Secondo un’esclusiva Reuters che cita otto fonti irachene, i Pasdaran avrebbero creato piccoli gruppi armati fuori dalle reti tradizionali delle milizie sciite. Lanciato almeno sette attacchi con droni contro Paesi del Golfo che ospitano forze americane
L’Iran avrebbe aperto un fronte nascosto in Iraq per continuare a colpire i Paesi del Golfo che ospitano forze americane, aggirando le grandi milizie sciite tradizionalmente legate a Teheran. Secondo Reuters, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione, i Pasdaran, avrebbe creato cellule segrete composte da combattenti iracheni d’élite, operative fuori dalle catene di comando note e direttamente collegate all’IRGC.
Non solo nuovi attacchi con droni, ma un cambio di metodo. Mentre le grandi reti dell’«Asse della Resistenza» sono indebolite e più esposte alla pressione americana e israeliana, Teheran sembra puntare su gruppi più piccoli, più controllabili e più difficili da attribuire.
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Sviluppi militari
Secondo otto fonti irachene citate da Reuters, tra aprile e maggio sarebbero state create tre o quattro cellule, ciascuna formata da circa dieci combattenti sciiti iracheni scelti. I gruppi avrebbero lanciato almeno sette attacchi con droni da aree desertiche vicine a Bassora e Samawa contro obiettivi in Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Le fonti irachene parlano di almeno tre attacchi contro il Kuwait, due contro l’Arabia Saudita e due contro gli Emirati. Tra gli obiettivi indicati ci sarebbe anche la base aerea kuwaitiana di Ali Al Salem, dove sono dispiegate forze statunitensi, oltre a un terminal militare dell’aeroporto internazionale del Kuwait. Gli attacchi diretti verso Arabia Saudita ed Emirati sarebbero stati intercettati.
Reuters precisa di non aver potuto verificare in modo indipendente tutti i resoconti delle fonti.
Diplomazia
Il caso arriva nel momento più delicato del negoziato tra Stati Uniti e Iran. Washington e Teheran hanno firmato un accordo provvisorio per chiudere la guerra, ma l’intesa non affronta il nodo del sostegno iraniano ai gruppi armati regionali. È il punto lasciato fuori dall’accordo e, proprio per questo, il più pericoloso.
Teheran considera il sostegno ai cosiddetti gruppi della resistenza un tema non negoziabile. Gli Stati Uniti, al contrario, chiedono al governo iracheno di smantellare gli strumenti dell’influenza militare iraniana nel Paese, comprese le milizie allineate all’IRGC.
Dichiarazioni politiche
Il nuovo primo ministro iracheno Ali al-Zaidi si trova davanti al primo grande test del suo governo. Nei giorni scorsi, in un incontro con l’inviato americano Tom Barrack, Baghdad ha discusso un piano per il disarmo e lo scioglimento dei gruppi armati fuori dal controllo dello Stato.
Zaidi ha condannato gli attacchi attribuiti a gruppi partiti dal territorio iracheno e ha promesso indagini congiunte con i Paesi del Golfo colpiti. Per il governo iracheno il problema è doppio: evitare che l’Iraq venga usato come piattaforma militare da Teheran e, allo stesso tempo, non rompere del tutto l’equilibrio con l’Iran, vicino ingombrante e attore decisivo nella politica interna sciita.
Conseguenze economiche e internazionali
Gli attacchi partiti dall’Iraq rischiano di riaprire una faglia regionale che Baghdad stava cercando di ricucire. Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati avevano riavviato negli ultimi anni un lento processo di normalizzazione dei rapporti con l’Iraq, dopo decenni di diffidenze seguite all’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein nel 1990.
Ma c’è anche un altro livello: quello energetico. La guerra con l’Iran ha già colpito la regione più importante al mondo per la produzione di energia, tra chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, attacchi con droni e tensioni sulle rotte del petrolio e del gas. Se l’Iraq diventasse una retrovia operativa per attacchi al Golfo, la stabilizzazione promessa dall’accordo Usa-Iran resterebbe fragile.
Prospettive
La mossa attribuita ai Pasdaran racconta un Iran più debole ma non meno pericoloso. Dopo i colpi subiti da Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen e la caduta di Bashar al-Assad in Siria, Teheran avrebbe meno margini per sostenere una rete ampia e costosa di alleati armati. La risposta, secondo le fonti irachene, sarebbe una struttura più piccola, più ideologica, più diretta.
Per Washington è il punto cieco dell’accordo con Teheran. A Baghdad è una prova di sovranità. Per il Golfo è il segnale che la guerra può rientrare dalla porta di servizio, non più con grandi milizie in campo aperto. Ma con cellule invisibili, droni e catene di comando difficili da ricostruire.
































