5 Nov, 2026

Resa dei conti al Pentagono: Hegseth rischia il posto, la guerra in Iran costa 47 miliardi

Pete Hegseth

La sconfitta repubblicana alle Midterm apre una crisi ai vertici della Difesa americana. Il vicepresidente Vance accusa la guerra in Iran di aver fatto perdere le elezioni. Nel mirino il segretario alla Difesa Pete Hegseth e i generali che hanno guidato le operazioni. Trump per ora li difende


La guerra in Iran presenta il conto a Donald Trump. E non soltanto quello militare: oltre 47 miliardi di dollari spesi fino a metà ottobre, di cui 30 miliardi in munizioni. Dopo la sconfitta dei repubblicani alle elezioni di Midterm, al Pentagono si apre una resa dei conti che potrebbe travolgere il segretario alla Difesa Pete Hegseth e alcuni dei più alti comandanti delle forze armate americane.

Il presidente, almeno per ora, esclude licenziamenti. Ma dietro le quinte cresce l’incertezza su chi potrebbe pagare il prezzo politico di una guerra impopolare e ancora senza una soluzione.

Il Washington Post ha raccolto le testimonianze di oltre sei funzionari e persone a conoscenza delle discussioni interne.

Hegseth nel mirino, ma Trump lo difende

Il primo nome è quello di Pete Hegseth, il segretario alla Difesa che negli ultimi mesi è stato uno dei principali sostenitori dell’offensiva contro Teheran, avviata dagli Stati Uniti e da Israele a febbraio.

Hegseth ha difeso pubblicamente la strategia militare dell’amministrazione, attaccando parlamentari e giornalisti che ne contestavano obiettivi, costi e assenza di autorizzazione del Congresso. Dopo le prime settimane di combattimenti aveva proclamato la vittoria e sostenuto che le capacità militari iraniane fossero state neutralizzate per anni. Ma il conflitto è proseguito e un accordo di pace resta lontano.

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Con la vittoria democratica alla Camera e al Senato, la posizione del segretario alla Difesa si fa più delicata. I democratici hanno già annunciato l’intenzione di sottoporre il Pentagono a un controllo parlamentare più stringente.

Trump, tuttavia, non ha dato segnali pubblici di volerlo sostituire. Interrogato sul futuro di Hegseth, ha risposto che sta facendo «un ottimo lavoro» e ha assicurato di non voler licenziare nessuno a causa del risultato elettorale.

I generali Caine e Cooper tra i possibili bersagli

La tensione non riguarda soltanto Hegseth. Secondo le fonti del Washington Post, a rischiare potrebbero essere anche il generale Dan Caine, presidente degli Stati maggiori riuniti, e l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom, il Comando centrale americano che ha diretto le operazioni contro l’Iran.

Cooper è considerato uno degli architetti della campagna militare. Ancora la scorsa settimana si sarebbe recato alla Casa Bianca per raccomandare nuove azioni contro le forze iraniane, mentre Trump oscillava tra l’ipotesi di riprendere operazioni su vasta scala e quella di cercare una via d’uscita diplomatica.

Caine, principale consigliere militare del presidente e del segretario alla Difesa, avrebbe invece espresso preoccupazioni per il consumo delle risorse militari americane e per le conseguenze del conflitto sulla capacità degli Stati Uniti di affrontare altre eventuali crisi. Prima dell’inizio delle ostilità aveva segnalato la scarsità di alcune munizioni e il limitato sostegno degli alleati, con l’eccezione di Israele.

Secondo persone informate sulle discussioni interne, tutti e tre avrebbero fornito in momenti diversi valutazioni troppo ottimistiche sull’andamento della guerra, senza rappresentare con sufficiente chiarezza i rischi e i costi dell’operazione.

Una fonte vicina all’amministrazione sostiene che Trump stia cercando qualcuno a cui attribuire la responsabilità della sconfitta elettorale. Hegseth potrebbe pagarne le conseguenze, ma Caine e Cooper sarebbero considerati bersagli ancora più probabili. Si tratta, per il momento, di ipotesi interne all’amministrazione, non di decisioni annunciate.

Vance: «Abbiamo perso per la guerra»

A rendere ancora più evidente il legame tra la crisi militare e quella politica è stato il vicepresidente J.D. Vance.

In un lungo messaggio sui social, pubblicato dopo il voto, Vance ha attribuito direttamente alla guerra in Iran la sconfitta repubblicana. Secondo il vicepresidente, molti elettori che nel 2024 avevano sostenuto Trump e lui stesso hanno scelto questa volta i democratici.

È un’ammissione politicamente pesante. La guerra, presentata inizialmente dall’amministrazione come un’operazione destinata a ottenere risultati rapidi, è diventata uno dei principali terreni di contestazione della Casa Bianca.

Il conto della guerra: 47 miliardi di dollari

Il dato più impressionante riguarda le risorse consumate. Secondo una stima del Comando centrale americano, la guerra contro l’Iran è costata oltre 47 miliardi di dollari fino alla metà di ottobre.

Di questa cifra, circa 30 miliardi sono stati spesi soltanto per le munizioni. Un consumo che mette sotto pressione le scorte americane e apre interrogativi sulla capacità delle forze armate di sostenere contemporaneamente altre operazioni.

Il Pentagono deve inoltre fare i conti con un bilancio della Difesa da 1.500 miliardi di dollari proposto dall’amministrazione Trump. Tra le priorità figurano il sistema di difesa antimissile Golden Dome e la riorganizzazione del Dipartimento della Difesa secondo le linee volute dalla Casa Bianca.

Ma l’approvazione del pacchetto si complica dopo la sconfitta repubblicana. Restano poco più di venti giornate legislative prima dell’insediamento del nuovo Congresso, il 3 gennaio, e anche tra i repubblicani emergono dubbi sulla possibilità di approvare integralmente il piano.

Il Congresso democratico prepara le indagini sul Pentagono

La vittoria democratica cambia anche i rapporti di forza a Washington. Dal 3 gennaio il Congresso potrà esercitare un controllo molto più incisivo sull’amministrazione e sulle scelte del Pentagono.

Adam Smith, destinato ad assumere la guida della commissione Forze armate della Camera, ha già indicato come priorità un’attività di vigilanza rigorosa sul Dipartimento della Difesa.

Le possibili indagini non riguarderebbero soltanto la guerra in Iran. Nel mirino potrebbero finire anche le operazioni militari contro presunti trafficanti di droga, la rimozione di numerosi alti ufficiali e le trasformazioni imposte da Hegseth all’organizzazione delle forze armate.

Intanto il deputato repubblicano Thomas Massie dovrebbe tentare nuovamente di portare alla Camera una proposta di impeachment contro il segretario alla Difesa per la gestione del conflitto iraniano. Un precedente tentativo, a settembre, era stato bloccato dalla leadership repubblicana.

Per Hegseth, dunque, il problema non è soltanto conservare la fiducia del presidente. È anche prepararsi a un Congresso deciso a chiedere conto delle scelte militari, dei finanziamenti e delle responsabilità politiche di una guerra che continua.

E mentre Trump assicura che nessuno perderà il posto per il risultato delle Midterm, al Pentagono cresce il timore che la sconfitta elettorale possa aprire una stagione di licenziamenti e regolamenti di conti. L’onda blu va cavalcata adesso, l’alternativa è allontanarsi veloci.

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