A Bruxelles il ministro della Difesa americano Pete Hegseth lancia un ultimatum agli alleati sulla spesa militare, mentre si apre il confronto sul futuro della Nato, sul sostegno all’Ucraina e sul ruolo dell’Europa nella propria difesa
I sorrisi e le convergenze sembrano evaporare nel lago Lemano e negli ori della reggia di Versailles dove mercoledì sera Macron ha accolto Trump alla fine di un G7 che tutti i leader hanno definito «molto positivo» e con «un ottimo clima».
Ecco, il gruppo dei leader con le rispettive delegazioni ha fatto appena in tempo a mettere piede a Bruxelles e la musica è subito cambiata. Doppio appuntamento nella capitale belga: questa mattina la ministeriale Nato con i ministri della Difesa dei 32 paesi membri dove ospite d’onore sono stati ancora una volta gli Stati Uniti nella persona del ministro della Guerra Pete Hegsth; verso le 18 i leader dei 27 paesi Ue hanno fatto il loro ingresso all’Europa Building per partecipare alla cena di lavoro per il Consiglio Europeo.
Vertici, format, località diverse ma l’agenda è ovunque sempre la stessa: mettere fine ai conflitti, Medioriente e Ucraina, e farsi garanti di una stabilità di lungo periodo. Vasto e ambizioso programma. Se sulla bozza di intesa, tutta da implementare, con l’Iran la vecchia Europa, il Canada, il Giappone e gli altri grandi paesi presenti al G7 concordano nel «cogliere al volo e collaborare alla realizzazione della tregua e poi della pace», sull’Ucraina la sensazione è che Pete Hegseth non abbia preso atto delle aperture di Trump. Oppure si sono divisi le parti in commedia.
L’attacco ai “passeggeri clandestini”
Il ministro della guerra – la sua prima volta alla ministeriale Nato – ha preso la parola e ha menato fendenti, in pubblico e senza contraddittorio visto che poco dopo ha lasciato la sala dei lavori. «Basta passeggeri clandestini nella Nato» ha tuonato il segretario che ha citato pubblicamente, e guardando uno ad uno i colleghi presenti, il fenomeno del freeriding, tipo “i portoghesi” sui mezzi pubblici da noi. «Alcuni alleati – ha riconosciuto – hanno recepito il messaggio di Trump e stanno aumentando la spesa per la difesa verso il 5% del Pil che è l’obiettivo concordato al vertice dell’Aia».
Altri invece «non hanno ancora presentato un percorso credibile, fanno discorsi, eppure sono tra le maggiori economie della Nato», quelli che parlano di ordine internazionale basato sulle regole ma che «sembrano ancora pensare che l’era del free-riding sia qui». Gelo al tavolo, occhi puntati per capire chi sono le ricche economie che non fanno i compiti a casa promessi. Hegseth ha continuato: «Stando così le cose gli Stati Uniti faranno un revisione della postura militare in Europa, ci vorranno circa sei mesi, sarà una revisione reale, chiamiamola revisione Nato 3.0».
Servirà a garantire che la Nato si muova «rapidamente e irreversibilmente» verso un modello in cui l’Europa «guida» e assume «la responsabilità primaria della difesa dell’Europa» mentre le forze americane saranno posizionate «in base alle necessità globali degli Stati uniti». Non è solo una questione di truppe. Hegseth ha indicato «tre criteri che dovranno essere rispettati: spesa, capacità militare e accesso alle basi e alle strutture Nato».
Meno fondi e meno protezione
Non solo: i contributi annuali degli Usa alla Nato saranno condizionati al fatto che gli altri Paesi raggiungano i loro obiettivi di spesa per la difesa e «chi non si adegua al nuovo standard Usa rischia di vedere ridotta la protezione, la presenza e la fiducia degli Stati uniti». E anche Il segretario Rutte ha letto l’intervento di Hegseth come “costruttivo”: «I ministri hanno concordato di dare nuovo impulso alla cooperazione transatlantica in materia di difesa». Del resto “questa trasformazione della Nato è senza precedenti ed è chiaro che ci saranno delle difficoltà”.
I conti saranno fatti ad Ankara, al Vertice annuale (7-8 luglio). Ma se queste sono le premesse, il percorso sarà veramente dura e accidentato. Il ministro Crosetto era presente. Ed è chiaro che l’Italia potrebbe essere uno dei paesi a rischio bocciatura. Che il 2,8% di spesa militare vantato dalla premier Meloni sia soprattutto «chiacchiere e discorsi», cioè raggiunto con artifici di bilancio.
«Se si vuol fare parte della Nato – ha detto il titolare della Difesa – che è un’Alleanza difensiva e non in un club di buone letture, i patti vanno rispettati. Altrimenti si esce. E allora i costi salirebbero al 20-30%». Per Crosetto il piano approvato lo scorso anno dal Parlamento (+0,15% nel ’26; +0,15 nel ’27 e +0,20% nel ’28) «è credibile e va recuperato». Il ministro Giorgetti «ne deve essere consapevole». Il titolare del Mef cerca di spegnere l’incendio, «stiamo gestendo il dossier, nessuna polemica». Se ne parlerà molto da qui al vertice in Turchia.
L’Ucraina propone un nuovo modello
Resta confermata la linea decisa al G7 sull’Ucraina. Zelensky, a Bruxelles, mentre si alzano le colonne di fumo delle macerie provocate dai droni ucraini su Mosca ha candidato la difesa ucraina a cuore della difesa europea. «Il nostro è nei fatti il principale esercito in Europa in grado di respingere un’aggressione su larga scala». La proposta ai 27 è «integrare ancora di più le nostre difese. Già oggi quindici paesi, Nato e non solo, sono coinvolti nella produzione di droni».
L’Ucraina al posto degli Stati Uniti. Più o meno è questo lo schema. Servono soldi. Non solo i 90 miliardi Ue già deliberati. La Nato ne mette sul piatto altri 70. Ad Ankara sarà decisa la suddivisione del contributo.
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Sono ancora Difesa e Ucraina il piatto forte del Consiglio Ue. Oltre al bilancio pluriennale. Elly Schlein, a Bruxelles, ha chiarito: «Serve maggiore cooperazione per le politiche sociali. Guai a fughe in avanti». Come quella di mercoledì all’eurocamera sul nuovo regolamento europeo sui rimpatri che il Ppe ha approvato con i voti della destra. Occhio Ursula, è il messaggio della segretaria del Pd, «i nostri voti non sono scontati». Sul bilancio e non solo.































