Gli attacchi di Kiev contro infrastrutture e siti industriali in Russia costringono il Cremlino a delegare la difesa anti-droni a compagnie private
Poche armi hanno cambiato il volto della guerra moderna quanto i droni. Sul fronte russo-ucraino, questo tipo di armi ha rivoluzionato il modo di combattere, finendo per diventare uno degli elementi più riconoscibili del conflitto. Forse proprio prendendo coscienza di questo sviluppo, la Russia, che è arrivata in ritardo sull’introduzione di questo tipo di armi rispetto agli ucraini, ha introdotto un nuovo meccanismo volto a permettere alle compagnie di sicurezza privata di dotarsi di sistemi difensivi in grado di contrastare l’efficacia dei droni. Non per impiegarli nel Donbass o su qualche altra linea calda del fronte di guerra, ma per difendere la fragile industria russa sempre più vittima di violenti attacchi da parte degli ucraini.
Stando a quanto circolato sui media della Federazione, infatti, il governo avrebbe richiesto alla sicurezza privata degli stabilimenti più esposti ai colpi di Kiev di sopperire alle lacune delle Forze Armate in termini di difesa anti-drone, permettendo l’acquisto e l’inserimento negli arsenali privati di più efficienti dotazioni antiaeree, sistemi di jamming e altri armamenti “pesanti”. Un fatto che segnala quanto questo aspetto della guerra dei droni in Ucraina stia diventando sempre più rilevante in quel conflitto.
Di questa misura, a dire il vero, si parla da tempo e sembra sia stata approvata su spinta degli stessi imprenditori russi, preoccupati dai cali produttivi causati dai danni degli attacchi. «Le grandi aziende stanno certamente prendendo provvedimenti – o almeno tutte le grandi aziende coscienziose lo stanno facendo – per proteggere sia i propri impianti che le aree in cui operano», ha riferito in tal senso Alexander Shokhin, capo dell’Unione russa degli industriali e degli imprenditori, al presidente Vladimir Putin in un incontro tenutosi lunedì scorso.
Migliaia di attacchi alle infrastrutture
Ed effettivamente, vista la frequenza degli attacchi ucraini contro siti industriali, raffinerie e centri di stoccaggio russi queste misure si sono rese più necessarie che mai. Dall’inizio della guerra, infatti, l’Ucraina ha lanciato circa 3.400 attacchi contro le infrastrutture industriali della Russia. La vasta e complessa rete elettrica è stata quella più colpita, con oltre 650 attacchi registrati contro le linee elettriche e altri 350 contro sottostazioni e centrali. Al secondo posto lo strategico settore oil&gas, il quale ha dovuto subire circa 700 attacchi negli ultimi anni.
Complessivamente si tratta di un numero enorme di operazioni, la rilevanza delle quali ha spinto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a sostenere, in un discorso televisivo tenuto il 18 maggio, che Vladimir Putin sta «conducendo la Russia verso la bancarotta». In tal senso, Zelensky ha esplicitamente sottolineato l’importanza degli attacchi a lungo raggio dell’Ucraina contro le infrastrutture russe per esaurire le «riserve di guerra» di Mosca. Attacchi che rientrano nella strategia di dissanguamento lento ma sistematico delle risorse economiche del Paese.
La scelta russa di dotare i privati di armamenti un tempo disponibili solo alle forze regolari non è una novità assoluta. La stessa cosa, fin dai primi anni di guerra, hanno fatto gli ucraini, che anche in questo caso si sono rivelati molto più lungimiranti dei loro avversari. Kiev, anche per mere necessità d’organico, ha infatti giudicato più vantaggioso appaltare ai privati la protezione delle infrastrutture strategiche, così da liberare prezioso personale militare regolare da destinare al fronte.
I droni cambiano la guerra moderna
Che entrambi gli attori del conflitto russo-ucraino ricorrano a operatori privati per proteggersi dalla minaccia dei droni è un segnale rilevantissimo, che testimonia la centralità e la pericolosità di questi sistemi. Sistemi in grado di colpire in profondità provocando danni significativi senza richiedere supporto eccessivo né costi esorbitanti. In ottica strategica, ciò permette all’attaccante di costringere il difensore a distribuire risorse preziose — come il personale militare — per coprire e proteggere le proprie infrastrutture.
E questo è tanto più vero se si considera che tali armi possono essere impiegate con relativa facilità anche per colpire, lontano dal fronte, bersagli insospettabili come il naviglio commerciale nemico in transito in aree marittime molto distanti. È questo il caso, per esempio, degli attacchi avvenuti contro navi commerciali russe nel Mediterraneo. Attacchi che, qualora si volesse effettivamente difendere il naviglio, costringerebbero a disperdere ulteriori risorse militari lontano dal contesto operativo principale.
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Il ricorso a operatori privati per proteggere infrastrutture strategiche segnala quindi qualcosa di più profondo di una semplice necessità contingente. Rivela una trasformazione strutturale del conflitto moderno, in cui il confine tra sfera militare e civile tende progressivamente a dissolversi, tanto per necessità economico-politiche quanto per ragioni strategiche e operative. In un contesto del genere, i droni non rappresentano soltanto una nuova arma, ma uno strumento capace di ridefinire tempi, spazi e costi della guerra dei droni in Ucraina.






























