democratici strizzano l’occhio all’Islam. «Abbiamo destabilizzato gran parte del Medio Oriente. Ciò ha costretto le persone a credere che un altro atto di violenza fosse l’unica risposta possibile», ha detto Kiros ricordando la tragedia dell’11 settembre. Ne consegue una posizione pro-Palestina con la richiesta di un embargo statunitense contro Israele sulle armi, comprese le difese che proteggono i civili dai razzi: «La nostra vendita di armi a Israele, difensive o offensive, fornisce loro la copertura per continuare il genocidio in corso in Palestina e ora la pulizia etnica in corso in Libano».
La vittoria di questi candidati radicali spinge molti democratici dell’establishment ad allinearsi mentre la debolezza politica dei due principali partiti americani li rende sempre più vulnerabili. Se dieci anni fa Donald Trump ha preso il controllo del Partito Repubblicano, lo stesso potrebbe succedere con un'”opa” ostile dei socialisti su un Partito Democratico alla deriva.
L’analisi di Steve Bannon e la polarizzazione americana
Sul punto è intervenuto ieri in un’intervista a Politico Steve Bannon, ideologo dell’internazionale populista. Per l’ex consigliere del presidente Donald Trump, l’ondata di protesta partita con la vittoria del sindaco di New York Zohran Mamdani incarna «un movimento marxista e jihadista» che va ben oltre la Grande Mela e si diffonde in tutto il paese. «Stiamo assistendo alla morte della vecchia politica», avverte Bannon, «Mamdani ha oggi mille persone che fanno porta a porta nei quartieri, è questo che deciderà tutto.
Non si tratta di avere soldi ma di coinvolgere gli elettori, le persone, uno a uno. Hanno slancio perché riescono a coinvolgere le persone con il loro messaggio». Anche le proposte che appaiono impossibili, come gli affitti gratuiti, diventano realistiche perché la gente si mobilita per ottenerli. «Mamdani e le sue truppe credono che nei prossimi tre-cinque anni otterranno il potere assoluto e – aggiunge Bannon rivolto al pubblico repubblicano – se non li fermerete, potrebbero davvero riuscirci».
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Per il guru della destra populista l’unica via per resistere all’onda socialista è reagire con una radicalizzazione ancora maggiore. Nei prossimi mesi, così, l’America potrebbe trasformarsi sempre più nel laboratorio della polarizzazione bipopulista.






























