6 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

6 Mag, 2026

Intelligence Usa: «Teheran potrebbe avere l’arma nucleare in un anno»

Stando all’intelligence americana il programma nucleare di Teheran è ancora intatto nonostante gli attacchi Usa, e ora l’Iran potrebbe guardare all’Arma come a una valida garanzia di sicurezza


Le capacità di sviluppo nucleare iraniane sono a livelli paragonabili con quelli della scorsa estate. Volendo, Teheran potrebbe dotarsi dell’Arma entro un anno. È questo lo sconvolgente assesment fornito alla stampa internazionale da fonti interne ai servizi d’intelligence americani. Un giudizio, frutto delle continue analisi svolte dagli 007 di Washington per quanto concerne il sensibile settore nucleare di Teheran, che getta una lunga ombra su tutto l’operato delle forze armate americane in Medio Oriente.

E che, soprattutto, contraddice in pieno tutte le rivendicazioni del presidente Donald Trump, il quale anche di fronte ad una campagna militare sostanzialmente fallimentare ha sempre dichiarato di aver quantomeno limitato le capacità di sviluppo nucleare degli iraniani. Un’affermazione negata dagli sviluppi segnalati dall’intelligence, che testimoniano al contrario quanto preparati fossero effettivamente gli iraniani e quanto ben protette fossero le molte strutture nucleari approntate negli anni da Teheran.

Un conflitto poco incisivo

A giustificare questo fallimento, in realtà, è anche la poca convinzione mostrata dagli americani nel recente conflitto contro l’Iran. Al contrario del breve scontro noto come “guerra dei 12 giorni”, nell’ultima tornata di attacchi americani contro il Paese la gran parte delle operazioni hanno interessato strutture militari convenzionali, lasciando all’aviazione israeliana l’arduo compito di prendere di mira quasi in solitaria le strutture nucleari.

Un compito a cui gli israeliani, però, non hanno mai potuto assolvere per semplice mancanza degli armamenti necessari a danneggiare installazioni tanto fortificate quanto quelle approntate dai Pasdaran. Per questo motivo, nonostante lo scopo dichiarato del conflitto fosse quello di annientare definitivamente il programma nucleare iraniano, le strutture di arricchimento dell’uranio e di sviluppo e ricerca sono uscite, secondo valutazioni circolate in ambienti occidentali, pressoché intatte dall’ultima guerra.

Il cambiamento nella leadership iraniana

Tutto ciò, in termini strategici, è un gravissimo problema per Washington. Per quanto l’intero programma di sviluppo nucleare iraniano sia sempre stato tradizionalmente più una carta da giocare sui tavoli negoziali che un reale strumento bellico, infatti, le cose oggi sono cambiate. Svanita la vecchia leadership di Teheran, ideologicamente contraria all’arma nucleare perché considerata “anti-islamica”, si è del resto aperta nei palazzi del potere iraniani una nuova strada per quella gioventù rivoluzionaria meno legata a questo tipo di ragionamenti.

E dopo le devastazioni e gli omicidi mirati a cui ha assistito durante il conflitto, questa nuova leadership potrebbe decidere di fare sul serio sul nucleare e far uscire il programma da quel blocco politico intenzionale in cui è rimasto per decenni. A maggior ragione alla luce del degradamento subito dalle forze convenzionali iraniane, che nonostante gli ottimi risultati ottenuti sul campo hanno consumato quote importanti di munizioni e apparecchiature difficili da sostituire nel brevissimo tempo.

La “difesa a strati” sempre più debole

Nell’ottica difensiva strategica iraniana, infatti, il nucleare non ha mai avuto un impatto sufficiente da giustificarne i costi politici a causa dell’altissima efficienza regionale della “difesa a strati” di Teheran, fatta di reti di proxy, enormi arsenali missilistici e potenti forze terrestri. Ma questa “difesa a strati” è oggi molto più debole che un tempo, motivo per cui il peso del nucleare, per quanto ancora relativamente limitato, aumenta.

Dalle parti di Teheran, i nuovi leader potrebbero del resto guardare al caso di Pyongyang e trarne un insegnamento importante: avere il nucleare è una garanzia di sicurezza che nessun sistema asimmetrico, per quanto elaborato, può assicurare. Specialmente se i tuoi due principali avversari strategici sono anch’essi entrambi dotati di armamenti di tipo nucleare.

Il precedente evocato da Putin

Una tesi, quella della necessità di avere armi di questo tipo, sostenuta negli anni diverse volte anche da Vladimir Putin in vari interventi. Secondo la chiave interpretativa del presidente russo, infatti, uno dei grandi errori strategici di figure quali Muhammar Gheddafi e Saddam Hussein fu proprio quello di non aver creduto più seriamente nel nucleare e di averlo abbandonato in favore della pace.

E questo tipo di narrativa, visto quanto successo negli ultimi anni in Medio Oriente, potrebbe avere molto appeal a Teheran, specialmente alla luce della scarsa credibilità della leadership americana. Anche in caso di risultati concreti in ipotetici negoziati con Washington, infatti, gli iraniani potrebbe rimanere convinti della necessità di aumentare le proprie garanzie spingendo definitivamente nella direzione dell’Arma.

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In questo scenario, la partita iraniana torna a essere il vero banco di prova degli equilibri globali. Se Teheran dovesse davvero avvicinarsi alla soglia nucleare, non sarebbe solo il Medio Oriente a cambiare volto, ma l’intero sistema di deterrenza internazionale. Washington e i suoi alleati si troverebbero così di fronte a un dilemma già visto: accettare un nuovo attore nucleare o rischiare un’escalation dagli esiti imprevedibili. Ed è proprio in questo spazio di incertezza che si giocheranno le prossime mosse, ben oltre la retorica e le rivendicazioni politiche.

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