11 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

9 Giu, 2026

Iran, i cento giorni di Trump. «L’accordo è vicino. Questa è una guerra piccola»

A cento giorni dall’inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, Trump sostiene che l’intesa con Teheran sia ormai vicina. Ma ci sono missili, raid, tensioni con Netanyahu. Lo Stretto di Hormuz ancora bloccato. La crisi che doveva essere breve continua a sfuggire al controllo di Washington


Cento giorni dopo l’inizio della guerra contro l’Iran, Donald Trump continua a promettere una pace imminente. Ma il conflitto che doveva essere una «piccola operazione» è entrato nel quarto mese e sta diventando per il presidente americano una crisi sempre più simile a quelle che aveva promesso di evitare. Mentre Trump assicura che l’accordo con Teheran è vicino, la tregua vacilla, Israele torna a colpire e l’Iran continua a resistere alle richieste americane.

«Siamo nelle fasi finali di quello che sarà un ottimo accordo», ha detto il presidente americano, sostenendo che un’intesa con Teheran potrebbe arrivare entro «due o tre giorni».

LA GUERRA GIORNO PER GIORNO

La guerra che doveva essere breve

Trump continua a minimizzare il conflitto. Nei giorni scorsi ha sostenuto che per gli Stati Uniti si tratta di una guerra limitata e non paragonabile ai lunghi interventi militari del passato. «Questa per noi è una guerra piccola, per le nostre forze militari, conta poco», ha detto parlando ai giornalisti.

Ma la realtà sul terreno racconta una storia diversa. Dopo oltre tre mesi di combattimenti, l’Iran mantiene la pressione sullo Stretto di Hormuz, le trattative restano bloccate e Washington si trova coinvolta in una crisi regionale che assomiglia sempre più a quelle che Trump aveva promesso di evitare durante la campagna elettorale.

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Trump contro Netanyahu

Il presidente americano sta cercando di evitare una nuova escalation. Secondo fonti statunitensi, nelle ultime ore avrebbe chiesto a Benjamin Netanyahu di non reagire ai missili iraniani e di lasciare spazio alla diplomazia. Alla Bbc Trump ha negato di essere stato sfidato dal premier israeliano dopo i raid contro l’Iran. «I missili erano già in viaggio», ha spiegato riferendosi alla telefonata con Netanyahu. Poi ha aggiunto:

«Se gli dico di fare qualcosa, lui la fa».

Dietro le quinte, tuttavia, i rapporti tra Washington e il governo israeliano restano complessi. Trump ha più volte espresso irritazione per le operazioni israeliane in Libano e continua a considerare un accordo con Teheran la via più rapida per uscire dal conflitto.

Tutti contro Trump

Trump non è sotto pressione soltanto da Iran e Israele. Negli Stati Uniti cresce anche il malcontento politico. I falchi repubblicani lo accusano di essere troppo morbido con Teheran, mentre i sondaggi mostrano una crescente stanchezza dell’opinione pubblica per una guerra che sembrava dover durare poche settimane.

La guerra ha mostrato i limiti della forza militare americana. Washington ha dimostrato la propria superiorità tecnologica e militare, ma non è riuscita a piegare la leadership iraniana né a costringerla ad accettare le condizioni imposte dagli Stati Uniti.

La trappola di Hormuz

Lo Stretto di Hormuz continua a essere il principale strumento di pressione nelle mani di Teheran. Nonostante la controffensiva americana e il piano «Project Freedom», gli Stati Uniti non sono riusciti a normalizzare completamente il traffico marittimo e il rischio per i mercati energetici resta elevato.

L’ostacolo iraniano

Se la Casa Bianca ritiene di avere una leva su Netanyahu, molto più difficile si sta rivelando influenzare Teheran. L’Iran continua a respingere le richieste americane sul programma nucleare e non mostra alcuna intenzione di rinunciare alle proprie carte strategiche, a partire dal controllo delle rotte energetiche del Golfo.

Lo Stretto di Hormuz resta il principale punto di pressione. Il blocco di fatto imposto da Teheran continua a pesare sui mercati energetici e limita la capacità degli Stati Uniti di dichiarare conclusa la crisi.

L’incidente nello Stretto di Hormuz

Nel frattempo resta aperto il caso dell’elicottero Apache precipitato nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz.

Secondo il New York Times, i due membri dell’equipaggio sono stati recuperati e messi in salvo. Non è ancora chiaro se l’incidente sia stato provocato da un guasto tecnico, da problemi operativi o da un eventuale attacco iraniano. Trump ha assicurato che «nessuno è rimasto ferito» e ha annunciato la pubblicazione di un rapporto ufficiale.

Diplomazia e rischio escalation

Oggi il Consiglio di Sicurezza dell’Onu tornerà a discutere delle sanzioni contro l’Iran mentre la diplomazia prova a tenere aperto uno spiraglio negoziale. Trump continua a ripetere che la pace è vicina. Ma cento giorni dopo l’inizio della guerra, la sua sfida resta la stessa: convincere Israele e soprattutto l’Iran ad accettare un accordo che, per ora, nessuna delle due parti sembra davvero pronta a firmare.

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