Al vertice europeo di Cipro, i premier Sanchez e Meloni hanno provato a spuntare più flessibilità e risorse per fronteggiare la crisi energetica. Tusk ironizza: «Per la prima volta non ci sono russi nella stanza»
Si trattava di una riunione informale, ma dai due giorni di vertice europeo a Cipro ci si aspettava qualcosa di più. Invece, sulle misure per fronteggiare la crisi dei prezzi dell’energia provocati dalla guerra in Iran e sulla prospettiva di aumentare le risorse nazionali per il bilancio comune, ogni decisione del Consiglio europeo è rimandata. Così, mentre il mondo è in fiamme, il “condominio” europeo si mostra ancora una volta troppo lento e disfunzionale nella gestione di una crisi globale ormai permanente.
L’asse Roma-Madrid …
A Nicosia, capitale di Cipro, va in scena una coppia inedita: il socialista spagnolo Pedro Sanchez e la conservatrice italiana Giorgia Meloni creano un asse dell’Europa latina per ottenere maggiore flessibilità fiscale di fronte alla crisi dell’energia, nella speranza di dare un po’ di respiro alle rispettive economie nazionali. Il premier spagnolo, che ha da tempo puntato sull’addio ai combustibili fossili investendo su energia solare, idroelettrica ed eolica, propone una tassa sugli extraprofitti di quelle aziende energetiche «che lucrano dall’aumento dei prezzi del petrolio greggio» al fine di finanziare «misure per proteggere cittadini, imprese e industrie». Inoltre chiede maggiori risorse «per proseguire con l’elettrificazione e la transizione energetica verde». A questo scopo, Sanchez avanza due proposte: da un lato, l’estensione dei fondi europei del Recovery Plan per altri 6-12 mesi, superando la scadenza di giugno; dall’altro, la maggiore flessibilità delle regole fiscali, «proprio come è stato fatto con la spesa per la difesa».
… tra unità di vedute e interessi (elettorali) coincidenti
Giorgia Meloni si ritrova dalla stessa parte dell’omologo spagnolo: chiede un approccio «più aperto», capace di anticipare le crisi invece di inseguirle, e riconosce l’importanza della flessibilità sugli aiuti di Stato proposta dalla Commissione europea. Ma avverte: «Quando si parla di aiuti di Stato lo spazio fiscale non è uguale per tutti», servono meccanismi che evitino distorsioni competitive. Tra questi, l’esclusione di alcune spese strategiche dal calcolo del deficit, sul modello già adottato per la difesa. Tra Sanchez e Meloni non c’è una vera e propria strategia comune, solo una coincidenza di interessi. Entrambi si trovano a un anno dalla fine della legislatura: la campagna elettorale in Spagna e in Italia è di fatto iniziata. Ottenere maggiore respiro per i conti pubblici – adottando misure a vantaggio di famiglie e imprese – in vista delle elezioni sarebbe un viatico per vincerle.
Resta il “no” della Ue alla sospensione del Patto di Stabilità
Ma l’Europa fa muro. In primo luogo, dicono “no” i Paesi frugali guida: Germania e Olanda. Il premier olandese Rob Jetten ricorda che il suo Paese è tra i maggiori contributori dell’Unione. Allargare le maglie fiscali europee significherebbe sborsare ancora di più dalle casse nazionali. Anche la Commissione Europea gela le speranze di Roma e Madrid, escludendo l’attivazione della clausola di sospensione del Patto di stabilità. Il commissario all’economia Valdis Dombrovskis chiarisce che l’attuale scenario non configura un «grave deterioramento economico», ma un semplice «rallentamento», rendendo inapplicabili le deroghe generali.
Niente modello Covid per l’energia: l’unica deroga concessa resta quella per l’incremento delle spese per la difesa. La presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen conferma tutto ma aggiunge: «stiamo in allerta, monitoriamo strettamente la situazione e l’Ecofin discuterà nel merito». Circa la richiesta di flessibilità da parte italiana e spagnola, von der Leyen ricorda che la Ue ha messo a disposizione circa 300 miliardi di euro per investimenti nel settore energia, di cui 95 miliardi «non ancora usati». Di qui la necessità che gli Stati «li usino».
