24 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

24 Apr, 2026

Wendy Duffy e la scelta di morire, può chiamarsi diritto?

La storia di Wendy Duffy, che ha scelto di morire in una clinica svizzera dopo la perdita del figlio, riapre il dibattito sul suicidio assistito e sul confine tra scelta personale e diritto


Una donna britannica di 56 anni, Wendy Duffy, ha scelto di togliersi la vita in una clinica svizzera. Non per una malattia ma per il lutto. Il figlio di 23 anni era morto soffocato da un boccone. Da allora, Duffy dice di non aver più ragioni per vivere. Ha ottenuto l’approvazione della Pegaso Swiss Association, con sede a Basilea, e ha pagato circa diecimila sterline per morire. La clinica era già finita al centro di polemiche per casi analoghi, tra cui quello di un cittadino britannico partito senza informare i familiari.

Il quadro italiano

In Italia il suicidio assistito non è regolato da una legge del Parlamento – che su questo tema tace da sempre, con quella vigliaccheria tipica del legislatore davanti ai casi che toccano vita e morte – ma da una sentenza della Corte costituzionale, la Cappato-DJ Fabo. La Corte ha stabilito che l’aiuto al suicidio non è punibile quando ricorrono quattro condizioni: patologia irreversibile, sofferenza fisica o psicologica intollerabile, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, capacità di decidere in modo libero e consapevole. Un quadro preciso, pensato per casi limite come quello di Fabo, tetraplegico e cieco, tenuto in vita dai macchinari. Duffy però era in buone condizioni fisiche. Il suo era il dolore di chi non sente più la luce del giorno, ma solo notte.

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Il silenzio e il gesto

Davanti al suicidio, assistito o no, la cosa migliore per chi resta è il silenzio. Non perché sia vietato parlarne, ma perché nessuno sa davvero cosa accade nella mente di chi guarda il baratro e decide di buttarsi. Non lo sa il medico che firma, né il giudice che verifica, né il giornalista che racconta. Forse non lo sa nemmeno chi compie il gesto. Duffy ha detto: «È la mia vita, è una mia scelta», frase vera e insieme opaca, come tutte quelle pronunciate sull’orlo del vuoto.

Il rischio del suicidio “legale”

Il modo in cui trattiamo la morte rivela come consideriamo la vita. Il rischio del suicidio “legale” è una forma involontaria di propaganda: la vita diventa insopportabile appena smette di essere felice. La vita diventa una cosa simile all’anestesia, il dolore non è più un compagno necessario ma un guasto da riparare o, se non riparabile, una ragione per tirare i remi in barca. La clinica svizzera, le diecimila sterline, la musica d’accompagnamento: tutto assume l’aspetto di una procedura. È uno dei pregiudizi della modernità burocratica: che esista un rimedio per ogni guaio, un metodo per ogni male, una soluzione per ogni problema.

Una civiltà che programma tutto

La nostra è una civiltà che trasforma il disagio in diagnosi, la tristezza in disturbo, il lutto in patologia. Così, anche l’improgettabile diventa progetto. «L’uomo civile ora esagera», scriveva Ottiero Ottieri, depresso cronico e più volte tentato dal suicidio, «non è che un programmatore accanito in una società accanita solo nel programma, risolta nel rito delle agende. Unicamente la data della morte non può essere appuntata sulla rubrica». La nostra hybris, forse, è proprio questa: annotare anche quella data. Quando la morte diventa un servizio a pagamento, con lista d’attesa e colonna sonora, è segno che crediamo di aver risolto il problema che non ha soluzione: il fatto di essere vivi.

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