Situazione tragica nelle tendopoli di Gaza, dove si continua a morire. Non solo per le bombe. Sette mesi dopo il cessate il fuoco, la guerra è diventata infestazione, degrado, decomposizione lenta. Intanto la procura indaga sul fermo dei due attivisti della flotilla
La Procura di Roma accende un faro dove altri avevano già deciso di spegnere la luce. Un fascicolo per sequestro di persona, ipotesi pesante sull’abbordaggio della Global Sumud Flotilla in acque internazionali.
Un atto giudiziario che arriva mentre dai porti italiani si alza un’altra voce: quella dei portuali di Genova e Livorno che chiedono uno sciopero generale, perché la guerra – dicono – non è mai lontana, è già dentro le nostre economie, nei nostri salari, nelle nostre omissioni.

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Il resto è cronaca che graffia. Navi civili circondate, armi puntate, attivisti trascinati via. Un arrembaggio che sa di altri tempi, se non fosse che accade nel cuore del Mediterraneo contemporaneo.
Oggi dovrebbero essere liberati gli ultimi due arrestati: lo spagnolo di origini palestinesi Saif Abu Keshek e il brasiliano Thiago Avila. Il primo portato in aula in ceppi, una scena che ricorda più Budapest ai tempi di Orbàn che una democrazia liberale; il secondo semplicemente ammanettato, come se bastasse cambiare la forma per attenuare la sostanza. Si parla di torture, di violenze, di umiliazioni. Il ministero degli Esteri israeliano respinge tutto, con fermezza. Idem i membri dell’equipaggio. Parola contro parola, mentre il diritto internazionale resta appeso. Poco più di una formalità.
La situazione delle tendopoli
Intanto a Gaza si continua a morire. Non solo per le bombe, non solo per i proiettili. Si muore anche per i topi. Sette mesi dopo il cessate il fuoco, la guerra ha cambiato pelle ma non ha mollato la presa. È diventata infestazione, degrado, decomposizione lenta.
Nelle tendopoli i roditori sono padroni: assaltano il poco cibo, rosicchiano sacchi e coperte, corrono e mordono i corpi dei bambini mentre dormono. Le operazioni di disinfestazione servono a poco, perché quando la miseria è strutturale, anche i topi diventano sistema.

La scrittrice palestinese Ghada Abdulfattah, in una lettera pubblicata dal New York Times il mese scorso aveva raccontato un paesaggio che non è solo distruzione ma condanna permanente. Nulla è cambiato. Macerie ovunque, cumuli di cemento che non sono solo ciò che resta delle case ma ciò che resta del futuro. Camminare diventa un esercizio di equilibrio tra ferri contorti e polvere, vivere un esercizio di resistenza mentale. “La guerra non è finita”.
E non è retorica: è cronaca quotidiana. I droni continuano a ronzare, gli attacchi non si sono mai fermati del tutto. E adesso, con l’arrivo del caldo, il rischio di epidemie cresce. Nelle tende non si può conservare nulla: il cibo marcisce o viene divorato prima.
C’è chi, da lontano, discute di ricostruzione. Qualcuno immagina una “nuova Gaza”, magari scintillante come Dubai. Donald Trump aveva persino evocato l’idea di trasformarla in un resort. Ma tra le macerie, oggi, al posto delle brochure patinate ci sono solo detriti e topi.
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Il dibattito politico
In Italia il dibattito si accende a intermittenza. Maurizio Gasparri prova a riportarlo su un piano politico: la Flotilla, ha detto ieri, ospite ad Agorà (Rai Tre) , ha un valore simbolico ma un‘efficacia “pari a zero” sul piano degli aiuti. Una provocazione che però riconosce implicitamente il punto: l’operazione serve a riaccendere i riflettori. E infatti funziona.
Perché Gaza era sparita dai radar mediatici, inghiottita da altre urgenze, da altre narrazioni. Marginale tra le guerre per il petrolio che infiammano il Medio Oriente. Ora torna al centro, anche grazie a iniziative che qualcuno liquida come propaganda.
“Senza testimoni non c’è verità”
Nel frattempo la politica si organizza. Domani alla Camera verrà presentato il libro di Arturo Scotto sulla Flotilla, con la partecipazione di Elly Schlein. Giovedì mattina, davanti a Piazza Montecitorio, è prevista una manifestazione: giornalisti, attivisti, associazioni. “Senza testimoni non c’è verità”.
E a Gaza i testimoni sono sempre meno: oltre trecento operatori dell’informazione uccisi dall’inizio del conflitto. Perfino il Tg1, storicamente prudente su questi temi, ha mandato in onda un servizio insolitamente duro. Immagini di donne e bambini che vivono tra fango e rifiuti, tra paura e fame. Un racconto asciutto, senza enfasi, ma proprio per questo più difficile da ignorare.

Anche la Chiesa cattolica esprime preoccupazione crescente, mentre in Europa il clima si incupisce.
La suora aggredita a Gerusaleme
A Gerusalemme una suora è stata aggredita in un quartiere a maggioranza ebraica. È avvenuto nei pressi del Cenacolo sul Monte Sion, vicino alla Città Vecchia. La vittima è una religiosa francese di 48 anni, ricercatrice presso la Scuola biblica e archeologica di Gerusalemme.
La donna è stata spinta a terra e presa a calci in pieno giorno da un uomo di 36 anni. La polizia israeliana ha arrestato il sospettato e sta indagando sull’episodio. L’evento ha suscitato sdegno internazionale ed è stato denunciato come un gesto brutale e non isolato contro i cristiani nella zona . Segno che la tensione tracima, diventa conflitto diffuso, identitario, spesso cieco.
Gli episodi in Italia
E in Italia si cerca di fare luce su episodi che raccontano un’altra deriva. Come quello di Eitan Bondi, il 21enne che il 25 aprile ha ferito con una pistola a piombini un uomo e una donna con il fazzoletto dell’Anpi al collo durante una manifestazione a San Paolo. Ora è ai domiciliari e giura di essersi pentito. Ma resta il gesto, resta il clima.
E resta la frase dello storico Ariel Toaff: «Tutti sanno che al Portico di Ottavia di Eitan Bondi, magari mimetizzati e protetti da chi di dovere, ce n’è un folto branco che gode della silenziosa approvazione di molti ebrei e dei loro interessati fiancheggiatori». Parole che illuminano verità nascoste, insinuano dubbi, inevitabilmente dividono.
A Gaza si continua a morire
Nel frattempo, sul terreno, la guerra continua a produrre morti. Due militanti di Hamas sono stati uccisi nelle ultime ore dalle forze israeliane mentre si avvicinavano alla cosiddetta Linea Gialla. Episodi che alimentano la spirale, che tengono alta la tensione, che rendono ogni tregua una parentesi fragile.

E allora sì, forse la Flotilla non è solo una missione umanitaria m anche un’operazione politica, come sostiene la nostra presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che pure, sin dall’inizio, ha contestato la violazione del diritto internazionale e preso posizione. Forse si cerca lo scontro, come sostiene Gasparri.
Ma è un fatto che, grazie a quella forzatura, Gaza è tornata sotto gli occhi del mondo. E quello che si vede non è un futuro da resort, ma un presente fatto di macerie, fame e topi. Una crisi umanitaria che non ha bisogno di slogan per essere raccontata ma solo di occhi aperti per essere vista e raccontata.


















