9 Settembre 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

8 Set, 2026

Israele, il giorno del giudizio per Netanyahu

Benjamin Netanyahu

Le rivelazioni sugli avvertimenti ricevuti prima dell’attacco di Hamas investono il premier: 12 Paesi occidentali colpiscono gli insediamenti in Cisgiordania. Sicurezza e isolamento internazionale sono il terreno su cui si gioca il futuro politico di Netanyahu


Dodici Paesi occidentali aprono un nuovo fronte contro Israele e, nel giorno in cui Benjamin Netanyahu viene investito dalle rivelazioni sugli avvertimenti ricevuti prima del 7 ottobre, la pressione internazionale si salda con la crisi politica interna.

Regno Unito, Francia, Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia hanno annunciato restrizioni al commercio con gli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Londra ha scelto la linea più dura: stop alle importazioni dalle colonie, nuove sanzioni contro coloni estremisti e contro aziende e individui che ne sostengono l’espansione, divieto di pubblicizzare proprietà negli insediamenti.

Londra guida il fronte contro le colonie

Il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband ha parlato alla Camera dei Comuni di «pulizia etnica» in alcune aree della Cisgiordania, perpetrata da coloni estremisti, accusando il governo israeliano di aver troppo spesso chiuso gli occhi. Ha anche formalizzato la posizione di Londra: l’occupazione della Cisgiordania è illegale e il nuovo regime di sanzioni resterà distinto da qualsiasi boicottaggio di Israele entro i confini internazionalmente riconosciuti.

Washington si schiera con Netanyahu

La reazione israeliana è stata immediata. Gideon Sa’ar ha definito le accuse britanniche «oltraggiose e false» e, d’intesa con Netanyahu, ha annunciato la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme e l’esclusione di Londra dai programmi di coordinamento per Gaza e con l’Autorità palestinese. Israele ha inoltre vietato l’ingresso a dodici cittadini britannici, tra cui Jeremy Corbyn. Il presidente Isaac Herzog ha parlato di grave errore.

Washington si è schierata con Israele. Il segretario di Stato Marco Rubio ha chiarito che gli Usa non seguiranno Londra sulla strada delle sanzioni commerciali agli insediamenti. L’ambasciatore Usa in Israele Mike Huckabee aggiunge che le sanzioni britanniche «provocheranno senza dubbio una reazione statunitense» e potrebbero avere conseguenze economiche per imprese britanniche negli Stati Uniti. L’Autorità palestinese ha invece salutato la decisione dei dodici Paesi come un «passo importante».

L’Italia resta fuori dai dodici Paesi

L’Italia resta fuori dai dodici Paesi sanzionanti e Tajani motiva la scelta sostenendo che le misure commerciali vadano decise a livello UE per evitare distorsioni del mercato interno. L’opposizione attacca il governo: Conte accusa l’Italia di restare «spettatrice silenziosa», mentre Magi chiede perché Roma non abbia aderito all’iniziativa dei dodici.

L’avvertimento prima del 7 ottobre

Il nuovo scontro arriva mentre in Israele esplode un caso potenzialmente ancora più pesante. Secondo Haaretz, circa dieci giorni prima del 7 ottobre 2023 il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed avrebbe avvertito personalmente Netanyahu che Yahya Sinwar stava preparando una grande operazione contro Israele. La telefonata sarebbe durata 45 minuti. L’allarme proveniva da contatti tra Sinwar e un dirigente di Fatah, al quale il leader di Hamas aveva parlato di una “grande sorpresa” e di un “terremoto”.

Il messaggio era già arrivato allo Shin Bet il 15 settembre. Ma alla fine del mese Bin Zayed avrebbe chiamato direttamente Netanyahu, che secondo la ricostruzione avrebbe minimizzato il pericolo, sostenendo che Gaza fosse sotto controllo e che l’eventuale escalation avrebbe riguardato soprattutto la Cisgiordania. Soprattutto, non avrebbe informato i vertici della sicurezza del colloquio con il leader emiratino.

Netanyahu nega: «Menzogna totale»

L’ufficio del premier nega che la telefonata sia mai avvenuta e parla di «menzogna totale». Ma Naftali Bennett ha detto pubblicamente di sapere che la ricostruzione è vera e ha accusato Netanyahu di «negligenza criminale». Il primo ottobre, sei giorni prima dell’attacco, l’allora capo dello Shin Bet Ronen Bar avrebbe inoltre proposto un’azione preventiva contro Hamas e contro i suoi vertici. Netanyahu non prese alcuna decisione. Un alto funzionario dello Shin Bet ha dichiarato che conoscere l’avvertimento emiratino avrebbe potuto cambiare radicalmente la lettura dei segnali disponibili e il quadro di intelligence.

Il 7 ottobre entra nella campagna elettorale

L’opposizione ha reagito con una dichiarazione congiunta firmata da Gadi Eisenkot, Bennett, Yair Golan e Avigdor Liberman, chiedendo un’indagine immediata e una commissione statale. Eisenkot sostiene che Netanyahu abbia ignorato «decine di avvertimenti» e lo considera non idoneo a governare. Golan è ancora più duro e lo definisce illegittimo. Il punto politico è ormai evidente: il 7 ottobre entra nella campagna elettorale non più soltanto come fallimento dell’intelligence, ma come possibile fallimento personale del primo ministro.

Il voto è fissato per il 27 ottobre e alcuni sondaggi danno Yashar di Eisenkot davanti al Likud. Netanyahu può ancora tentare di trasformare l’offensiva diplomatica sulle colonie e le accuse sul 7 ottobre in una narrazione di accerchiamento: Israele sotto attacco all’esterno, il suo leader sotto attacco all’interno. Ma i due dossier colpiscono insieme i due pilastri della sua leadership: la sicurezza e la capacità di proteggere il Paese dall’isolamento internazionale.

Mai sul fronte internazionale Netanyahu era stato attaccato così frontalmente. Adesso le elezioni in Israele si trasformano, oltre che in un giudizio sulla mancata sicurezza promessa e sull’isolamento crescente del Paese, in un giudizio sulla lunga era della sua permanenza al potere.

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