Ieri il bilaterale con l’omologo belga De Wever. Nessun riferimento ufficiale al successo di Afd. Ma un esplicito appello a Bruxelles a fissare i tempi di una nuova agenda. A cominciare dalla competitività. Il dilemma Vannacci
Innominato ma onnipresente. Assente ma presente in ogni sillaba dei due speech ufficiali tenuti dalla premier Meloni e dall’omologo belga Bart De Wever ieri ospite a palazzo Chigi dopo un’assenza lunga quasi dieci anni. Nessuno dei due leader – entrambi non hanno accettato domande dei giornalisti – ha fatto cenno al caso Germania ma è chiaro che è stato al centro del bilaterale che si è protratto quasi fino alle 17, ben oltre il previsto.
Detto questo, tanto Meloni quanto De Wever hanno pronunciato un discorso profondamente anti AfD e in supporto a Merz. Il Cancelliere però – è il sottinteso – e con lui la presidente von der Leyen devono ammorbidire rigore e austerità, smetterla di dire dei no ad ogni richiesta che riguardi il bilancio o un debito comune europeo e fare in modo che la Commissione europea dia più risposte. A cominciare dal grande dossier della competitività. Perché in fondo il voto della piccola e povera Sassonia (due milioni di elettori su un totale di 80) è stato un’onda di protesta contro l’immobilismo e l’incapacità di Bruxelles di dare risposte.
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Il messaggio a Bruxelles senza nominare l’AfD
L’incontro era in calendario da giorni e capitava all’indomani dell’atteso voto nel lander della ex Germania dell’est. Molti pensavano che il silenzio sul caso Sassonia e la straripante vittoria di AfD (44%) sarebbe stato rotto in questa occasione. Meloni lo ha fatto, a modo suo ma lo ha fatto. Quando ad esempio ha detto che «la cooperazione bilaterale tra i due Paesi è totale e intensa» per ottenere «una maggiore crescita economica, il rafforzamento dell’interscambio commerciale, la sicurezza sul lavoro, per combattere la crisi energetica globale e dare nuove prospettive di sviluppo industriale e della difesa per l’Unione Europea».
Sì ad un’Europa più forte, quindi, sui dossier chiave come energia, infrastrutture, nucleare, trasporti, logistica, industria della difesa per rafforzare il prima possibile l’autonomia strategica europea. Entrambi i leader hanno chiesto che «il prossimo Consiglio europeo affronti con coraggio e concretezza i temi cruciali della competitività e del costo dell’energia, del quadro finanziario pluriennale dell’Unione e della lotta all’immigrazione». De Wever ha insistito sulla necessità che l’Europa dia corso in modo concreto ai rimpatri di chi delinque e non ha diritto a restare in Europa. Sull’Ucraina è stata ribadita la linea comune volta a favorire, insieme ai partner europei, un percorso negoziale orientato «a una pace giusta e duratura».
Il nodo Vannacci nella maggioranza
Insomma, una serie di obiettivi e di impegni che sono contrari ai nazionalismi e ai filoputinismi delle destre antieuropee. Il tutto senza mai nominare le tante AfD europee a cominciare da quella di casa, cioè Vannacci.
Senza dubbio la scelta di alludere al problema Germania senza nominarlo dimostra la difficoltà e l’imbarazzo delle cancellerie europee e cominciare da Berlino (per quanto Merz abbia ammesso lo shock della sconfitta). Difficoltà che Vannacci, in Italia, sta cavalcando con il vento in poppa andando sempre di più a dividere la maggioranza.
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Meloni non si è schierata con il vicepremier Tajani («la vittoria di AfD in Sassonia è un segnale preoccupante») ma ha ribadito ieri di stare con l’Europa «che deve cambiare». Di sicuro non ha esultato come ha fatto Salvini e tra i due vicepremier è chiaro da che parte stia. Risponde così alla domanda delle opposizioni, «Meloni deve dire da che parte sta, con Salvini o con Tajani» (Boccia, Pd).
Non è questo il punto. Il punto è Vannacci e il suo bombardamento strategico e costante contro Salvini e la Lega che invece Meloni ha bisogno che restino in forza almeno intorno al 7-8% per dare margini di vittoria all’attuale maggioranza.
Vannacci attacca Salvini e la Lega
Ieri Vannacci ha attaccato incongruenze e contraddizioni.
«Sono sempre più convinto di aver fatto bene a lasciare la Lega – ha detto il leader di Futuro nazionale – Perché quando non fanno comodo li cacciano, quando vincono gli fanno i complimenti». Ovvero, ieri il leader della Lega «ha fatto i complimenti all’amica Alice Weidel e ha esultato per la vittoria di tutto l’AfD in Sassonia. Peccato che due anni fa Salvini e Le Pen hanno cacciato AfD dal gruppo europeo Identità e Democrazia».
Ignorare Vannacci è ormai troppo tardi per Giorgia Meloni. Provare a fermarlo attaccandolo rischia di essere controproducente: l’ex generale cresce solo per il fatto di essere l’unico antisistema di una destra diventata sistema.
«La valanga Vannacci? La vede solo lei» ha tagliato corto ieri il ministro Foti. Non sembra una grande strategia visti i numeri. Allearsi con lui, coinvolgere Futuro nazionale nel perimetro dell’alleanza di centrodestra, farebbe deflagrare la stessa maggioranza, una presenza insostenibile, anche se per motivi opposti, tanto per Tajani quanto per Salvini.
Fratelli d’Italia: «Nessun modello Sassonia»
«Vannacci oggi vota contro il governo, l’alleanza è, oggi, incompatibile» ripete Bignami, capogruppo di Fdi. Oggi, domani chissà. «Nessun modello Sassonia» con Roberto Vannacci a vestire i panni dell’AfD di casa nostra. È la linea ufficiale di Fratelli d’Italia che punta a differenziare i due scenari: «La vittoria dell’AfD è figlia degli insuccessi dei governi delle larghe intese che si sono succeduti in Germania, in Italia abbiamo un governo politico di centrodestra, guidato da Giorgia Meloni». In Italia, insomma, «lo schema è sicuramente diverso» e il voto tedesco «non cambia nulla».
La partita torna sulla legge elettorale
Si torna così alla madre di tutte le battaglie, la legge elettorale. Il ballottaggio, il doppio turno, sembra ad oggi tramontato, non lo vogliono gli alleati di Meloni per quanto sicuri della vittoria con i voti di Fn che potrebbero arrivare nel secondo turno. Il testo andrà in aula domani, senza mandato al relatore. Gli sherpa si riuniranno di nuovo domattina prima dell’aula. E l’idea che alla fine, nel terzo passaggio alla Camera, possa saltare tutto è un’ipotesi che ieri ha ricominciato a fare capolino nei palazzi ancora semideserti della politica italiana.































