Iran-Usa, colloqui a Islamabad. Vance arrivato in Pakistan. Teheran: “Disponibilità piena, ma non ci fidiamo”
Una giornata storica quella vissuta ieri a Islamabad. Per la prima volta dalla Rivoluzione iraniana del 1979 – quarantasette anni dopo – delegazioni americana e iraniana si siedono allo stesso tavolo. Si rompe un tabù diplomatico granitico, ma è la realtà – il conflitto nel Golfo che ha flagellato la regione negli ultimi quaranta giorni e messo in ginocchio il mondo – a portare inevitabilmente le parti a provare a parlarsi. I colloqui erano stati concepiti da Islamabad con le due delegazioni in stanze separate, con i pakistani a fare da staffetta tra le parti. Poi, nel corso della giornata, la svolta: i team si guardano in faccia ed entrano nella stessa stanza.
Secondo le fonti vicine alla mediazione che hanno parlato con Al Jazeera, i due team hanno discusso per circa due ore prima di fermarsi per una pausa, con la ripresa prevista a cena.
Sharif: un trampolino verso una pace duratura
La capitale pakistana intanto è immersa da giorni in uno scenario surreale. Deserta, con sicurezza massima e strade svuotate come in un coprifuoco. Il primo ministro Shehbaz Sharif accoglie entrambe le delegazioni in sequenza: prima il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il presidente del parlamento Mohammad Baqer Ghalibaf, poi il vicepresidente americano JD Vance accompagnato dall’inviato speciale e uomo di fiducia di Trump, Steve Witkoff, e dal genero del Tycoon Jared Kushner. Presenti anche il vicepremier e ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar e il ministro dell’Interno Mohsin Naqvi.
Islamabad cornice d’eccezione: unico Paese musulmano dotato di armi nucleari, ha accordi di difesa con l’Arabia Saudita e in questa guerra ha tenuto sempre i canali aperti con Teheran. «Un trampolino verso una pace duratura nella regione», ha detto Sharif. La delegazione iraniana si chiama “Minab 168.” Un nome che vuole ricordare l’attacco del primo giorno di guerra contro una scuola elementare nella città di Minab, in cui morirono, appunto, 168 bambine e insegnanti.
Colpite 800 scuole, università, ospedali
In quaranta giorni di conflitto l’Iran conta oltre 800 scuole colpite, più di trenta università, ospedali, infrastrutture civili completamente rase al suolo. Tradotto: noi veniamo a trattare, ma sappiamo esattamente chi siamo e non dimentichiamo nulla di quello che è accaduto. Un Iran che già nel nome porta il dolore di questi giorni e arriva a questi negoziati con «completa sfiducia», come dice il ministro degli Esteri Araghchi al suo omologo tedesco Johann Wadephul, a margine dei colloqui. Al centro le ripetute violazioni di accordi, i tradimenti della diplomazia americana e le trattative con l’Oman mediatore, saltate il 28 febbraio scorso quando Washington lanciò l’attacco a sorpresa su Teheran.
La portavoce del governo Fatemeh Mohajerani intanto ribadisce: «Teniamo le dita sul grilletto». Sul tavolo, formalmente depositate come condizioni non derogabili, quattro linee rosse: autorità sullo Stretto di Hormuz, pagamento di riparazioni di guerra, sblocco di tutti gli asset finanziari iraniani congelati, cessate il fuoco regionale comprensivo. A completare il quadro arriva il vicepresidente Mohammad Reza Aref, che su X sostiene che un accordo vantaggioso per entrambe le parti è possibile, ma solo se i rappresentanti americani si concentrano sugli interessi di “America First”. Se invece Washington dovesse virare verso una logica di “Israel First“, il risultato sarebbe «nessun accordo» e l’Iran continuerebbe «inevitabilmente la propria difesa con ancora più vigore di prima».
Usa: nessun accordo sugli asset
Durante la giornata si susseguono annunci e smentite. Reuters cita una fonte iraniana senior che dà per acquisito un accordo per lo scongelamento parziale dei fondi iraniani in Qatar e in altre banche straniere. La Casa Bianca smentisce immediatamente e senza margini: nessun accordo sugli asset. Nonostante le distanze, «i pakistani sono ancora molto fiduciosi sulla possibilità di una svolta», riferiscono le fonti vicine alla mediazione.
Hezbollah colpisce in Libano con droni e missili
Il problema è che mentre Vance, Witkoff e Kushner trattano ad Islamabad, Trump pubblica su Truth Social un post in cui rivendica la distruzione della marina iraniana, della sua aviazione e della sua difesa aerea. Sostiene che l’Iran: «In realtà, tutti sanno che sta PERDENDO, e PERDENDO ALLA GRANDE! La cosa più importante è che i loro ‘Leader’ di lunga data non sono più con noi», scrive il presidente americano. E mentre i delegati riprendono i colloqui a cena, la guerra striscia e non si ferma. Hezbollah colpisce in Libano con droni e missili: Metula, Odaisseh, Bint Jbeil, un carro armato Merkava centrato con un missile guidato. Israele risponde e attacca nel sud del Libano: almeno quattro morti a Kfar Sir, secondo la National News Agency libanese.
Sul fronte Hormuz, Washington afferma che alcune navi militari americane hanno attraversato lo Stretto; Teheran – attraverso l’emittente IRIB e un alto ufficiale militare – nega categoricamente. I Pasdaran intanto mantengono il loro sistema informale ma strutturato di pedaggi: le imbarcazioni autorizzate al transito devono dichiarare il carico, ricevono un numero identificativo progressivo e pagano in criptovalute o yuan cinesi.
Il nodo Hormuz, l’Ue proprone il corridoio Onu
Hormuz rimane li, nodo che non si scioglie. L’Unione Europea ha proposto un modello tipo corridoio del grano nel Mar Nero, sotto egida delle Nazioni Unite, ma quella soluzione richiede come precondizione una tregua che ancora non esiste. Islamabad ha aperto una porta. Quanto a lungo resterà aperta dipende da variabili che nessuno dei presenti controlla del tutto, men che meno il presidente americano che twitta la guerra mentre i suoi inviati la trattano.
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