Dalla fusione dei partiti di opposizioni di Bennet e Lapid nasce un nuovo soggetto politico che punta a scardinare il dominio del Likud di Netanyahu in Israele
“Together”, “Insieme”, un nome dal significato chiaro che rende evidente quale sia lo scopo del nuovo partito nato dalla fusione delle principali compagini d’opposizione israeliane. Sotto questa sigla Naftali Bennett e Yair Lapid sperano infatti di sconfiggere insieme la superpotenza politica del Likud alle prossime elezioni, così da scardinare la presa che il primo ministro Benjamin Netanyahu e i suoi alleati hanno consolidato sul Paese.
«Siamo qui riuniti per il bene dei nostri figli. Lo Stato di Israele deve cambiare rotta», ha dichiarato Lapid alla conferenza stampa con cui i due leader hanno annunciato la nascita di “Together”. A fargli eco Bennet, seduto accanto a lui durante la presentazione della fusione, il quale ha fatto sapere ai giornalisti riuniti che «dopo 30 anni, è tempo di separarsi da Netanyahu e aprire un nuovo capitolo per Israele».
Un capitolo, presumibilmente, che non prevedrà nessuna partecipazione attiva da parte del Likud o dei suoi alleati di estrema destra, colpevoli secondo parte dell’opinione pubblica israeliana di aver reso il Paese un pariah a livello internazionale e di averlo incastrato in un ciclo infinito di guerre regionali.
Il peso dei sondaggi e il possibile allargamento
In previsione delle elezioni di fine ottobre 2026, Bennet e Lapid hanno anche esteso l’invito nella loro coalizione a Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore delle Forze di Difesa israeliane e leader del partito Yashar. Con la sua eventuale adesione, stando ai dati forniti dai sondaggi di questi giorni, “Together” diventerebbe la prima forza politica del Paese. Una forza potenzialmente in grado di ottenere, ad ottobre, il maggior numero di membri della Knesset.
Combinando i seggi previsti dai sondaggi delle tre forze politiche, infatti, “Together” potrebbe arrivare a vantare non meno di 43 parlamentari, contro i 24 che si prevede possano andare al Likud. Non abbastanza per ottenere la maggioranza assoluta alla Knesset, ma sufficiente a vantare un gruppo in grado d’influenzare direttamente l’operato di qualsiasi esecutivo.
Al contrario del passato, comunque, questa volta i leader dell’opposizione hanno già fatto sapere di non voler entrare in coalizione con le forze arabe all’interno del parlamento, che vantano una decina di seggi. In tal senso, l’onda lunga del 7 ottobre e della guerra contro l’asse della resistenza iraniana continua a farsi sentire, limitando le opzioni strategiche di una coalizione che comunque punta ad ottenere la maggioranza e, di conseguenza, il governo del Paese.
Un sistema politico sempre più frammentato
L’obiettivo, comunque, resta molto difficile da raggiungere visto l’attuale panorama politico israeliano. Più probabile, dunque, che rimanendo stabile la situazione interna del Paese alle prossime elezioni Tel Aviv non riuscirà ad ottenere un esecutivo che si basi su una maggioranza forte. La frammentazione tra le forze politiche, sempre più polarizzate, è probabile infatti che renderà la prossima Knesset un’assemblea spaccata in due o tre fazioni, nessuna delle quali in grado di governare autonomamente.
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Più che una sfida tra partiti, quella che si profila è una prova di resistenza per l’intero sistema politico israeliano: tra vecchie leadership e nuovi tentativi di coalizione, il Paese si avvicina alle elezioni con una domanda ancora senza risposta – se esista davvero, oggi, una maggioranza possibile che vada oltre il sistema di potere instaurato da Netanyahu.


