Il dibattito sul Qfp 2028-2034
L’altro dossier del Consiglio europeo è quello relativo al Quadro finanziario pluriennale dell’Ue 2028-34, da definirsi entro la fine dell’anno. Il dibattito tra i leader europei riguarda i 1.800 miliardi di euro destinati a finanziare i capitoli della politica economica comune. Rispetto al periodo precedente c’è un incremento di 367,2 miliardi di euro destinati a tre capitoli: competitività, prosperità e sicurezza. In tanti, a partire dal presidente del Consiglio Antonio Costa e dalla stessa von der Leyen, spingono per un ulteriore ampliamento del bilancio comune che oggi è pari appena all’1% del Pil europeo.
Ma sul punto c’è la parete invalicabile alzata dal cancelliere tedesco Friedrich Merz che esclude sia un maggiore indebitamento sia le obbligazioni europee sul mercato dei capitali. «L’Europa deve cavarsela con il denaro che abbiamo. E questo significa che dobbiamo anche fissare nuove priorità. Ciò vuol dire che dovremo pure ridurre la spesa nel bilancio europeo in altri settori», dice Merz senza troppi giri di parole. Il sottinteso è che le risorse dovranno essere sottratte alle politiche di coesione e alla politica agricola comune. La distanza da Meloni è siderale. La premier italiana ammette che il dibattito sul Qfp sarà «difficilissimo» e avverte che coesione e Pac sono «le due linee rosse dell’Italia». Ma lascia aperta la porta al dialogo con i tedeschi: «Si parte da posizioni distanti, ma stiamo cercando di avvicinarci». Se ne riparlerà nei prossimi mesi.
La difesa reciproca tra i Ventisette
L’altro dossier all’ordine del giorno è l’articolo 42.7 del Trattato europeo, ovvero la clausola di difesa reciproca tra gli Stati membri dell’Ue che ricalca in qualche modo l’articolo 5 dello statuto della Nato. Ancora scottato dal disimpegno di Donald Trump sul fronte atlantico e dalla tiepidezza degli alleati europei in occasione della violazione dello spazio aereo polacco da parte di droni russi nel 2025 («preferirono far finta che non fosse successo nulla»), il premier polacco Donald Tusk chiede di legare il tema della difesa all’articolo 42.7 sostenendo che una «vera alleanza» richiede «strumenti reali», capacità di difesa e mobilità militare tra Paesi.
Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente di Cipro Nicos Christodoulides, nonché presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea, che assicura: «La Commissione europea preparerà un piano dettagliato in caso in cui uno Stato invochi l’articolo 42.7». Al momento, spiega Christodoulides, mancano dei parametri specifici sull’applicabilità dell’articolo «e un piano operativo su come metterlo in atto». Cipro è sensibile sul punto in quanto, durante gli scontri tra Usa e Iran, un drone iraniano ha colpito una base militare britannica sull’isola mentre altri droni sono stati intercettati prima di arrivare a destinazione.
«La clausola di mutua assistenza è presente nel Trattato dell’Ue e dobbiamo sapere come attivarla e come utilizzarla. Stiamo elaborando un piano d’azione per il suo utilizzo», conferma dal canto suo Antonio Costa. Insomma, sulla difesa comune c’è ancora molto da lavorare. Ma a sdrammatizzare la tensione, dal vertice di Cipro arriva anche una nota di ironia. «Per la prima volta dopo anni, non ci sono russi nella stanza. Immenso sollievo», dice il premier polacco Donald Tusk. Un pizzico di veleno per sottolineare l’assenza dalla riunione dell’ex premier ungherese Viktor Orban, sconfitto alle elezioni, considerato il cavallo di Troia di Mosca nell’Unione europea.


















