Metà dell’Inghilterra è in siccità, luglio è stato il mese più secco dal 1836 e Thames Water ha imposto forti restrizioni. I parchi londinesi sono diventati distese color paglia e cresce l’allarme per le riserve idriche
LONDRA – Nelle villette di Richmond, Wimbledon, Chiswick o Hampstead basta una pianta ancora verde per far nascere un sospetto. Da quando è stato vietato l’utilizzo dei tubi da giardino per annaffiare prati, aiuole e balconi, la proverbiale educazione britannica si è trasformata in un silenzioso gioco di spionaggio. Le tende si scostano appena. Una finestra si apre quel tanto che basta per controllare il giardino accanto.
Se la siepe del vicino è ancora rigogliosa mentre la propria ha ormai perso tutte le foglie, qualcosa non torna. Nessuno discute, nessuno alza la voce. Ci si limita a incrociare lo sguardo. Freddo. Diffidente. Quasi ostile. Perché in un Paese dove il rispetto delle regole è una religione civile, una siepe troppo verde può diventare il corpo del reato.
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Londra color paglia
Poi basta uscire di casa e Londra racconta il resto. I vetri dei Double Decker non riflettono più il cielo inglese. Sono opachi, impastati da una patina di polvere che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrata impensabile. La compagnia dei trasporti ha ridotto i lavaggi.
Nella patria della pioggia lo scenario è apocalittico. Malori, allergie, colpi di calore. Hyde Park, St. James’s Park, Kensington Gardens, Regent’s Park, Richmond Park e Battersea Park hanno perso il colore che li ha resi famosi nel mondo. I prati, orgoglio nazionale degli inglesi, sono diventati immense distese color paglia.
Camminandoci sopra non si sente più l’umidità dell’erba, ma il rumore secco del fieno. Aiuole bruciate, foglie che ricoprono i vialetti come fosse ottobre, gli alberi con chiome sempre più rade. In molti quartieri i tecnici comunali hanno anticipato le potature: troppi rami secchi rischiano di cadere.
Le scuole sono chiuse, ma i centri estivi continuano a riempire i parchi. È forse questa l’immagine più malinconica dell’estate londinese. Gli educatori accompagnano i bambini sotto i pochi irrigatori ancora in funzione e li lasciano correre tra gli spruzzi. Per qualche minuto ridono, urlano, si rincorrono come fosse una piscina improvvisata. Londra non è abituata a convivere con temperature simili. Nei giorni scorsi il termometro ha raggiunto i 36 gradi. Ieri il caldo ha concesso una tregua, con minime scese nella notte, ma il terreno continua a pagare il prezzo di mesi senza pioggia. I runner hanno cambiato orari.
La «cospirazione del silenzio» sulle acque
Il problema, però, va ben oltre il caldo. The Guardian ha lanciato un durissimo atto d’accusa contro quella che definisce una vera e propria «cospirazione del silenzio». Non soltanto sulla siccità, ma sul progressivo deterioramento della qualità delle acque britanniche.
Cita un rapporto dell’Environment Agency: ricorda che appena il 14,3 per cento di fiumi, laghi, rive ed estuari inglesi raggiunge uno stato ecologico soddisfacente. Nel resto del Paese aumentano le preoccupazioni per microplastiche, sostanze chimiche persistenti e altri inquinanti che finiscono nei corsi d’acqua, alimentando un’emergenza ambientale rimasta troppo a lungo ai margini del dibattito politico.
Metà dell’Inghilterra è ufficialmente in condizioni di siccità. Luglio è stato il mese più secco dal 1836 e le riserve idriche continuano a diminuire dopo settimane con precipitazioni praticamente inesistenti e quattro ondate di caldo consecutive. Le restrizioni imposte da Thames Water sono tra le più severe degli ultimi anni. Vietato utilizzare i tubi da giardino, riempire piscine private, lavare l’automobile o irrigare prati e balconi.
Misure inevitabili per una società che garantisce l’approvvigionamento idrico a circa quindici milioni di persone ma che da anni è al centro di polemiche feroci. Da una parte un indebitamento enorme che ne mette a rischio la stabilità finanziaria; dall’altra le accuse per gli sversamenti di liquami nel Tamigi e nei fiumi inglesi e per una rete idrica vecchia che disperde ogni giorno miliardi di litri d’acqua prima ancora di arrivare ai rubinetti delle case. Mentre ai cittadini si chiede di risparmiare ogni goccia, c’è chi continua a domandarsi quanta acqua venga invece persa sotto terra.
La siccità colpisce anche le campagne
Anche le campagne britanniche presentano il conto. La National Farmers’ Union parla apertamente del rischio di una riduzione della produzione agricola e di nuovi rincari alimentari nei prossimi mesi.
Frutta, ortaggi e cereali soffrono l’assenza di pioggia, i costi dell’irrigazione aumentano, e molti agricoltori chiedono interventi urgenti per poter realizzare bacini di accumulo. Per gli inglesi più anziani è inevitabile tornare con la memoria al 1976, l’anno della grande siccità. Allora comparvero le file davanti alle fontanelle pubbliche, il governo nominò perfino un ministro incaricato esclusivamente dell’emergenza idrica e si arrivò a discutere delle soluzioni più fantasiose.
Si parlò di convogli di autocisterne diretti verso il Sud dell’Inghilterra, di razionamenti, perfino dell’ipotesi di trainare giganteschi iceberg dall’Atlantico fino all’estuario del Tamigi. Idee rimaste sulla carta, ma sufficienti a raccontare il clima di quei mesi.
L’eccezione diventata normalità
Cinquant’anni dopo, però, nessuno ride più. Perché allora quella fu considerata un’anomalia. Oggi è la terza grande siccità nel giro di cinque anni. Il cambiamento climatico ha trasformato l’eccezione in una prospettiva ricorrente. E Londra scopre tutta la propria fragilità. Una città costruita per ripararsi dalla pioggia e non dal sole.
Dove la maggior parte delle abitazioni continua a non avere l’aria condizionata. «A Southampton li abbiamo installati nell’ospedale», racconta sconsolato l’ingegnere della società che ha realizzato gli impianti. «Ma il sistema è stato progettato per funzionare fino a 28 gradi. Oltre quella soglia i macchinari vanno in tilt. Come noi».































