La Camera approva la risoluzione con 220 voti contro 204 e sette repubblicani si schierano con i democratici. Il conflitto perde consenso tra gli americani e la fronda cresce anche al Senato
La Camera degli Stati Uniti sfida per la terza volta Donald Trump sulla guerra contro l’Iran. Con 220 voti favorevoli e 204 contrari ha approvato una risoluzione che chiede al presidente di porre fine alle operazioni militari oppure di ottenere dal Congresso un’autorizzazione esplicita per proseguirle. Sette repubblicani hanno votato insieme ai democratici.
La risoluzione non ha forza di legge, ma il voto assume un peso politico particolare: è la quinta volta che una maggioranza bipartisan in uno dei due rami del Congresso cerca di limitare i poteri di guerra di Trump. E arriva mentre cresce negli Stati Uniti il malcontento per un conflitto iniziato il 28 febbraio e ormai diventato anche un problema di politica interna, a poche settimane dalle elezioni di midterm.
Secondo il New York Times, dall’inizio della guerra il Congresso ha già votato 19 volte su risoluzioni relative ai poteri presidenziali sull’Iran: sei alla Camera e tredici al Senato.
Sette repubblicani votano con i democratici
A presentare la risoluzione è stato Seth Moulton, deputato democratico del Massachusetts e veterano di guerra, secondo il quale il conflitto con l’Iran «non solo ha fallito, ma si è ritorto contro» gli Stati Uniti.
Tra i repubblicani che hanno rotto con il partito figurano Tom Barrett, Warren Davidson, Brian Fitzpatrick e Thomas Massie, che avevano già sostenuto precedenti tentativi di limitare l’azione militare. A loro si sono aggiunti Nancy Mace, Mariannette Miller-Meeks e Zach Nunn, che in passato avevano invece votato contro misure analoghe.
Nunn, veterano di guerra, ha spiegato che, chiusa la finestra dei negoziati, la prosecuzione delle operazioni militari richiede ormai l’autorizzazione del Congresso. Dall’inizio della guerra sono morti 18 militari statunitensi, due dei quali provenivano dal suo Stato, l’Iowa.
Il consenso sulla guerra crolla
Dietro lo scontro istituzionale c’è anche un problema sempre più evidente per Trump: il consenso degli americani. Un sondaggio nazionale New York Times/Siena University rileva che soltanto il 31% degli elettori probabili approva la guerra contro l’Iran. Tra i repubblicani il sostegno sale al 77%, mentre tra gli indipendenti scende al 21%.
Il conflitto pesa anche sul portafoglio degli americani. Il prezzo della benzina ha superato i quattro dollari al gallone e quello medio del diesel ha raggiunto la scorsa settimana il record di sei dollari al gallone, con conseguenze che si stanno propagando dai trasporti aerei all’agricoltura e ad altri settori dell’economia.
La guerra è già costata 38 miliardi
C’è poi il conto diretto delle operazioni militari. Secondo il Congressional Budget Office, dal 28 febbraio al primo agosto la guerra è costata agli Stati Uniti circa 38 miliardi di dollari. La stima è incompleta perché il Pentagono non avrebbe fornito tutti i dettagli sulle spese sostenute.
«Questo Congresso non ha autorizzato una guerra con l’Iran», ha attaccato Gregory Meeks, il democratico più importante della commissione Esteri della Camera. Meeks ha accusato l’amministrazione di aver mantenuto i militari americani in combattimento senza una dichiarazione di guerra. Senza l’autorizzazione del Congresso e senza un piano per concludere il conflitto.
La fronda cresce anche al Senato
Il fronte critico comincia ad allargarsi anche tra i repubblicani del Senato. Thom Tillis, che finora aveva votato contro i tentativi di limitare i poteri di Trump sulla guerra, ha annunciato che adesso è pronto a sostenere una misura di questo tipo.
«È arrivato il momento di chiarire gli obiettivi strategici e cominciare a misurare i risultati», ha detto Tillis, osservando che questa chiarezza è mancata dall’inizio del conflitto. Secondo il senatore, da quando a metà luglio la stessa amministrazione ha cominciato a definire formalmente quello iraniano come un conflitto bellico, sarebbe scaduto anche il periodo entro il quale Trump avrebbe dovuto ottenere l’autorizzazione del Congresso.
Il voto della Camera non ferma la guerra. Ma fotografa una frattura che si sta allargando dentro il Congresso repubblicano, il conflitto è finoto nella campagna per le elezioni di metà mandato.
































