Ci sono differenze sostanziali tra la violenza degli anni ’70 e quella che vediamo riaffiorare nelle piazze di oggi
I nostri anni Settanta non sono mai realmente finiti. Anche nel racconto dell’ultimo 25 aprile continuano a circolare come un oggetto fantasmatico della memoria collettiva, una sequenza infinita di immagini riprodotte, rallentate, archiviate, commentate, consumate. Cortei, passamontagna, spranghe, celerini: tutto sopravvive come repertorio visivo prima ancora che storico. Ma il problema è precisamente questo. Ogni volta che in qualche piazza italiana accadono fatti di violenza riemerge una narrazione semplificata degli anni Settanta: i cattivi maestri, i giovani radicalizzati, la deriva terroristica. Una narrazione lineare, pedagogica, quasi televisiva. Serve a neutralizzare il trauma trasformandolo in fiction morale. Ma ciò che viene rimosso è sempre la parte più oscena del sistema.
La strategia della tensione
Perché negli anni Settanta italiani non esisteva soltanto il terrorismo rosso. Esistevano soprattutto il terrorismo nero, le stragi di Stato, la strategia della tensione, l’ambiguità strutturale del potere democratico. Piazza Fontana, Bologna, Brescia non furono semplicemente attentati. Furono implosioni del codice democratico. Momenti nei quali il sistema rivelò di poter produrre autonomamente il proprio disordine per rigenerare la propria necessità di ordine. È il paradosso fondamentale del potere contemporaneo: non reprime il caos, lo produce.
La strategia della tensione funzionava precisamente così. Non aveva bisogno di instaurare apertamente una dittatura. Bastava diffondere una paura sufficientemente continua da rendere desiderabile il controllo. Il terrorismo nero occupava una posizione decisiva perché non agiva come negazione del sistema, ma come sua ombra interna. Non combatteva realmente l’ordine democratico: contribuiva alla sua drammatizzazione permanente. E il terrorismo rosso, in fondo, finiva per svolgere una funzione speculare. Le Brigate Rosse immaginavano di colpire il cuore dello Stato, ma in realtà ne rafforzavano continuamente la centralità simbolica. Ogni atto rivoluzionario confermava la necessità dell’apparato repressivo. Ogni violenza alimentava il circuito reciproco tra paura e sicurezza. È il destino di tutte le forme contemporanee di radicalità: credere di sabotare il sistema mentre ne intensificano la circolazione simbolica.
I cattivi maestri
I cosiddetti cattivi maestri partecipavano a questa stessa logica. Producevano linguaggi assoluti, mappe ideologiche semplificate, narrazioni totali del conflitto. Ma il loro vero ruolo era forse un altro: trasformare la politica in spettacolo metafisico. Il punto però è che negli anni Settanta la rivoluzione era ancora pensata come evento reale. Oggi non più. Oggi sopravvive soltanto la simulazione del conflitto. I presidenti democratici (?) e gli autocrati contemporanei lo hanno compreso perfettamente. Essi non governano attraverso ideologie coerenti, ma attraverso flussi permanenti di immagini emotive. Non amministrano verità. Amministrano intensità. Basta seguire Donald Trump sui social per rendersene conto. La paura è diventata il principale prodotto politico globale. Ogni guerra contemporanea viene rappresentata come simulacro morale. Tutti combattono contro il Male assoluto in “operazioni militari speciali”. Tutti agiscono in nome della pace, della sicurezza, della civiltà, della sopravvivenza. Il reale scompare dietro la sua messinscena. Negli anni Settanta il nemico era il capitalismo imperialista o il comunismo internazionale, dipendeva dal colore della bomba. Oggi il nemico è migrante, élite, sionista, musulmano, globalista, occidentale, woke, patriota, gender, Soros, la Nato, la Russia, Bruxelles, Hollywood. Siamo molto democratici nella distribuzione dell’odio.
La morte dell’utopia
Ed è qui che il discorso contemporaneo sugli ebrei, Israele, la Palestina e le piazze europee assume un carattere quasi perfetto di iperrealtà. Da una parte riemerge un antisemitismo che non riguarda più concretamente gli ebrei come individui reali. L’ebreo funziona piuttosto come segno fluttuante del potere globale, della finanza, dell’Occidente, della colpa storica. È un oggetto simbolico che concentra fantasmi collettivi. Dall’altra parte Israele, mentre assedia e uccide in massa i palestinesi, si mimetizza nel simulacro assoluto della vittima innocente, affinché ogni critica al suo operato sia assorbita dentro il codice vietato dell’antisemitismo. Il conflitto reale scompare perché diventa moralmente impronunciabile. Restano soltanto immagini concorrenti di sofferenza. Gli episodi di violenza delle piazze del 25 aprile appartengono a questa economia simbolica. Nessuno combatte più l’avversario reale. Si combattono – e ci si nasconde dietro – segni, rappresentazioni, identità mediatizzate.
Negli anni Settanta esisteva ancora un orizzonte utopico. Distorto, folle, sanguinario, ma esisteva. Oggi invece domina qualcosa di molto peggiore: il cinismo. Le persone non credono veramente nelle ideologie che proclamano. Godono semplicemente dell’odio che esse autorizzano. Il populismo contemporaneo funziona così. Non importa se il leader mente. Non importa se il discorso è contraddittorio. Ciò che conta è il piacere oscuro di sentirsi parte di una comunità assediata. La politica contemporanea non produce più ideologie forti. Produce identificazioni isteriche. Ed è forse questa la differenza decisiva rispetto agli anni Settanta. Allora esisteva ancora la convinzione tragica che la storia possedesse una direzione. Il terrorismo rosso e quello nero agivano dentro una drammatica concezione del destino politico. Oggi invece viviamo nella circolazione infinita dei simulacri. Non si combatte più per trasformare il mondo. Si combatte per occupare lo spazio visibile del trauma.
I social
I social network rappresentano la forma perfetta di questo sistema. Non producono conoscenza né verità: accelerano semplicemente la riproduzione delle emozioni. La rabbia, la paura, l’indignazione circolano più velocemente della complessità. Ogni individuo diventa allora microproduttore di nemici simbolici. È il trionfo definitivo della simulazione democratica: tutti parlano, nessuno ascolta, tutti reagiscono, nessuno pensa. E forse il vero potere contemporaneo consiste precisamente in questo. Non impedire il conflitto. Renderlo interminabilmente spettacolare.


















