3 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

3 Giu, 2026

Bibi, ultima chiamata. L’ipotesi di un Israele senza “premier eterno”

Tra pressioni esterne, tensioni con gli Stati Uniti e l’assedio degli alleati in casa, il futuro di Benjamin Netanyahu appare più incerto che mai mentre Israele si prepara a possibili elezioni anticipate


Per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sono forse le ore più difficili. Isolato ormai da tempo a livello internazionale per via della condotta bellicosa del suo governo e per le controverse operazioni militari a Gaza, in Libano, in Cisgiordania e in Iran, il premier israeliano ha visto entrare in crisi per la prima volta il rapporto con lo storico alleato americano. Un atto inaudito, anche perché la figura di Donald Trump non incarna solamente un alleato geopolitico ma anche ideologico.

La rottura consumatasi via telefono lunedì scorso, quando il tycoon ha costretto Tel Aviv a sospendere il programmato attacco contro la capitale libanese Beirut, assume dunque le caratteristiche di un autentico momento-verità: Netanyahu e Israele non sono sufficienti da soli, devono dipendere da altri. Pochi se lo ricordano ma prima delle elezioni del 2024, quando ancora si pensava che Netanyahu avrebbe perso il posto a causa della negligenza dimostrata durante l’attacco del 7 ottobre, Trump non risparmiò critiche anche feroci all’operato del premier israeliano. Salvo poi riallinearsi alla storica posizione americana e repubblicana di sostegno indiscusso allo Stato Ebraico, in parte anche grazie al sostegno dei finanziatori della lobby pro-israeliana americana.

«Se non fosse per me saresti già in prigione», avrebbe accusato Trump di fronte alle resistenze del premier israeliano. Una frase che rivela il grado di assedio a cui è sottoposto il leader dello Stato Ebraico: non solo isolato all’estero, ma anche circondato in casa dai critici interni ed esterni alla sua coalizione e inseguito dalle inchieste giudiziarie che lo vedrebbero colpevole di corruzione.

Opposizione e alleati contro la leadership di Netanyahu

Le retromarcia di Netanyahu, il premier israeliano che finora più di tutti i suoi predecessori si era vantato di poter condurre gli affari di Israele senza curarsi delle pressioni internazionali, ha provocato un coro di critiche interne che ha visto – paradossalmente – concordare l’opposizione e i riottosi alleati della destra religiosa. «Gerusalemme. Beit Shemesh. Libano. Gaza. Il luogo è differente, la storia è la stessa. Un governo che ha perso il controllo della sovranità israeliana», ha postato l’ex premier Naftali Bennet e leader di B’yaḥad (“Insieme”), la formazione accreditata come il partito più forte nel “campo largo” delle opposizioni anti-Netanyahu.

Gli ha fatto eco il co-leader di B’yahad, Yair Lapid, che ha affermato come sotto il leader conservatore Israele sia divenuto «un protettorato a tutti gli effetti». Ritorcendo così contro il premier in carica una critica comune in Israele: quella di non essere in grado di proteggere la sovranità nazionale. In un Paese cresciuto col mito fondativo dell’Olocausto, il poter disporre del controllo completo sul proprio destino, senza dover dipendere da nazioni che potrebbero decidere di ritornare a un atteggiamento persecutorio, rappresenta un obbligo strategico al limite dell’ossessivo.

Ben Gvir contro Bibi

«Signor primo ministro, hai detto che un premier forte è capace di dire al presidente degli Stati Uniti ‘Sì’ quando possibile e ‘No’ quando necessario. Ora è il momento di dire al nostro amico, il presidente Trump, ‘No’», ha scandito il famigerato ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir il cui credo ultranazionalista inevitabilmente lo porterà a rivaleggiare con lo stesso Netanyahu per i voti dei radicali in vista delle elezioni previste per il prossimo autunno.

Proprio ieri infatti la Knesset, il parlamento israeliano, ha approvato in prima lettura il provvedimento di scioglimento del parlamento, di modo da andare alle urne anticipatamente subito dopo l’estate. Considerando la crisi attuale di Netanyahu, queste consultazioni aprono a uno scenario fino a poco tempo fa impensabile: la possibile caduta del premier politicamente più longevo della storia di Israele.

Le forze politiche interne si stanno riorganizzando in vista di un possibile cambio di guida, mentre cresce l’incertezza sulla tenuta delle alleanze tradizionali. In questo clima, anche le tensioni tra sicurezza nazionale e stabilità politica si intrecciano sempre più, rendendo il quadro istituzionale fragile e instabile. Il dibattito pubblico si concentra così sulla capacità di Israele di reggere a un eventuale vuoto di leadership senza compromettere la propria strategia regionale.

Israele dopo Netanyahu: scenari e incognite politiche

Come potrebbe essere questo Israele senza Netanyahu? Difficile dirlo. L’unica alternativa al premier uscente infatti è una grande coalizione di forze eterogenea come quella che riuscì effettivamente a rimpiazzarlo per un breve periodo, tra il 2021 e il 2022, sotto la guida dello stesso Bennet. Un modello politico che lascia molti dubbi a causa della diversità dei partiti coinvolti: da forze conservatrici ed esplicitamente nazionaliste passando per i partiti progressisti contrari all’escalation fino al grande punto interrogativo delle formazioni arabo-israeliane. Il cui ruolo probabilmente risulterà fondamentale per la scelta del prossimo primo ministro ma a cui i leader dell’opposizione, consci di quanto suscettibile sia l’elettorato israeliano, negano un’alleanza a piena voce.

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Cosa possa fare un governo senza “Re Bibi” – come lo chiamano i suoi detrattori – al potere resta da vedere. Pochi i punti su cui c’è un’intesa trasversale: la riforma della giustizia per rafforzare la magistratura israeliana contro le interferenze politiche e la fine delle esenzioni dalla leva militare per i cittadini israeliani di fede ebraico ortodossa. Quest’ultima un tema scottante, che promette di far deflagrare un fronte interno già in ebollizione.

Eppure, non bisognerebbe scambiare quest’ultima riforma come una resa dei conti interna ai danni dei falchi: il fronte anti-Bibi chiedono la soppressione dell’obiezione di coscienza religiosa perché ritengono di aver bisogno di più uomini per sostenere gli innumerevoli fronti di guerra aperti da Israele. Lo stesso Bennet, con un passato da portavoce del movimento dei coloni (che pure adesso ha formalmente ripudiato), è molto più impegnato a promettere di poter condurre la guerra in maniera più efficiente che di porvi fine. Col rischio così che un Israele senza Netanyahu non sia altro che un vecchio copione con un nuovo titolo.

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