L’addio di Pina Picierno al Pd riapre il dibattito interno al partito: la riformista dem Lia Quartapelle nel parla con l’Altravoce
Non siamo ancora ai quattro amici al bar di Gino Paoli. Ma nel Pd gli amici sembrano diminuire a ogni stagione. E a perdere pezzi, più di altri, è quel mondo riformista che per anni ha rappresentato una delle colonne portanti del progetto. Quella componente che avrebbe dovuto garantire il pluralismo interno, tenere insieme culture diverse e trasformare il Pd in una grande forza di governo. Oggi invece il rischio è che quella vocazione vada progressivamente disperdendosi.
L’addio di Picierno
Dopo le prese di distanza e gli addii di figure come Pina Picierno e Marianna Madia, il dubbio è inevitabile: il riformismo ha ancora cittadinanza politica nel partito di Elly Schlein oppure sta diventando una presenza sempre più marginale? Ne parliamo con Lia Quartapelle, deputata milanese dem, eletta per la prima volta alla Camera nel 2013 e oggi vicepresidente della Commissione Affari esteri di Montecitorio. Economista di formazione, una lunga esperienza sui temi internazionali e della cooperazione, è stata responsabile Esteri del Pd nella segreteria di Enrico Letta e continua a rappresentare uno dei riferimenti più riconoscibili dell’area riformista, europeista e atlantista del partito.
Una collocazione che le consente di osservare da una posizione privilegiata le tensioni che attraversano oggi il Nazareno. «Mi dispiace umanamente per l’uscita di donne di valore e di esperienza ma sul piano politico non condivido quella scelta. Mi sono iscritta a un partito di centrosinistra con una cultura di governo e continuo a pensare che soltanto un grande partito possa realizzare le riforme di cui il Paese ha bisogno. I piccoli partiti rischiano di restare confinati nella testimonianza. Le riforme si fanno quando si governa».
C’è chi legge certe uscite come il frutto di calcoli individuali più che di divergenze politiche. «È una lettura che qualifica soprattutto chi la utilizza. Io penso che si debba avere il coraggio di affrontare un problema strutturale del Pd. Siamo un partito che troppo spesso è stato vissuto come una scatola dalla quale si entra e si esce con facilità. Le regole congressuali degli ultimi anni hanno creato incentivi sbagliati. Chi esce può rientrare trovando persino corsie preferenziali per assumere incarichi dirigenziali.
Alla fine passa l’idea che convenga lasciare il partito piuttosto che combattere una battaglia politica al suo interno». Ed è qui che affiora una critica più profonda. «Il Pd non può ridursi a un contenitore elettorale. Non è una scatola vuota. Non è un logo utile soltanto quando si avvicinano le elezioni. È una comunità fatta di valori, di iscritti, di militanti che scelgono di stare insieme. Abbiamo investito troppo poco nella democrazia interna, nelle forme della partecipazione, nella costruzione delle proposte. Invece di prenderci cura del partito lo abbiamo spesso considerato soltanto un mezzo».
La diaspora riformista
Si direbbe un attacco rivolto a qualcuno in particolare. «No, è una riflessione che riguarda una storia lunga quasi vent’anni: sono contenta quando qualcuno ritrova il Pd, sia chiaro. Però dobbiamo riconoscere che esiste un rapporto tossico tra il Pd e le scissioni. Da quando esistiamo soffriamo di continue fuoriuscite. Ogni volta ci indeboliamo. Fare regole pensate soltanto per favorire il rientro di qualcuno è un errore».
L’analisi si allarga poi alla diaspora riformista. «Questa emorragia parte almeno dal 2018. E il principale responsabile è Matteo Renzi che ha lasciato il partito dopo averlo guidato da segretario e da presidente del Consiglio. Da allora si è trasmessa l’idea di un riformismo allo sbando. Renzi, Calenda, le continue frammentazioni. Persino Bonaccini, che aveva raccolto un consenso enorme alle primarie, ha scelto, in modo per me incomprensibile, di non rappresentare fino in fondo quel pezzo di elettorato nel dibattito interno. Tutto questo ha alimentato la percezione di una diaspora permanente».
La posizione dei progressisti
Resta però la questione decisiva. È ancora possibile tenere insieme culture politiche differenti? Riformisti, cattolici democratici, progressisti, socialdemocratici, liberali? E si può essere lesionisti al punto di parlare subito di patrimoniale? «Continuo a pensare che il pluralismo sia una ricchezza. Ma bisogna anche imparare dagli errori. Noi le elezioni sul tema delle tasse le abbiamo perse molte volte. Le abbiamo perse già ai tempi di Berlusconi. Siccome abbiamo la responsabilità di battere questa destra nazionalista e immobilista, eviterei di ripetere gli stessi errori». Stare nel Pd rinunciando alle proposte più identitarie della sinistra?
«Io penso che sia giusto spostare il carico fiscale dal lavoro alle rendite. Fa bene alla produttività e alla crescita. Ma prima bisogna vincere le elezioni. Altrimenti restano soltanto le bandierine.
E non è necessario che il Pd faccia proprie tutte le parole d’ordine di Avs. Alcune proposte possono portarle avanti altre forze della coalizione. Noi dobbiamo costruire una proposta credibile per governare. Abbiamo l’obbligo di vincere le elezioni e per vincerle serve una forza capace di tenere insieme culture diverse».
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La crisi delle identità politiche si intreccia però con un altro problema: la legge elettorale. «Siamo vittime di un sistema che consegna ai leader il potere di nominare i parlamentari. È una legge che abbiamo voluto anche noi e che ha prodotto conseguenze negative. Quando ci sono le preferenze, come alle Europee o nelle amministrative, il pluralismo diventa una risorsa. Le persone si confrontano con gli elettori. Quando invece si vota per il Parlamento nazionale e tutto dipende dal leader, avere un partito plurale sembra quasi inutile». Una distorsione che alimenta inevitabilmente tensioni interne.
La leadership
«È l’effetto peggiore di questa legge. Premia i partiti leaderistici e penalizza i partiti plurali. La caratteristica che dovrebbe essere il punto di forza del Pd finisce per trasformarsi in un problema. Dobbiamo ristabilire un rapporto corretto tra eletti ed elettori. Fino a quando non lo faremo continueremo a vivere in una democrazia dominata dai leader. E in una democrazia dei leader i partiti diventano sempre meno utili». Problema che non riguarda soltanto il centrosinistra. «Anche la destra oggi vive tensioni analoghe. Basta guardare alla vicenda Vannacci. Finché non restituiremo centralità agli elettori continueremo a sottoporre la democrazia italiana a spinte personalistiche».
Poi ci sarebbero le primarie. «Il Pd è nato con le primarie e deve difenderle. Le primarie aperte restano uno strumento fondamentale e non possono essere messe in discussione a seconda delle convenienze del momento». E se domani si tornasse a votare per la segreteria? Un elettore riformista, europeista, atlantista e moderato dovrebbe sentirsi pienamente rappresentato dal partito di Elly Schlein? «Io Elly Schlein non l’ho votata e credo che ad ottobre, quando si apriranno le procedure congressuali, debba emergere una proposta alternativa. È naturale che accada. In un partito democratico è giusto che ci sia confronto. Le leadership si costruiscono e si misurano. Vedremo chi si farà avanti».
































