28 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

28 Apr, 2026

Stati Uniti, Del Pero: «Trump è co-responsabile della violenza»

Il professore Mario Del Pero affronta con l’Altravoce le responsabilità di Trump per quanto riguarda l’aumento della violenza negli Stati Uniti


«Siamo dentro una delle fasi storiche della democrazia americana contraddistinta dalla escalation esponenziale degli atti di violenza politica. Il malessere sociale e politico, la sfiducia crescente nelle istituzioni e nelle élite e i livelli elevatissimi di polarizzazione creano un contesto propizio alla violenza politica che viene dispiegata da una parte contro l’altra».

A parlare è Mario Del Pero, professore ordinario di storia internazionale e storia degli Usa all’Institut d’études politiques – SciencesPo di Parigi, nonché autore del volume “Buio americano. Gli Stati Uniti e il mondo nell’era Trump“, edito da Il Mulino.

«Le due parti – continua Del Pero – non si riconoscono reciprocamente, non operano dentro una normale dialettica politica, si percepiscono e si rappresentano come minacce esistenziali assolute. Ma se la controparte è vissuta come una minaccia esistenziale contro gli Stati Uniti, tutti i mezzi sono leciti per contrastarla. Così, da 10-15 anni abbiamo una crescita del terrorismo interno strettamente collegata agli altissimi livelli di polarizzazione, alla delegittimazione delle istituzioni e delle élite politiche e a una più generale crisi della democrazia statunitense».

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Infatti i Maga accusano già i democratici della sparatoria: «sono il partito del terrorismo»…

«Ciascuna parte imputa all’altra la responsabilità per aver creato questo clima, ma le responsabilità non sono di una parte sola. Lo stesso Donald Trump non ha creato questo contesto in nessun modo, ma ne è il prodotto. Il prodotto di una crisi della democrazia statunitense. È una vittima di violenza, ma è pure l’uomo che ogni giorno glorifica la violenza e la possibilità per chi guida il paese – cioè lui stesso – di dispiegare la violenza sul piano interno così come sul piano internazionale. Una volta arrivato alla Casa Bianca è diventato l’agente primario di questo clima».

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Dopo la sparatoria Trump ha usato parole di pacificazione, poi in un’intervista è tornato ai toni deliranti.

«È vero: nel dramma del momento, Trump ha dimostrato una gravitas istituzionale che quasi sempre gli è mancata, ha usato un tono inusualmente sobrio e civile, senza le sgrammaticature che spesso gli capitano. Ma non è durata tanto: subito dopo ha correlato l’attentato alla sua volontà di costruire la nuova sala da ballo alla Casa Bianca».

Dopo l’attentato, si sono rapidamente diffuse teorie del complotto secondo cui l’incidente sarebbe stato “inscenato”: è plausibile secondo lei? Era una messinscena anche l’attentato subito durante la campagna elettorale?

«Come metodo, non credo alle messinscena né alla dietrologia. Certo, dietro quello che vedo possono esserci altri elementi, ma giudico ciò che riesco a osservare. E ciò che vedo è una carenza marcata nel sistema di protezione del presidente e dei vertici dello stato. Un conto è non riuscire a proteggerlo in un comizio all’aperto, in uno spazio aperto e gigantesco come accadde in Pennsylvania, quando fu ferito all’orecchio. Più facile è garantire la sicurezza in un contesto chiuso come quello di un grande albergo a Washington che dovrebbe essere più protetto. Delle falle ci sono sicuramente state, sono stati compiuti degli errori».

Nessuna cospirazione, dunque…

«Non credo alla cospirazione anche perché questo ci porta dentro un terreno complicatissimo. Credo invece alla volontà di sfruttare politicamente l’attentato per imputare l’evento a un presunto clima di odio di cui sarebbero colpevoli gli avversari democratici. Sta già accadendo».

Nella storia americana, Trump sembra essere il più preso di mira tra i presidenti. È così? Come si spiega?

«Trump è preso di mira perché sta dentro questo contesto qui. Ma è co-responsabile del clima di violenza».

Tutto ciò contribuisce a trasformare le elezioni di metà mandato in autunno nelle più pericolose della storia americana?

«Il clima è il meno idoneo possibile per andare verso una campagna elettorale aspra che si svolgerà in condizioni obiettivamente difficili dove il rischio di escalation e di derive violente è elevatissimo. La campagna elettorale si combatterà senza esclusione di colpi».

Uno di questi colpi bassi è la ridefinizione dei collegi elettorali – il cosiddetto “gerrymandering” – allo scopo di discriminare l’avversario. I democratici lo hanno appena fatto in Virginia.

«Il gerrymandering in Virginia, come quello in California, è una reazione a quelli messi in atto in modo inusuale e irrituale – nel mezzo del decennio e non dopo un nuovo censimento decennale – dai repubblicani, prima in Texas poi in Missouri e poi altrove.

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La strumentalizzazione della ridefinizione dei collegi elettorali ci dice quanto inquinata sia la democrazia statunitense oggi. In realtà le proiezioni ci dicono che i vantaggi dell’una o dell’altra parte saranno relativi perché in queste operazioni una parte annulla l’altra. Ma è chiaro che ne esce malconcia la democrazia statunitense che viene violentata e maltrattata».

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