26 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

26 Mag, 2026

Che cosa sono gli Accordi di Abramo. E perché Trump vuole rilanciarli

La firma degli Accordi di Abramo

Dalla normalizzazione tra Israele e Paesi arabi fino alle tensioni con Iran, Hamas e Arabia Saudita: perché gli Accordi di Abramo sono tornati centrali nella crisi mediorientale


L’accelerazione voluta, anzi imposta, da Donald Trump sugli Accordi di Abramo ha aggiunto un ulteriore elemento di complessità a un quadro negoziale mediorientale già molto ingarbugliato.

Svolta tuttavia necessaria, per il presidente americano, in quanto impostagli – probabilmente con la stessa perentorietà con cui il tycoon l’ha presentata ai partner arabi – dall’alleato israeliano Benjamin Netanyahu, quale contropartita minima di un’intesa di pace con l’Iran che rappresenterebbe nei fatti una sconfitta strategica per lo Stato Ebraico e un grave insuccesso personale per Netanyahu stesso, in vista del voto di settembre. Ma quella proposta da Trump con i suoi usuali metodi sbrigativi ed eccessivamente trionfalistici non rappresenta solamente un’intesa diplomatica, bensì una svolta geopolitica gravida di significati e conseguenze.

Che cosa sono gli Accordi di Abramo

Lanciata nell’agosto 2020, l’intesa si proponeva di normalizzare i rapporti tra Israel e i Paesi arabi che, dal 1948, non riconoscono la legittimità dello Stato Ebraico a causa dell’oppressione del popolo palestinese (salvo l’Egypt, che ha riconosciuto Israele nel 1979 in cambio della restituzione del Sinai come parte degli Accordi di Camp David). Lo sottoscrissero soltanto due Paesi arabi, il Bahrain e gli United Arab Emirates, che negli anni successivi strinsero stretti legami con Tel Aviv al punto da avviare una collaborazione militare sempre più pervasiva.

L’effetto Hamas e il timore dell’Iran

Proprio questa espansione delle attività israeliane ha però progressivamente fatto arenare il progetto. Due le reazioni contrarie, distinte ma parallele. Da un lato, quella dell’Iran e dell’asse della resistenza a guida sciita, che negli Accordi di Abramo hanno visto lo spettro di un’alleanza tra sunniti, israeliani e occidentali contro di loro. Timore che ha contribuito a spingere il segmento sunnita dell’asse della resistenza, vale a dire Hamas, a sferrare preventivamente l’attacco del 7 ottobre per far deflagrare il latente conflitto israelo-palestinese e richiamare così i Paesi arabi alle loro responsabilità.

Le tensioni nel mondo arabo

Dall’altro proprio tra i Paesi arabi sunniti è cresciuta la prudenza nei confronti della penetrazione dell’influenza israeliana negli Stati firmatari degli Accordi di Abramo. Gli Emirati Arabi, in particolare, incoraggiati da Tel Aviv, hanno assunto una condotta sempre più aggressiva finanziando le milizie dei Janjaweed in Sudan per poter impossessarsi delle miniere d’oro del Paese e attaccando le forze governative filo-saudite in Yemen. In reazione, Saudi Arabia ha rotto i rapporti con Abu Dhabi, espulso le forze emiratine dal territorio yemenita e raffreddato i contatti indiretti con Israele.

Allo stesso modo, il Sudan, che aveva inizialmente acconsentito ad unirsi agli accordi, ha bloccato il processo di adesione a causa del sostegno israelo-emiratino ai ribelli Janjaweed.

La telefonata gelata a Trump

Nonostante la pressione di Washington, soltanto il Morocco e il Kazakhstan – quest’ultimo un Paese che già riconosceva Israele dal 1991 – hanno sottoscritto gli accordi, insieme all’autoproclamato stato secessionista del Somaliland. Né sembra che la rinnovata pressione statunitense riuscirà laddove anni di diplomazia hanno fallito. Secondo le indiscrezioni, Trump aveva già avanzato la richiesta in privato durante una call con i leader mediorientali pochi giorni fa: convocati per discutere della controfferta di pace iraniana, i capi arabi avevano subito l’imboscata negoziale del tycoon che aveva preteso la loro firma sull’accordo. La richiesta è stata accolta con sorpresa e un gelido silenzio, al punto da spingere Trump a chiedere se i presenti fossero ancora collegati alla chiamata.

Perché molti Paesi non vogliono firmare

Difficilmente però il tycoon otterrà quanto desidera: l’Arabia Saudita, come molti altri Paesi mediorientali, ha da tempo messo in chiaro che non accetterà accordi con Israele fin quando questo non si impegnerà a riconoscere uno Stato palestinese indipendente. Allo stesso tempo, per molti attori regionali – si pensi alla Turkey o al Pakistan – aderire al progetto geopolitico di Israele è inconcepibile, sia per ragioni di tenuta interna sia perché in conflitto con le proprie ambizioni regionali e con la propria identità nazionale.

Accettare la normalizzazione con Israele significa non solo accettarne l’esistenza ma anche la legittimità della sua azione, specialmente in un contesto in cui questa è incarnata da un governo-paria come quello Netanyahu. Significa anche avvallarne le ambizioni di – nelle parole del premier israeliano – «diventare la potenza leader del Medio Oriente». E significa infine attirarsi le ostilità dei nemici di Israele, in primis dell’Iran, che con la recente guerra ha dimostrato di saper tener testa a Tel Aviv e a Washington. Non a caso, Bahrain ed Emirati Arabi – i due Paesi allineatisi con Israele attraverso gli Accordi di Abramo – sono stati gli Stati maggiormente presi di mira dai missili iraniani durante la Terza Guerra del Golfo.

Il paradosso finale

In fin dei conti, la richiesta di Trump incarna tutto il paradosso di un leader che pretende di farsi garante di un ordine regionale che lui stesso ha ripetutamente terremotato con la sua condotta guerrafondaia.

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