Washington continua a parlare di progressi nei negoziati con L’Iran, ma sul terreno la crisi si aggrava e ad Hormuz continuano a salire la tensione
La tensione tra Iran e Stati Uniti continua a muoversi su un doppio binario. Da un lato la Casa Bianca insiste sulla strada della diplomazia, dall’altro il quadro militare nella regione registra nuovi episodi che alimentano l’incertezza. Da Singapore, Pete Hegseth assicura che i colloqui con Teheran restano produttivi e che Donald Trump accetterà soltanto un accordo vantaggioso per Washington e per la sicurezza globale. Ma nelle stesse ore emergono notizie che raccontano una realtà ben diversa, fatta di missili, minacce sul traffico marittimo e nuovi scontri che coinvolgono il Golfo Persico, il Libano e gli attori regionali.
«Il presidente Trump è paziente. Accetterà solo un grande accordo». Così Pete Hegseth, che da Singapore, a margine dello Shangri-La Dialogue, rassicura il mondo sulla situazione a Hormuz e sul sangue freddo del tycoon. I colloqui sono «produttivi», gli Stati Uniti in una «buona posizione»; e l’Iran, scandisce il segretario alla Guerra, «sa cosa deve fare» per arrivare a un’intesa. «Qualsiasi accordo il presidente sia disposto a fare, lo farà solo se riterrà che sia un grande accordo per il nostro Paese e per la sicurezza del mondo».
I dubbi sulla trattativa
Tuttavia la giornata di ieri ci consegna una prima assoluta: un missile iraniano avrebbe centrato una base americana in Kuwait. Diplomazia produttiva, dunque, accanto a guerra galoppante. A guastare l’umore ottimista e prudenziale della Casa Bianca ecco JD Vance. Il vicepresidente, a lungo scettico sulle guerre lontane e contrario all’azione militare contro Teheran, ha finito per allinearsi: dopo la scelta di Trump ne è diventato il difensore pubblico. Sul resto, poche certezze: nessun calendario annunciato e una trattativa che procede attraverso mediatori regionali.
Sponda Teheran il mantra è fisso. Non si arretra, non si cambia idea, non ci si fida della controparte. L’Iran mantiene la posizione originaria e non prevede grandi concessioni: respinge le richieste-chiave americane, la consegna delle scorte di uranio altamente arricchito fuori dal paese e le modifiche alla politica nucleare di base. Qualsiasi accordo, prima di tutto, dovrà garantire i diritti nazionali dell’Iran.
Mohsen Rezaei — Consiglio per l’Accertamento, ex comandante dei Pasdaran — non ha alcun dubbio: Trump tradisce la diplomazia per la terza volta. «Continuando il blocco navale e avanzando richieste eccessive ai negoziati, ha dimostrato ancora una volta di non essere incline al negoziato e di perseguire altri obiettivi». Dichiarazioni che confermano come la tensione tra Iran e Stati Uniti resti elevata nonostante i contatti diplomatici.
Hormuz resta il punto più delicato
La partita tuttavia, oltre che sul nucleare e sulle sanzioni, si gioca prevalentemente a Hormuz. A corroborare l’inflessibilità narrativa iraniana arriva il messaggio che impone il pieno rispetto delle regole a ogni nave intenzionata ad attraversare lo specchio d’acqua. «La gestione dello Stretto di Hormuz è esercitata con piena autorità dalle Forze armate della Repubblica Islamica dell’Iran». Tutte le navi commerciali e le petroliere sono tenute a transitare esclusivamente lungo le rotte designate e a ottenere l’autorizzazione della Marina dei Pasdaran.
Accanto alla rigidità della comunicazione, il campo come sempre racconta altro. Nelle ultime 24 ore la stessa IRGC ha coordinato il passaggio di venti navi attraverso lo stretto. Nella disputa interviene anche l’Oman, che denuncia il rilevamento di un oggetto sospetto — possibile mina navale — a ovest della Inshore Traffic Zone, invitando i naviganti alla massima cautela. Anche il Qatar prova a favorire una soluzione condivisa sul tema del transito marittimo.
Sul campo la guerra continua a strisciare tra Golfo Persico e Libano. Bloomberg riferisce del primo missile iraniano contro una base statunitense in Kuwait, Ali Al-Salem: le difese kuwaitiane lo intercettano, ma i detriti colpiscono lo scalo, danneggiando due droni MQ-9 Reaper e ferendo lievemente alcuni militari. Il comando americano non commenta l’accaduto. Un episodio che alimenta ulteriormente la tensione tra Iran e Stati Uniti.
Nuovi scontri tra Israele e Libano
Più a nord, continua il lancio di razzi dal Libano verso l’Alta Galilea: l’Idf conferma sirene e intercettazione. La risposta da Tel Aviv è decisa. Oltre dieci raid israeliani sul sud del Libano, almeno tre morti, tra cui un padre e il figlio, e decine di feriti, secondo il Ministero della Salute libanese. Una dinamica che conferma la fragilità delle tregue costruite negli ultimi mesi.
Dulcis in fundo, l’ombra cinese sul conflitto. Secondo NBC, il Jet F-15E Strike Eagle abbattuto il mese scorso nel sud-ovest dell’Iran sarebbe stato «probabilmente» colpito da un sistema di fabbricazione cinese; e Pechino «potrebbe anche» aver fornito a Teheran un radar di preallarme a lungo raggio YLC-8B, capace di individuare velivoli stealth. Circostanze che aggiungono un ulteriore elemento geopolitico a una crisi già particolarmente complessa.
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Intanto l’amministrazione Usa invita a seguirla sulla via della pazienza. Strada difficile da percorrere, soprattutto se le tregue accumulate sul campo — Gaza, Libano, stretto — vengono regolarmente violate. La scollatura tra cancellerie e realtà appare sempre più evidente. E il tempo corre.





























