27 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

27 Ago, 2026

Muore a 84 anni Ratko Mladic, il “Macellaio di Bosnia”

La morte del generale serbo-bosniaco Ratko Mladic, che muore a 84 anni da condannato all’ergastolo per genocidio e crimini di guerra, chiude simbolicamente una delle pagine più sanguinose della dissoluzione jugoslava


Il “Macellaio di Bosnia” è morto. Ratko Mladic, condannato all’ergastolo per genocidio e riconosciuto responsabile della strage di Srebrenica, è spirato ieri a ottantaquattro anni presso il reparto ospedaliero del centro di detenzione Onu all’Aia. Mladic è deceduto sotto custodia delle Nazioni Unite, dove si trovava fin dalla condanna per tutta la lunghissima serie di crimini commessi in Bosnia dalle violente truppe sotto il suo comando.

Un conflitto ancora nella memoria europea

Una morte che chiude, almeno simbolicamente, un ciclo iniziato più di trent’anni fa e costato la vita a migliaia di civili innocenti in quello che è stato un conflitto tanto sanguinoso da rimanere impresso nella memoria collettiva di tutto il continente. Sì, perché Mladic rappresentava, forse più di chiunque altro, la violenza liberata sulle popolazioni della fu Jugoslavia dalla caduta della struttura comunista guidata per trent’anni da Josip Broz Tito.

Fu uno dei principali responsabili militari della politica di pulizia etnica durante la guerra in Bosnia, che causò carneficine inaudite, come quella del luglio 1995, in cui le forze serbo-bosniache da lui comandate uccisero almeno 8.000 musulmani bosniaci nella zona dichiarata «area protetta» dall’Onu. La peggiore atrocità commessa in Europa dalla Seconda guerra mondiale.

Ma il suo curriculum di morte non si limita a questo. Mladic fu infatti anche protagonista del tristemente noto assedio di Sarajevo, città sottoposta al bombardamento combinato di artiglieria, carri armati, mortai e mitragliatrici per oltre tre anni. Scempio che causò la morte di circa 10.000 persone, prevalentemente civili.

Il progetto della Grande Serbia

Secondo il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, l’obiettivo della campagna era la «pulizia etnica». I soldati di Mladic e dei suoi sodali erano lì per espellere con la forza musulmani bosniaci, croati e altri non serbi per creare territori destinati a una Grande Serbia da costituire sulle ceneri della vecchia Repubblica Federale. Un potente stato militarista da erigere al prezzo di decine di migliaia di civili appartenenti alle altre etnie un tempo concittadine.

La sua parabola criminale finì molto dopo la conclusione dei conflitti con cui divenne noto, nel 2011, quando venne arrestato dopo 16 anni di latitanza a Belgrado. Nel 2017 venne condannato all’ergastolo dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, condanna confermata in appello nel 2021.

Il tribunale stabilì infatti che Mladic aveva partecipato, insieme all’ex presidente serbo Slobodan Milosevic e al leader politico serbo-bosniaco Radovan Karadzic, a un piano criminale dalla portata genocidiaria. «Non riconosco questo tribunale», disse Mladic durante un’udienza nel 2014, per poi arrivare qualche anno dopo, durante la lettura della condanna, ad urlare: «Sono tutte bugie, siete tutti bugiardi!».

Una responsabilità senza dubbi

Eppure, nonostante le sue parole, non ci sono mai stati particolari dubbi circa la sua partecipazione alle efferatezze di cui è stato accusato e per cui è stato condannato. Al tempo dei fatti, né lui né i suoi tentarono di nascondere gran che di ciò che avevano compiuto.

Ma la morte di Mladic, forse, fa scaturire più domande di quante non ne chiuda. Del resto, che ne è oggi del suo lascito? L’ex Jugoslavia ha lavato via le colpe del passato e superato il delirio febbrile di quei primi anni di disgregazione? A giudicare dalle parole del leader separatista serbo-bosniaco Milorad Dodik parrebbe che questo non si possa affermare con certezza, visto che a suo dire quanto successo a Mladic «è un omicidio. Era rispettato dal popolo serbo. Come comandante si era schierato a difesa dei serbi».

Della stessa opinione anche il politico ultranazionalista serbo Vojislav Seselj, il quale ha sostenuto che «Mladic ha combattuto a lungo contro quei criminali; si aspettavano la sua morte due o tre anni fa, ma lui non si è arreso… Lo hanno ucciso». Apparentemente, certe correnti sono sopravvissute ai drammi di trent’anni fa. C’è solo da sperare che l’esperienza di Mladic, più che rafforzare queste posizioni, metta in guardia la grande maggioranza delle popolazioni di quei luoghi sui pericoli che esse comportano.

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