Il Qatar tenta di riaprire il canale diplomatico tra Iran e Usa mentre lo Stretto di Hormuz resta il principale punto di tensione
Non è ancora il negoziato. È il tentativo di riaprirne la porta. Il Qatar porta la diplomazia a Teheran mentre la guerra tra Iran e Stati Uniti si avvicina al sesto mese senza una svolta. Il premier e ministro degli Esteri Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, dopo le missioni di Pakistan e Oman, prova a riaprire il canale tra Washington e Teheran, mentre la Casa Bianca ribadisce che al momento non sono in corso negoziati. Al centro della partita c’è Hormuz, dove la sicurezza della navigazione, il rischio di nuove escalation e il peso strategico dello Stretto rendono ogni passo diplomatico ancora estremamente fragile.
Al centro c’è Hormuz. Con il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, Doha ha discusso un progetto «a fasi» per un corridoio temporaneo di navigazione nello Stretto e un piano congiunto di sminamento con Iran e Oman. Non un accordo di pace, ma il primo possibile terreno concreto della de-escalation. Il punto è anche economico: lo Stretto resta uno snodo energetico mondiale, trasformando ogni giorno di chiusura in una leva di pressione su mercati, petrolio e catene di approvvigionamento.
Poi il messaggio politico. Al Thani, incontrando il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, ha sottolineato «la necessità di riprendere il processo diplomatico», definendo il dialogo «la via migliore per affrontare le divergenze ed evitare un’ulteriore escalation nella regione». Ghalibaf ha indicato la «necessità di abbassare le tensioni».
I segnali da Teheran
Da Teheran arrivano segnali compatibili. Il presidente Masoud Pezeshkian ha ribadito: «Non abbiamo iniziato la guerra e ci siamo difesi», ma anche: «La guerra non è sempre la via per superare i problemi». Ghalibaf, rivolto ai contrari al negoziato, ha tagliato corto: «I negoziati non sono un valore in sé né un tabù».
Ma mentre la diplomazia prova a costruire un varco, Hormuz resta incandescente. Una petroliera è stata colpita da un proiettile non identificato nelle acque tra Iran e Oman e ha preso fuoco. L’equipaggio è salvo, ma l’episodio conferma quanto sia fragile qualsiasi tentativo di normalizzare la navigazione nello Stretto. Ed è proprio qui che si misura la distanza fra le parole e i fatti.
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Washington considera la riapertura di Hormuz una priorità e Donald Trump continua a sostenere che lo Stretto sia operativo. Teheran e i mediatori regionali discutono invece ancora di un corridoio sicuro e della bonifica delle mine. La stessa via d’acqua è dunque, nello stesso momento, il problema da risolvere e il possibile strumento per cominciare a risolverlo.
Il Pakistan rilancia la mediazione
Il Pakistan conferma intanto di proseguire gli sforzi diplomatici: Islamabad ha inviato a Teheran il capo delle forze armate pakistane Asim Munir per tentare di rilanciare il memorandum d’intesa di giugno sulla riapertura dello Stretto. Anche l’Oman resta dentro il tentativo di mediazione, dopo la recente visita del ministro degli Esteri Badr al-Busaidi nella capitale iraniana.
Il quadro resta però durissimo. Gli Stati Uniti hanno scelto di aumentare la pressione economica su Teheran, mentre l’Iran respinge le nuove sanzioni e accusa Washington di voler trasformare il confronto militare in una guerra economica. Il negoziato, quindi, non è ripartito: si sta ancora cercando il punto da cui farlo ripartire.
È qui che si gioca la missione del Qatar. Doha, insieme a Oman e Pakistan, non porta a Teheran un accordo già pronto: prova a costruire le condizioni per tornare a negoziare. Prima il corridoio. Poi lo sminamento. Poi la de-escalation. E, se le due capitali accetteranno, il ritorno al tavolo. La pace resta lontana. Ma oggi la strada per cercarla passa da Hormuz.






























