Nel pieno del blocco Usa nello Stretto di Hormuz, una petroliera cinese riesce a transitare e riaccende le tensioni sul controllo della rotta energetica globale. Intanto il Pakistan propone un nuovo round di negoziati
Il blocco navale annunciato dagli Stati Uniti nello Stretto di Hormuz entra nella fase operativa e apre uno scenario nuovo, più instabile e imprevedibile. Washington schiera una quindicina di navi per controllare l’accesso ai porti iraniani, mentre il cessate il fuoco resta attaccato pochi fili, Israele, a come deciderà di fare in Libano, a Trump a come risolverà la questione dell’uranio. Dopo aver respinto, si viene sapere, l’offerta iraniana di congelare per cinque anni l’arricchimento dell’uranio
Sul terreno, però, la realtà è più ambigua: alcune navi continuano a transitare, tra cui una petroliera cinese, segnale che il controllo dello stretto è tutt’altro che totale. Intanto si moltiplicano i tentativi diplomatici su più fronti, dal Pakistan al Libano.
Il blocco Usa e le prime crepe
Il dispositivo militare americano è entrato in funzione con l’obiettivo dichiarato di impedire all’Iran di esportare petrolio e forzarlo ad accettare le condizioni di Washington. Le navi statunitensi controllano gli accessi ai porti iraniani, ma non bloccano completamente il traffico nello stretto, consentendo il passaggio di imbarcazioni dirette verso altri scali.
Proprio nelle prime ore del blocco, una petroliera cinese è riuscita ad attraversare Hormuz ed entrare nel Golfo dell’Oman. È difficile chiudere davvero una delle arterie energetiche più importanti del mondo, da cui passa circa un quinto del petrolio globale.
Trump respinge Teheran sul nucleare
Sul fronte diplomatico, lo scontro resta aperto. Secondo il New York Times, l’Iran aveva proposto agli Stati Uniti una sospensione di cinque anni del proprio programma di arricchimento dell’uranio, contro i venti anni richiesti da Washington. (Per vedere il video in cui Vance spiega come sono andati negoziati, scorrere fino al minuto 40 e 16 secondi)
La proposta è stata respinta da Trump, che insiste su condizioni più rigide, tra cui la rimozione dal Paese dell’uranio altamente arricchito. Teheran si dice disponibile a ridurre il livello di arricchimento ma non ad abbandonare completamente il suo programma.
Nonostante lo stallo, entrambe le parti parlano di “progressi” e lasciano aperta la possibilità di un nuovo ciclo di negoziati. Islamabad si è già offerta di ospitare un secondo round nei prossimi giorni, prima della fine della tregua.
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Cina e dazi, tensione globale
Pechino ha reagito alle minacce di Trump di imporre nuovi dazi nel caso di un sostegno militare cinese all’Iran, promettendo “contromisure risolute”.
La Cina definisce “pericoloso e irresponsabile” il blocco americano, accusando Washington di aumentare le tensioni e mettere a rischio la sicurezza della navigazione nello stretto. Intanto Xi Jinping propone un piano in quattro punti per la stabilità del Medio Oriente, basato su sovranità, diritto internazionale e cooperazione.
Rubio apre il fronte Israele-Libano
Parallelamente, gli Stati Uniti cercano di riattivare un canale diplomatico regionale. Il segretario di Stato Marco Rubio ospita a Washington colloqui diretti tra Israele e Libano, con l’obiettivo di avviare negoziati su cessate il fuoco, disarmo di Hezbollah e possibile accordo di pace.
È un tentativo di contenere l’allargamento del conflitto, mentre sul terreno continuano gli scontri tra Israele e le milizie filo-iraniane nel sud del Libano.
L’allarme sull’energia globale
Commissione europea, Fondo monetario internazionale, Banca mondiale e Agenzia internazionale dell’energia avvertono che la guerra sta colpendo soprattutto i Paesi importatori, con prezzi in aumento per petrolio, gas e fertilizzanti.
Teheran rilancia la minaccia: il presidente del Parlamento Ghalibaf ieri aveva avvertito che gli americani “rimpiangeranno presto i 4-5 dollari a gallone”.
Sul fondo resta la variabile decisiva: lo Stretto di Hormuz. Se il blocco dovesse diventare strutturale, l’impatto sull’economia globale potrebbe essere molto più profondo di quanto i mercati stiano oggi prezzando.



















