Trump rivela di aver autorizzato nuovi raid contro Teheran salvo sospenderli dopo le pressioni degli alleati del Golfo. Che però negano. Il conflitto entra nel terzo mese e cresce il timore di una guerra senza sbocchi
Il presidente Usa Donald Trump torna a minacciare l’Iran ma, ancora una volta, evita di dare il via libera immediato a una nuova offensiva americana. Il presidente degli Stati Uniti ha rivelato di aver autorizzato un nuovo piano di attacco contro Teheran previsto per questa settimana, salvo poi sospenderlo per lasciare spazio ai negoziati diplomatici chiesti dagli alleati del Golfo, che però negano.
Una strategia fatta di ultimatum, pressioni militari e improvvise frenate che riflette le difficoltà della Casa Bianca nel gestire una guerra sempre più impopolare e senza una vera svolta sul terreno.
«Ci stavamo preparando a un attacco molto importante domani», ha detto Trump ai giornalisti.
«L’ho rinviato per un po’, forse per sempre, oppure solo temporaneamente, perché ci sono stati colloqui molto importanti con l’Iran».
Le sei richieste dell’Iran agli Usa
Secondo l’agenzia iraniana Irna, l’ultimo piano di pace presentato da Teheran a Washington contiene sei richieste principali. L’Iran chiede: la revoca delle sanzioni. Lo sblocco dei fondi congelati. La fine del blocco marittimo. La cessazione dei conflitti regionali, incluso il Libano. Il ritiro delle forze americane dalle aree vicine all’Iran. Un sostegno economico per coprire i danni causati dalla guerra. Richieste che al momento restano lontane dalle posizioni americane.
Trump sospende l’attacco dopo le pressioni del Golfo
Trump ha spiegato di essere stato contattato direttamente dai leader della regione e di vedere «una possibilità concreta» di arrivare a un’intesa senza dover «bombardare a tappeto» l’Iran. Dietro la nuova frenata americana c’è anche il timore di un ulteriore allargamento del conflitto in Medio Oriente e delle conseguenze economiche globali legate allo Stretto di Hormuz e ai mercati energetici.
Il post di Trump su Truth
“Mi è stato chiesto dall’Emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, dal principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman Al Saud, e dal presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, di sospendere il nostro attacco militare pianificato contro la Repubblica Islamica dell’Iran, previsto per domani, perché sono ora in corso negoziati seri e, secondo loro, come grandi leader e alleati, verrà raggiunto un accordo che sarà molto accettabile per gli Stati Uniti d’America, così come per tutti i Paesi del Medio Oriente e oltre. Questo accordo includerà, cosa importante, NESSUNA ARMA NUCLEARE PER L’IRAN!”
“Sulla base del mio rispetto per i leader sopra menzionati, ho dato istruzioni al Segretario alla Guerra Pete Hegseth, al presidente dei Capi di Stato Maggiore Riuniti, generale Daniel Caine, e alle Forze Armate degli Stati Uniti, che NON effettueremo l’attacco programmato contro l’Iran domani, ma ho inoltre dato loro istruzioni di essere pronti a procedere con un assalto completo e su larga scala contro l’Iran con un preavviso immediato, nel caso in cui non venga raggiunto un accordo accettabile.
Grazie per l’attenzione su questa questione!”
Presidente DONALD J. TRUMP

La guerra entra nel terzo mese
Quando gli Stati Uniti entrarono nel conflitto insieme a Israele, il 28 febbraio, Trump aveva parlato di una guerra di «quattro o cinque settimane». Oggi invece il conflitto è entrato nel terzo mese e la Casa Bianca è stretta tra due obiettivi opposti: piegare definitivamente Teheran oppure trovare una via d’uscita politica da una guerra sempre meno popolare negli Stati Uniti.
Trump ha più volte annunciato nuove offensive salvo poi ritirarsi all’ultimo momento. In aprile aveva perfino avvertito che «un’intera civiltà sarebbe morta in una notte», salvo fare marcia indietro poche ore dopo.
L’Iran resta in piedi
Il regime iraniano ha dimostrato una capacità di resistenza molto più alta del previsto, riuscendo a mantenere operative parte delle infrastrutture strategiche e continuando a rappresentare una minaccia per l’intera regione.
Il Pentagono sostiene di aver colpito circa 13mila obiettivi, distrutto gran parte della marina iraniana e ucciso alti comandanti militari e dell’intelligence, compresa la guida suprema Ali Khamenei. Ma il programma nucleare iraniano non sarebbe stato neutralizzato completamente. Molti siti missilistici iraniani si trovano infatti in bunker sotterranei scavati nelle montagne di granito e difficili da distruggere anche per l’aviazione americana. Gli Stati Uniti avrebbero colpito soprattutto gli accessi ai tunnel, ma Teheran sarebbe già riuscita a riaprire parte delle installazioni bombardate.
Anche il comandante del quartier generale centrale Khatam al-Anbiya, Ali Abdollahi, ha avvertito che le forze armate iraniane «hanno il dito sul grilletto» e risponderanno «in modo rapido, potente ed esteso» a qualsiasi nuova aggressione. Il governo iraniano insiste inoltre sulla propria superiorità strategica nello Stretto di Hormuz, passaggio cruciale per il traffico mondiale di petrolio.
I dubbi del Pentagono e la guerra impopolare
Le stesse fonti americane ammettono che l’Iran ha studiato le tattiche di volo degli aerei Usa, forse con l’aiuto della Russia, rendendo più prevedibili alcune operazioni militari statunitensi. Il Pentagono teme inoltre che il conflitto abbia rafforzato la capacità iraniana di adattarsi a una guerra lunga.
Nel frattempo cresce il malcontento interno negli Stati Uniti. Un sondaggio New York Times-Siena mostra che il 64% degli elettori considera sbagliata la decisione di Trump di entrare in guerra contro l’Iran, soprattutto per i costi economici e il rischio di un nuovo conflitto senza fine in Medio Oriente.
Trump conferma la linea dura
La decisione di rinviare l’azione militare arriva dopo che la Casa Bianca ha giudicato «insufficiente» la nuova proposta in 14 punti presentata dall’Iran.
Washington continua però a indicare come linea rossa assoluta il programma nucleare iraniano. La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha ribadito che Teheran «deve rinunciare alle ambizioni nucleari» e che gli Stati Uniti non accetteranno alcuna forma di arricchimento dell’uranio.
Secondo il Qatar, che segue i colloqui insieme al Pakistan, il negoziato necessita ancora di tempo. «Crediamo che serva più tempo», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri qatariota Majed al-Ansari.
Il timore globale per Hormuz
Nel comunicato finale del G7 Finanze riunito a Parigi, i Paesi membri hanno definito «imperativo» il rapido ritorno alla libera navigazione nello Stretto di Hormuz e una soluzione duratura del conflitto. Secondo S&P, una chiusura prolungata dello stretto potrebbe spingere l’Europa verso la recessione, rallentando la crescita e alimentando nuova inflazione attraverso l’aumento dei costi energetici e delle materie prime.
Lo Stretto di Hormuz resta infatti uno dei punti più delicati dell’intera crisi: da lì passa una quota decisiva del petrolio mondiale e ogni escalation militare rischia di avere effetti immediati sull’economia globale.































