12 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

29 Apr, 2026

Iran, Trump conferma il blocco e sente Putin. L’intelligence Usa valuta il ritiro

L'immagine del post di Trump

Il presidente Usa rivendica la vittoria e rilancia la linea dura contro Teheran, accompagnando il messaggio con un’immagine di guerra generata dall’intelligenza artificiale


Il valzer tra Washington e Teheran continua. Con Hormuz ancora bloccato e tutti i discorsi su possibili negoziati appesi ad un filo, iTrump è tornato a minacciare velatamente gli iraniani. Citando il tanto discusso discorso del nucleare, confermando di non voler accettare le proposte di Teheran.

«Non sanno come firmare un accordo senza nucleare. Farebbero meglio a darsi una svegliata presto!», ha scritto su Truth. Postando anche un’immagine generata con l’AI di lui con un fucile d’assalto attorniato da un bombardamento. Si tratta dell’ennesimo tentativo d’intimorire un regime che, ad oggi, si dimostra ancora particolarmente poco sensibile a questo tipo di attacchi simbolici e d’immagine. E che continua a ribadire le sue posizioni negoziali, inaccettabili per Washington.

Poche ore prima, alla cena con re Carlo, aveva rivendicato: «Abbiamo sconfitto militarmente l’Iran». Una linea che si traduce in una strategia precisa: niente nuovi raid per ora, ma un blocco economico prolungato per piegare il regime. «L’Iran non riesce a darsi una mossa. Non sa come firmare un accordo sul nucleare. Farebbe meglio a svegliarsi in fretta!» E la firma. Presidente DJT.

Telefonata con Putin e intreccio con il fronte ucraino

Per fare pressione su un’Iran che stenta a voler negoziare il presidente americano ha sentito, in una telefonata di due ore, il suo omologo russo Vladimir Putin. Non sono stati diffusi i temi precisi, ma che si è incentrata sulla questione iraniana. Unico elemento rilevante fuoriuscito dalla chiamata è stato quello relativo a un altro conflitto, quello ucraino. Putin ha annunciato a Trump la volontà di dichiarare una tregua per il 9 maggio, ricorrenza molto importante per i russi.

LA GUERRA GIORNO PER GIORNO

Il peso della guerra sull’economia iraniana

Tornando all’Iran, comunque, nonostante la resilienza dimostrata nei mesi scorsi in Iran la guerra comincia ad avere un peso economico non indifferente. La valuta nazionale, in tal senso, ha toccato ieri il minimo storico di 1.810.000 Rial per dollaro statunitense, a causa della domanda di valuta estera che si è accumulata durante sei settimane di combattimenti. E ora riversata sul mercato libero. Il valore del Rial, come riportato dai media locali, è calato di circa il 15% solo negli ultimi due giorni, a testimonianza dell’incertezza che attanaglia il Paese.

Petrolio e Hormuz, il nodo delle esportazioni

Teheran ha fatto sapere di star continuando ad esportare il proprio petrolio usando «canali alternativi», ma non è ancora chiaro se le rotte diverse da Hormuz saranno in grado di assorbire l’intera quota di esportazioni iraniane.

I costi per gli Stati Uniti e l’efficacia del blocco navale

Anche sul fronte americano, comunque, la guerra è costata non poco. Stando a quanto rivelato ieri da funzionari del Pentagono, infatti, il conflitto è costato non meno di 25 miliardi complessivi agli Stati Uniti. Un costo esorbitante, trainato in larga parte dall’enorme consumo di munizioni dovuto ai pesanti bombardamenti contro le città iraniane. E che continuerà ad aumentare visti i costi operativi della squadra navale dislocata in Medio Oriente per mantenere attivo il blocco di Hormuz. Che, in ogni caso, si sta rivelando efficace. Secondo i dati di navigazione pubblicatii, infatti, solamente sei navi – una frazione del traffico abituale passante per uno dei choke points più importanti del mondo – hanno attraversato lo Stretto nelle ultime 24 ore.

L’ipotesi ritiro e i dubbi dell’intelligence americana

Mentre in Medio Oriente lo stallo continua, negli Stati Uniti, stando alle indiscrezioni, le agenzie d’intelligence s’interrogano sul possibile futuro di questo gravoso conflitto. Secondo uno scoop della Reuters, gli 007 statunitensi starebbero considerando le possibili conseguenze di una dichiarazione unilaterale di cessazione delle ostilità da parte di Trump che potrebbe decidere di staccarsi dal pantano mediorientale rivendicando una vittoria sul campo. Ma convince poco.

Per le agenzie d’intelligence americane una scelta di questo tipo, pur alleviando il peso politico dell’avventura iraniana che ora grava sull’amministrazione, potrebbe avere conseguenze inattese. Prima fra tutte quella di permettere all’Iran di rivendicare a sua volta una vittoria “per abbandono”, rimanendo il Paese, in caso di ritiro americano, pienamente in possesso sia del suo prezioso uranio sia del ben più rilevante stretto di Hormuz.

Il rischio di una vittoria iraniana per “abbandono”

Qualora Trump dovesse decidere di sganciarsi dalla crisi gridando alla vittoria, la Repubblica Islamica ne uscirebbe dunque decisamente rafforzata e ciò potrebbe avere ripercussioni enormi nello scacchiere regionale. In primis nel Golfo Persico, dove le varie monarchie arabe alleate degli Stati Uniti si ritroverebbero a dover scendere a patti con un Iran ora pienamente consapevole della propria capacità di manipolare i flussi commerciali del petrolio tramite Hormuz.

Israele e il timore di un cedimento del fronte anti-Teheran

Anche in Israele, però, un eventuale ritiro americano, seppur mascherato da “vittoria”, sarebbe una pessima notizia. L’intero movente strategico israeliano dietro il lancio dell’offensiva contro l’Iran era quello di depotenziare il regime iraniano, mettendolo nella condizione di non poter più nuocere a Tel Aviv. Un obiettivo che, per ragioni tanto dottrinali quanto strategiche, non è stato raggiunto. Un disimpegno americano, in tal senso, segnalerebbe dunque un cedimento del fronte anti-iraniano, con conseguente forte radicamento della narrativa promossa da Teheran di una vittoria persiana nel conflitto.

Equilibri regionali in bilico e rischio di riassetto forzato

A restare in bilico, in buona sostanza, non è solo l’esito dello scontro, ma l’intero equilibrio del Golfo e del Medio Oriente. Se nessuna delle parti troverà un’uscita negoziale, il rischio è quello di un riassetto forzato degli equilibri regionali, con conseguenze difficili da contenere e potenzialmente sfavorevoli per il ruolo degli Stati Uniti e dei loro alleati nella regione.

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