A un anno dalla cosiddetta Guerra dei 12 giorni tra Usa, Israele e Iran, il ciclo infinito di conflitti in Medio Oriente rischia di non arrestarsi
Dicono spesso che una guerra prepari sempre il terreno per quella successiva. Proprio oggi ricorre il primo anniversario della Guerra dei 12 giorni che nel giugno 2025 contrappose Stati Uniti e Israele all’Iran. Ed è impressionante notare come quello scontro abbia gettato le basi per il conflitto successivo. Oltre a rappresentare un modello a cui guardare per sapere quale pace seguirà la fine delle ostilità in Medio Oriente. La Guerra dei 12 giorni si concluse producendo opposte lezioni per le parti coinvolte.
Per gli Stati Uniti e Israele fu la dimostrazione, infatti, della loro grande superiorità aerea, che permise alle forze aeree israelo-americane di dominare i cieli persiani per tutta la durata del breve conflitto. Fu anche la conferma della virtuale impotenza di Teheran che, pur lanciando centinaia di missili contro Israele, si astenne dal compiere azioni più pervasive. E non poté reagire quando i bombardieri strategici americani colpirono i siti nucleari degli Ayatollah.
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La guerra che ne ha preparata un’altra
Per Trump e Netanyahu la lezione fu chiara. Israele e gli Stati Uniti disponevano di una superpotenza combinata tecnico-militare ineguagliabile, l’Iran era debole e non avrebbe reagito in maniera rilevante a un’aggressione. Come lo stesso tycoon ha ammesso, tutto ciò ha incoraggiato Washington e Tel Aviv a cospirare per lanciare una seconda offensiva contro Teheran. Nella convinzione di poter assestare un colpo decisivo al regime iraniano attraverso l’assassinio della Guida Suprema iraniana Alì Khamenei.
Venendo però presi di sorpresa dalla reazione iraniana: da un lato, dalla risposta militare dei Pasdaran, che ha comportato la chiusura dello stretto di Hormuz e una serie di violenti attacchi contro le basi militari americane e le infrastrutture del Golfo Persico; dall’altro dalla mobilitazione popolare che in poche ore si è radunata attorno alle istituzioni iraniane, riscattandole dall’ora più buia della loro storia.
La lezione militare della Guerra dei 12 giorni
Perché la Guerra dei 12 giorni è stata una dura lezione anche per la dirigenza iraniana. Ha infatti dimostrato come la strategia primariamente difensiva impiegata negli anni da Teheran, basata sull’uso indiretto dei proxies regionali, sulla risposta calcolata e sull’auto-esercizio della prudenza per evitare l’escalation, fosse basata su false premesse. Vale a dire che la deterrenza derivante avrebbe impedito al nemico di approfittarne per colpire invece direttamente l’Iran.
I Pasdaran hanno così riscritto da zero la loro strategia adottando un approccio molto più incisivo: le linee rosse per la sicurezza iraniana ora corrono tutt’attorno il perimetro difensivo di Teheran, dallo stretto di Hormuz al Libano, e la loro violazione produce immediatamente una risposta militare feroce da parte iraniana. Alla prima avvisaglia di attacco, l’Iran ha subito “esternalizzato” il conflitto chiudendo Hormuz al traffico energetico globale e colpendo duramente i Paesi arabi limitrofi. In un attimo la guerra privata di Trump e Netanyahu per imporre un governo amico a Teheran si era trasformata in una questione globale con decine di Paesi coinvolti.
L’esito della Guerra dei 12 giorni deve tuttavia metterci anche in guardia dalle prospettive di pace che il conflitto attuale comporti. Anche allora, infatti, il raggiungimento di un cessate il fuoco tra le parti fu salutato da Trump come un successo planetario. Premessa necessaria a un accordo complessivo che non solo avrebbe stabilizzato la regione ma avrebbe anche costretto Teheran a smantellare il proprio arsenale convenzionale e a chiudere il programma nucleare civile. Nulla di tutto ciò si è materializzato. La fine delle ostilità si è limitata a cristallizzare la situazione sul campo, mentre entrambe le parti preparavano il terreno per un nuovo scontro.
Gaza e il precedente delle “pause armate”
Uno scenario fin troppo familiare, dal momento che è ciò a cui assistiamo a Gaza. Dopo il cessate il fuoco e lo scambio di prigionieri concordato nell’autunno scorso, il processo di pace è stato virtualmente abbandonato assieme alla popolazione della striscia. Il fantomatico Board of Peace di Trump è evaporato e così le promesse di ricostruire Gaza, di avviare trattative per disarmare Hamas e di far rispettare la tregua con una forza multinazionale. Il rischio è che oggi si ripeta lo stesso schema. Un accordo per la conclusione delle ostilità, accompagnato da concessioni parziali, ma senza affrontare i nodi strutturali del conflitto.
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Non un vero accordo di pace, ma un accordo di “pausa”, utile a riorganizzare le forze più che a risolvere le cause della guerra. Dietro il paravento delle parole dei leader resta un vuoto politico che rischia di riempirsi rapidamente di nuove tensioni. In questo spazio sospeso si accumulano risentimento, trauma e revanscismo, elementi che storicamente anticipano la fase successiva del conflitto. Ed è proprio qui che la Guerra dei 12 giorni Israele Iran Stati Uniti diventa un precedente inquietante: una tregua che non chiude, ma prepara.






























