9 Settembre 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

9 Set, 2026

Se per il generale Reggio diventa la Sassonia d’Italia

Vannacci cerca nelle suppletive del 28 settembre la prova che Futuro Nazionale può trasformarsi da partito personale in forza radicata sul territorio. E Reggio Calabria diventa un laboratorio


«Reggio Calabria sarà la nostra Sassonia».

Quando un generale annuncia di voler trasformare Reggio nella Sassonia d’Italia, il minimo che si possa fare è controllare dove sia finita la carta geografica. Perché Roberto Vannacci non sta semplicemente presentando un candidato a una suppletiva. Sta cercando una battaglia simbolica, una specie di Waterloo al contrario, dalla quale uscire con la prova che Futuro Nazionale non è più soltanto il partito di un generale diventato politico, ma una forza capace di conquistare terreno.

La Sassonia e Reggio Calabria

Il paragone, naturalmente, è spericolato. La Sassonia ha più di quattro milioni di abitanti, la Calabria meno di due. E soprattutto a Reggio non vota la Calabria: votano meno di 300mila elettori di un collegio della Camera, 71 Comuni raccolti intorno alla città dello Stretto. È il seggio lasciato libero da Francesco Cannizzaro, il “Ciccio” di Forza Italia, che dopo due legislature ha preferito il municipio di Reggio alla poltrona di Montecitorio. Alle ultime politiche votò meno di un elettore su due.

Eppure una somiglianza, fra i due mondi, c’è. Povertà e immigrazione. Una miscela esplosiva. Due parole che bastano spesso a spiegare perché le destre radicali riescano a scavare sotto il pavimento della politica tradizionale. La Calabria resta una delle regioni più povere d’Europa e l’immigrazione, pur essendo assai inferiore a quella dei Länder tedeschi, viene trasformata anche qui in una potente calamita elettorale. Quando la similitudine riguarda la povertà tutto diventa possibile.

La talpa delle destre radicali

Vannacci lo sa e ha scelto la metafora più impegnativa. In Germania l’AfD è diventata la talpa che scava sotto il terreno della Repubblica, facendo affiorare paure, rancori e persino fantasmi neonazisti che le cancellerie europee avrebbero preferito considerare definitivamente sepolti. Il suo successo nei Länder orientali ha allarmato Berlino e non solo Berlino. E il generale italiano adesso prova a dire: guardate che quella talpa può scavare anche qui.

Ecco perché una suppletiva calabrese, che normalmente finirebbe nelle pagine locali fra un ballottaggio e una sagra della soppressata, può assumere persino una valenza europea. Non perché Reggio possa decidere il destino dell’Europa, ci mancherebbe. Ma perché Vannacci vuole che il suo risultato venga letto come un tassello dello stesso fenomeno che attraversa il continente: la crescita delle destre nazionaliste, la rivolta contro le élite, l’insofferenza verso Bruxelles, l’immigrazione trasformata in emergenza permanente.

Il generale alla prova del voto

Il punto è che, per una volta, il generale deve misurarsi con qualcosa di meno obbediente di una truppa. Il voto. La partita, infatti, non è affatto semplice. Il collegio è un piccolo feudo di Forza Italia e il centrodestra avrebbe potuto amministrare la successione senza troppi patemi. Fabio Roscioli, tesoriere nazionale azzurro e avvocato di Fininvest, sembrava il candidato naturale della continuità. Poi è comparso Domenico Giannetta, ex capogruppo regionale di Forza Italia, vecchio democristiano della politica calabrese, uomo di apparato e di territorio. E soprattutto uomo che ha deciso di scambiare la casacca con una divisa.

Niente di scandaloso, naturalmente. La politica italiana conosce da sempre il miracolo della conversione: basta che cambi il treno e molti scoprono di avere sempre creduto nella nuova destinazione. Giannetta ha trovato in Vannacci il suo nuovo convoglio e Vannacci ha trovato in Giannetta qualcosa che i generali, quando scendono in politica, scoprono presto di non avere: una rete territoriale.

Roberto Occhiuto, però, non ha gradito. Il presidente della Regione lo ha accompagnato alla porta della maggioranza e ha invitato Vannacci a non fare il gradasso prima del 28 settembre. È una frase che contiene più politica di quanto sembri. Perché il problema, per il centrodestra, non è soltanto perdere o vincere un seggio. È capire quanto può crescere Vannacci senza cominciare a rosicchiare consenso agli alleati.

L’adunata e i primi ammutinamenti

E il generale, nel frattempo, prepara l’adunata. Il 13 settembre sarà a Siderno con Domenico Furgiuele e Giannetta. Una scenografia quasi militare per un partito che, nonostante il linguaggio marziale, deve ancora dimostrare di saper stare in piedi sulle proprie gambe. Anche perché l’armata ha già avuto qualche ammutinamento. Dopo l’assemblea regionale di luglio, circa 600 iscritti dei comitati di Lamezia hanno annunciato il ritiro, denunciando nomine calate dall’alto e scarsa meritocrazia. I vertici hanno contestato i numeri e ridimensionato la defezione. Ma in un partito appena nato è curioso che la prima guerra interna sia già quella sui numeri delle truppe.

Il laboratorio di Reggio

E allora Reggio diventa davvero una Sassonia, ma forse non per il motivo immaginato da Vannacci. È un laboratorio. Qui si misura se il generale riesce a trasformare il consenso personale in consenso organizzato, se la protesta può diventare struttura, se il linguaggio della rivolta può diventare un partito. Soprattutto si misura se l’Italia sta davvero entrando nella stessa stagione politica che sta scuotendo la Germania e altre democrazie europee.

La talpa continua a scavare. Il problema è capire quanto terreno abbia ancora da attraversare e, soprattutto, cosa troverà quando tornerà in superficie. Il 28 settembre sapremo se quella di Vannacci sarà stata una vera armata o una nuova Brancaleone in uniforme. I generali, si sa, hanno strategie imprevedibili. Ma c’è una cosa che nemmeno un generale può comandare: il voto. E quello, per fortuna, non marcia mai perfettamente al passo con le previsioni.

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