2 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

2 Mag, 2026

Gaza, Hamas rifiuta il disarmo: la pace di Trump resta lontana

Mentre a Gaza la crisi umanitaria continua, Hamas fa sapere di non voler accettare il disarmo, mettendo a rischio la pace voluta da Trump


Sei mesi. È questo il periodo di tempo passato dall’inizio del cessate il fuoco che ha congelato il conflitto tra Hamas e Israele nella Striscia di Gaza. Sei mesi passati in attesa di possibili passi avanti verso una pace stabile e duratura che non è mai arrivata. Per metà anno la Striscia è rimasta paralizzata, bloccata in uno stato che non può dirsi guerra aperta ma nemmeno pace.

Per rompere questo stallo ieri una delegazione di Hamas si è incontrata al Cairo con i mediatori, tentando di strutturare un piano che porti ad una fine definitiva delle ostilità e degli attacchi contro l’enclave palestinese, rimasta vittima di continui bombardamenti mirati anche dopo la proclamazione del cessate il fuoco. In tal senso, sempre ieri, mentre i delegati dell’organizzazione islamista palestinese si trovavano nelle stanze dove si decide il futuro di Gaza i morti hanno continuato ad aumentare nella Striscia.

Raid e vittime civili

Altri quattro, nello specifico, da aggiungere alla lunga conta dei morti provocati dalla guerra. Questa volta, come tante altre prima, uccisi un raid volto a colpire figure di spicco di Hamas, ma che come spesso successo negli scorsi anni è costato la vita anche a dei civili innocenti. Nel complesso, raid di questo tipo hanno causato non meno di 800 morti dall’inizio del cessate il fuoco. Un numero enorme reso meno significativo solo dall’ecatombe provocata durante il conflitto, che ha visto decine di migliaia di vittime, per lo più civili.

Il peso di questi morti grava sui negoziati, rendendo più complicato il lavoro dei negoziatori. Ambo i lati del fronte, infatti, gli attori restano radicati sulle posizioni intransigenti manifestate da tempo: per gli israeliani il punto centrale resta il disarmo e lo smantello di Hamas, mentre per i palestinesi il ritiro totale dell’Idf rimane un tema fondamentale. E per quanto riguarda il disarmo i segnali non sono affatto positivi.

Hamas, infatti, ha fatto sapere ieri di non aver intenzione di smantellare la sua ala armata a causa delle continue violazioni del cessate il fuoco da parte dell’Idf, che però lamenta la stessa cosa, e la morte di quattro suoi militari, per giustificare i continui raid contro la Striscia. La sensazione, in tal senso, è che in realtà nessuno dei due attori abbia effettivamente molta voglia di sottostare a quanto previsto dagli accordi voluti da Donald Trump e che tanto Hamas quanto Israele stiano continuando a prepararsi ad un possibile nuovo scontro nel prossimo futuro.

Emergenza sanitaria nei campi

Un conflitto che, viste le drammatiche condizioni della popolazione a Gaza, avrebbe dei costi umani molto più gravi di quelli pagati nella recente guerra. Stando a quanto riportato ieri dai media internazionali, tra cui la Reuters, ratti e parassiti si stanno infatti diffondendo nei campi profughi di Gaza, dove vivono gli sfollati palestinesi. Causando la rapida diffusione di malattie e complicando lo stoccaggio dei preziosi aiuti alimentari fatti affluire nella Striscia.

Una vera e propria tragedia, causata in larga parte dallo stato di tremendo abbandono in cui versa l’intera enclave, in gran parte rasa al suolo dai combattimenti. Teoricamente, stando ai punti negoziati nell’ambito del cessate il fuoco il territorio palestinese avrebbe dovuto ricevere assistenza in modo tale da poter rimuovere gran parte delle macerie accumulatesi durante la guerra, così da poter ricostruire le infrastrutture danneggiate o distrutte. Tuttavia, con lo stallo del processo negoziale e con gli scontri ancora in corso saltuariamente nell’enclave tutti questi complessi lavori procedono molto a rilento.

Espansione dell’area occupata

Tutto dipende, in buona sostanza, dai buoni esiti dei prossimi negoziati. I quali partono, come tutti i precedenti, da condizioni decisamente poco favorevoli. Israele, proprio per la scarsa fiducia verso i prossimi punti del piano di pace, ha intanto espanso la sua zona di occupazione all’interno della Striscia, trasformando quella che veniva chiamata la “linea gialla” in una nuova “linea arancione” che sottrae altro territorio alle autorità palestinesi, aggravando lo stallo e rendendo sempre più probabili nuovi incidenti nelle zone di confine tra l’area d’occupazione e quella sotto il controllo di Hamas.

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Oltre che più complessi i negoziati, evidentemente. In questo contesto, la prospettiva di una pace duratura appare sempre più lontana, schiacciata tra esigenze di sicurezza inconciliabili e una crisi umanitaria che non conosce tregua. Il rischio, dunque, è che il cessate il fuoco si trasformi da strumento di de-escalation a semplice parentesi tra due fasi di guerra aperta. E che risulti così incapace di produrre effetti politici reali e duraturi. Intanto, a pagare il prezzo più alto restano i civili, intrappolati in una quotidianità fatta di precarietà, paura e privazioni.

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