La scommessa delle primarie del “Campo largo”
Costretto tra la leadership “spuria” di Elly Schlein e l’assedio calcolato di Giuseppe Conte, il Partito democratico si trova di fronte a una vera e propria crisi esistenziale. Se ne sono accorti i riformisti del Pd che sabato scorso a Prato hanno cercato di mettere in campo qualche proposta per impedire che il crepuscolo di quell’esperienza nata con il manifesto del Lingotto nel 2007 sia un irreversibile passaggio nella notte.
Senza entrare in una dettagliata lista delle correnti interne, si può dire che oggi nel partito convivono di fatto tre identità.
Tradizione movimentista
La prima è espressione del gruppo che circonda la segretaria, in gran parte proveniente da una tradizione movimentista e settaria estranea al partito. Di impostazione radicale, copre un territorio ideologico che va da Nichi Vendola ad Alexandria Ocasio Cortez, passando per Michela Murgia e Radio Popolare. Sul piano dei contenuti, in fondo, non riesce a nascondere una sostanziale convergenza se non osmosi con il M5s e Avs (lo raccontano i balbettii e la vaghezza di Elly Schlein sul programma), ma non accetta la leadership esterna di Conte.
La resistenza della “ditta”
La seconda identità afferisce alla “ditta”, quella comunità strutturata, legata da tic condivisi, storia comune, forte senso di appartenenza e disciplina collettiva che resiste alla scomparsa del comunismo novecentesco: pur partecipando alla transizione, non ha mai metabolizzato il manifesto del Lingotto né ha mai accettato il “veltronismo” troppo americaneggiante (e men che meno il renzismo ammiccante e postmoderno) mentre si compiace nell’eterna ripetizione dell’eguale tra marxismo immaginario e culto della diversità. Non apprezza affatto il disordine e l’approssimazione dei pentastellati, ma vede in Conte quel leader “esterno” che, con la sua aura professorale e la sua doppiezza, potrebbe garantire l’ennesima riedizione della beneamata “ditta” nel mondo moderno.
Riformisti “superstiti”
La terza identità è incarnata dai riformisti che si sono riuniti a Prato. Superstiti di un gruppo un tempo assai nutrito – che nel frattempo si è ridimensionato tra scissioni (Italia Viva, Azione, Pld) e diaspore – sono gli eredi culturali diretti del Lingotto: oggi appaiono in evidente difficoltà in un clima culturale e politico segnato dal successo degli opposti estremismi, sia a destra che a sinistra, e sono mal sopportati nel loro stesso partito. I riformisti dem non amano né i cinquestelle né, tantomeno, Conte. Sabato scorso hanno snocciolato proposte assolutamente alternative a quelle dell’avvocato del popolo: prima tra tutte la difesa dell’Ucraina con tutti i mezzi, anche le armi, e il rafforzamento dell’Unione europea, anche sul versante della difesa.
Così, mentre nella kermesse di Nova i cinquestelle hanno rilasciato un improbabile ma unanime programma populista per l’attuazione del quale sarebbero necessari almeno 30 miliardi, le differenze interne impediscono al Pd di elaborare un proprio programma e di imporlo nell’agenda pubblica.
“Testardamente unitari”
A ciò si aggiungono gli errori politici della segreteria. La linea strategica del “testardamente unitari” sembra aver pagato nella conquista di alcune regioni, ma finora non ha portato voti in più al Pd. Peggio, concede all’alleato un potere di interdizione e di “sorpasso” che Conte utilizza con efficacia diabolica. In più, la tattica suicida di invitare il leader pentastellato in tutte le feste dell’Unità durante l’estate ha permesso gratuitamente al potenziale “concorrente” per le primarie di farsi campagna elettorale nella base dem. Tutto ciò non pare un modo sensato di gestire il partito né di affermarne la vocazione maggioritaria sulla coalizione. Tant’è vero che oggi il Pd rischia la sconfitta alle primarie contro un partito che ha la metà dei suoi voti e uno scarso radicamento territoriale.
Conte versus Schlein
Dal canto suo, Conte avrebbe gradito arrivare alla leadership senza scontrarsi sul campo: per questo avrebbe chiesto un accordo frutto di un classico “caminetto”. Ma non avrebbe nulla da perdere in una eventuale competizione, potendo contare sul suo consenso crescente, sull’ambiguità programmatica dell’avversaria, addirittura su regole tagliate su misura (turno unico e voto online). Del resto, fino a questo momento, l’azione politica di Elly Schlein ha garantito una sistematica subordinazione del Pd al M5s, mettendo Conte nelle condizioni di delegittimare la leadership del Pd come leadership della coalizione. A questo punto però – come è emerso anche dall’incontro dei riformisti a Prato – lo svolgimento delle primarie diventa irrinunciabile. Risolvere il nodo della leadership, infatti, significa anche risolvere il nodo della politica estera: l’unico fattore non negoziabile in qualsiasi programma. Sulla difesa dell’Ucraina e dell’Europa non possono esserci vie di mezzo.
L’Italia in Europa
Viceversa, vincerebbe il “paradosso di Putin”: far crescere il filorusso Vannacci all’estrema destra per far vincere il filorusso Conte a sinistra. Insomma, le primarie del Pd diventano la partita decisiva perché, con la scelta del leader, potrebbero decidere la collocazione dell’Italia nel contesto europeo. I riformisti lo sanno: per questo pensano di proporre un loro candidato (lo consente l’articolo 5 dello statuto del Pd) e chiedono di impostare la competizione su doppio turno e ballottaggio tra i primi due candidati. Un modo per giocarsela senza consegnarsi mani e piedi a Conte. Ci sono tutte le condizioni per una sfida esistenziale. Non solo per l’identità del centrosinistra, che interessa un ristretto pubblico di affezionati, ma soprattutto per la postura dell’Italia nelle relazioni internazionali.






























