Lo scontro tra la Casa Bianca di Donald Trump e i grandi media americani si riaccende dopo la scelta di alcuni di non trasmettere il suo discorso
Donald Trump torna allo scontro aperto con i grandi media americani. Il discorso tenuto ieri sullo sfondo della Casa Bianca contro i suoi avversari interni è stato trasmesso solo da alcune emittenti, mentre CNN, NBC e ABC hanno scelto di non mandarlo in onda. Una decisione che il presidente ha interpretato come una conferma del presunto “complotto” dei media contro di lui e che riaccende il confronto sul rapporto tra potere politico, libertà di stampa e controllo dei media americani.
Il discorso di Donald Trump contro i suoi nemici interni tenuto ieri con lo sfondo della Casa Bianca ha avuto molti meno spettatori del previsto. Diverse grandi emittenti americane – tra cui la CNN, NBC e la ABC – hanno infatti scelto di non trasmettere il discorso presidenziale. Ritenendolo l’ennesimo sproloquio di un leader ostile alla democrazia e alla libertà di stampa.
Decisione contro cui Trump si è scagliato nel suo stesso discorso: «Hanno deciso di non trasmettere il mio discorso perché sanno quanto è corrotto il sistema e sono parte del complotto. Vogliono proteggere la sinistra», ha affermato minacciando di revocare la licenza alle due emittenti televisive.
Un rapporto conflittuale con la stampa americana
Non è la prima volta che il leader americane e le maggiori Tv del Paese arrivano ai ferri corti. Eletto dieci anni fa con un programma populista in buona parte incentrato sull’idea che i media tradizionali fossero complici delle élite al potere nell’insabbiare i problemi del Paese, il rapporto tra il tycoon e la stampa è sempre stato lontano dall’essere idilliaco. Dopo il suo ritorno al potere nel 2025 tuttavia, la situazione si è deteriorata. L’amministrazione Trump ha negato l’accesso alle conferenze stampa ai giornalisti non allineati e ha presentato varie cause contro le “fake news” dei “giornaloni” americani.
I media tradizionali presi di mira hanno reagito alla crescente polarizzazione rifiutandosi di cedere ai diktat trumpisti, rifiutandosi di collaborare con le autorità e lanciando programmi di fact cheking contro i discorsi di Trump. In risposta il presidente, attraverso il suo alleato Brandon Carr, presidente dell’autorità federale per le telecomunicazioni, ha cercato di intromettersi nella programmazione televisiva. Minacciando altrimenti ripercussioni sulle licenze e procedure d’infrazione.
Una potenziale rappresaglia che l’opposizione democratica non ha esitato a definire «un attacco autoritario alla democrazia». Ma accanto alle pressioni pubbliche, Trump ha anche lanciato un’altra manovra meno esplicita. Mettere sotto controllo le Tv dell’America, un piano che vede al centro la multinazionale dell’informatica Oracle (53 miliardi di fatturato nel 2024).
Il ruolo di Larry Ellison e Oracle nella partita mediatica
Il proprietario di Oracle, Larry Ellison, 82 anni il prossimo agosto, è un noto sostenitore del Partito Repubblicano e un alleato di vecchia data di Donald Trump. Non solo, Ellison è anche uno stretto alleato del premier israeliano Benjamin Netanyahu. Nel 2021 offrì infatti al leader di Tel Aviv un posto nel consiglio di amministrazione della Oracle. Nel 2017 donò quasi 17 milioni di dollari per finanziare la fondazione Amici dell’Idf, le controverse forze armate israeliane.
La manovra di Ellison per diventare il nuovo uomo forte del panorama mediatico americano vede al centro la compagnia Skydance, il cui Ceo è suo figlio David. Nel 2024 Skydance ha lanciato una campagna per acquisire la Paramount, la celebre compagnia cinematografica americano, conclusasi con successo nell’agosto 2025.
Il passaggio di consegne è stato segnato dalle polemiche. Molti dirigenti dell’emittente CBS, controllata dalla Paramount, si sono dimessi denunciando l’imposizione di una linea più conservatrice e pro-Israele da parte della nuova dirigenza. Incarnata dalla controversa caporedattrice Bari Weiss. La svolta è stata seguita dalla cancellazione del popolare show del comico Stephen Colbert, acerrimo nemico di Trump, il quale l’aveva chiesta a lungo.
La partita per Warner Bros e la CNN
Poco dopo Skydance ha fatto la sua mossa per acquisire la Watner Bros, un altro dei più importanti studi cinematografici americani e proprietario della CNN. L’offerta ha provocato immediatamente la reazione agguerrita di uno dei suoi maggiori concorrenti, Netflix, che ha presentato un’offerta alternativa.
Ma, appena pochi giorni fa, Netflix ha annunciato di colpo di aver deciso di ritirare la propria proposta spianando la strada ad Ellison. Guarda caso, la scelta è arrivata subito dopo un incontro tra il Ceo di Netflix e Trump stesso alla Casa Bianca. Il timore è proprio che adesso – con l’acquisto della Warner da parte di Ellison – anche quest’ultima emittente, storicamente schierata coi liberali, possa trasformarsi in un media compiacente verso la Casa Bianca.
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Le incursioni del tycoon per ridisegnare a propria immagine il panorama dell’informazione americana si inseriscono in un sistema già profondamente concentrato. Oggi appena sei compagnie controllano circa il 90% del panorama mediatico statunitense: oltre alle citate Warner Bro e Paramount, vi sono Comcast, Sony, Disney e News Corp.
Sei colossi controllano l’informazione Usa
Per esempio, la News Corp, controllata dalla famiglia del magnate conservatore australiano Rupert Murdoch, controlla Fox News, la principale emittente pro-repubblicana americana; alla Disney appartengono i maggiori marchi cinematografici e l’emittente televisiva ABC; la Paramount controlla la citata CBS; Comcast ha tra i suoi asset lo studio cinematografico DreamWorks, l’emittente NBC e l’intero gruppo Sky; Warner Bros è proprietario della citata CNN.
L’affermazione di queste “corazzate” mediatiche ha impoverito l’offerta informativa americana e favorito la polarizzazione, riducendo le sfumature politiche e la possibilità che questi giganti vengano chiamati a rendere conto delle proprie scelte politiche. Col rischio poi di trovarsi di fronte al paradosso di doversi interrogare se a fare meglio il proprio lavoro di giornalista siano coloro che il discorso lo hanno trasmesso o chi invece ha preferito non farlo.




























