23 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

23 Giu, 2026

Meloni a Berlino: « Io colpita da Trump ma l'Europa cerca una voce unita sulla Nato»

Giorgia Meloni

Il vertice E5 di Berlino segna un passaggio cruciale per la postura dell’Europa e della Meloni su Ucraina, difesa e rapporti con Trump.


La cerimonia per i 250 anni della Guardia di finanza e poi in volo fino a Berlino. Un appuntamento che fino a qualche giorno fa Giorgia Meloni avrebbe considerato «probabile» adesso diventa tassativo. In mezzo c’è stato il ciclone Trump che promette tempeste fino al 7 luglio quando i 32 paesi Nato si riuniranno ad Ankara per fare il punto della situazione all’interno dell’Alleanza atlantica e nei vari quadranti di crisi, dall’Ucraina al Medioriente. Il vertice E5 Berlino assume così un valore strategico che va ben oltre il formato originario, trasformandosi in una tappa decisiva per preparare il confronto con Washington e definire una posizione europea più coesa.

Al di là dell’acronimo – E5, European group of five – e del format – l’alleanza strategica e informale nata nel 2024 per dare sostegno operativo a Kiev che riunisce le cinque maggiori potenze militari ed economiche europee, Italia, Francia, Germania, Polonia e Regno Unito – che Meloni ha sempre un po’ snobbato, la riunione di oggi rappresenta un importante momento di pianificazione strategica in vista di Ankara e dell’insofferente alleato americano.

La ricerca di una posizione comune

È la prima volta che si riuniscono i capi di Stato e di governo (e non i ministri della Difesa) e questo dovrebbe essere un buon viatico per superare la dialettica sempre vivace e spesso inconcludente tra i paesi Ue sulla postura da tenere con Mosca e sulla proposta di un inviato unico europeo per la guerra tra Russia e Ucraina. La certezza, dopo gli attacchi scomposti del presidente Usa Trump verso i «deludenti» alleati europei, è di dover fare qualcosa di più per riuscire – già ad Ankara – a parlare con una voce unica.

Qualcuno, da destra e da sinistra, ha provato in queste ore a mettere in giro la voce che il vertice fosse a rischio per le dimissioni di Starmer. La cancelleria di Berlino assicura «non ci saranno conseguenze significative» visto che il Primo ministro inglese resterà in carica, comunque, fino a settembre e non si prevede che il successore avrà orientamenti diversi sulle strategie difensive.

La prova del peso specifico che il format sta assumendo è anche il collegamento da remoto del segretario della Nato Mark Rutte che è a Washington per incontrare Trump. Solo Rutte, l’inventore della daddy diplomacy, può riuscire in questa fase a parlare con Trump evitando inutili e dannose provocazioni. Si tratta di alzare un parafulmine rispetto alle minacce che il Tycoon ormai ripete come un disco rotto.

Le accuse di Trump agli alleati

«Spendiamo 600 miliardi l’anno per proteggerli e quando abbiamo bisogno di loro, come per la guerra in Iran, loro non sono disponibili. Non ci aiutano, chiedono e basta, non danno nulla». Sono tutti «very bad» i leader europei, lo è Starmer (solo Trump non ha salutato e ringraziato il premier britannico che si è dimesso ieri), lo è stato Macron (dopo che l’ha festeggiato nella reggia di Versailles il presidente francese sembra godere di una sorte di salvacondotto, chissà quanto durerà), molto male anche Sanchez, Merz e Giorgia Meloni trattata come «una cheerleader a cui ho concesso il selfie che voleva a tutti i costi».

Se il G7 di Evian della scorsa settimana ha fatto esultare i leader dei 7 Grandi per l’accordo sulle forniture di equipaggiamenti extra per la difesa aerea di Kiev e l’inasprimento delle sanzioni contro la Russia, le aspettative sull’appuntamento di Berlino non sono da meno. Le “conquiste” di Evian – tra cui la concessione alle aziende ucraine delle licenze Usa per la produzione di missili a lungo raggio e sistemi di difesa aerea – sono state interpretate come «un riavvicinamento Usa alle posizioni europee».

La pressione americana sulla Nato

Poi però ci sono state le telefonate minacciose di Trump e gli interventi altrettanto severi del ministro della Guerra Pete Hegseth circa il disimpegno Usa nella Nato e in Europa, sia per quanto riguarda le basi (solo in Italia ci sono 30 mila militari Usa) che per le capacità difensive, se tutti i paesi dell’Alleanza non daranno seguito con i fatti alle promesse di impegnare il 5% del pil nelle spese per la difesa entro il 2035 e, segnatamente, in «capacità militare offensiva».

E qui sono fischiate le orecchie a Meloni e al ministro della Difesa Crosetto. «Il nostro impegno per il 2026 è pari al 2,8% del pil» ha detto la premier comprendendo però in questa spesa anche voci non strettamente legate alla capacità difensiva vera e propria ma le spese per sicurezza. Questa è la vera e difficile partita italiana.

La tregua tra Crosetto e Giorgetti

Ieri mezzo governo è stato ospite della festa del quotidiano La Verità a Roma. Prima Crosetto, poi Giorgetti, infine Meloni. I titolari di Difesa ed Economia, che si sono punzecchiati a distanza in questi giorni con Crosetto che ha attaccato il rigore della spesa pubblica del Mef («se si sta nell’Alleanza atlantica, che è un’alleanza militare e difensiva, si mantengono gli impegni»), ieri hanno scelto la linea della non belligeranza in ossequio al diktat della premier di abbassare i toni su difesa e, di conseguenza, su Trump visto che sta attaccando per questo e su questo.

Giorgetti ha promesso che «entro settembre» saremo in grado di capire se e come usare i fondi Safe disponibili per l’Italia (circa 14 miliardi grazie alla flessibilità concessa da Bruxelles). Nulla di nuovo invece sul piano Purl, il piano a stelle e strisce di acquisti di armi per sostenere la difesa ucraina a cui hanno aderito una ventina di paesi Ue tranne l’Italia.

LEGGI Difesa, l’Italia rischia di perdere 15 miliardi Ue: Giorgetti prende tempo sul Safe

A Berlino oggi si parlerà anche del mediatore per trattare con Mosca al tavolo di pace con Kiev (quando ci sarà). Meloni ha indicato il leader di un paese europeo di media potenza. Gli altri premono per i format europeo – l’E5 appunto – in grandi di rappresentare l’Europa. Anche su questo la premier italiana dovrà rivedere le proprie aspettative.

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