Accolta l’istanza presentata dal difensore dell’ex sindaco di Roma Alemanno per condizioni inumane e degradanti in carcere
L’intensa «esperienza comunitaria» vissuta dall’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, in una cella del carcere di Rebibbia, finirà 39 giorni prima del previsto. Lascerà il penitenziario romano il 24 giugno prossimo, dopo che il tribunale di Sorveglianza di Roma ha accolto un’istanza presentata dal suo difensore, l’avvocato Edoardo Albertario, riducendo la pena che sta scontando per traffico di influenze illecite. L’ex sindaco della Capitale è stato condannato in via definitiva a un anno e dieci mesi e si trova in carcere dal 31 dicembre del 2024.
Il libro-denuncia di Alemanno
I giudici hanno accolto il ricorso relativo ad un articolo dell’ordinamento penitenziario sulla riduzione pena «a causa delle condizioni inumane e degradanti da lui subite». Condizioni denunciate da Alemanno, fin dai suoi primi giorni in cella, nel suo diario diventato ormai noto, in cui ha raccontato con la verità nuda e cruda che solo un’esperienza diretta può offrire, i drammi del carcere. Drammi che sono stati per lui, come ha scritto più volte, una «intensa esperienza comunitaria, ecco perché è stupido sprecarla».
E lui di certo questa esperienza che porta l’uomo a vivere in un mondo ristretto, non l’ha sprecata: con il suo compagno di cella, Fabio Falbo, che si è meritato l’appellativo di “scrivano di Rebibbia” – per la sua voglia di creare con il racconto un ponte tra il mondo dietro le sbarre e quello fuori – hanno condotto una battaglia non per loro stessi ma per tutti i detenuti che ogni giorno combattono in silenzio il sovraffollamento e le condizioni di degrado a cui sono costretti. La voce di Alemanno invece si è sentita forte e chiara da dietro le sbarre di Rebibbia, dove è stato recluso a partire dalla fine del 2024 per un residuo pena.
Il silenzio della politica
Ha denunciato le condizioni detentive, il sovraffollamento e si è fatto portavoce della necessità di una riforma carceraria. Lettere che hanno sollevato un dibattito sulle condizioni delle carceri italiane, ricevendo solidarietà da varie parti politiche e commenti sulla gestione della pena. Parole lanciate come pietre alla politica silente, che voleva fare arrivare al cuore dell’opinione pubblica.
«In cella si soffoca e la politica dorme con l’aria condizionata», scriveva nel suo diario di cella nella calura estiva chiedendo di intervenire sul sovraffollamento con la liberazione anticipata contenuta nella proposta Giachetti. «Il carcere ti mette a nudo: se non ti schianta, ti fa tirare fuori tutte le tue energie più profonde. Per ora non mi ha schiantato», scriveva ancora nelle sue pagine di resistenza civile. E sulla reclusione ha più volte sottolineato che la filosofia l’ha aiutato, citando Marco Aurelio: «La felicità della tua vita dipende dalla qualità dei tuoi pensieri».
La detenzione a Rebibbia
Ieri il tribunale di Sorveglianza di Roma ha abbreviato la sua permanenza a Rebibbia, accogliendo l’istanza ex articolo 35ter dell’ordinamento penitenziario presentata dal difensore di Alemanno e riconoscendo le condizioni inumane e degradanti da lui subite. Riconoscendo, forse, tutta l’essenza della sua lotta per i diritti. «Siamo soddisfatti perché il magistrato ha certificato quanto sostenuto in questi mesi», ha commentato l’avvocato Albertario. «Le condizioni di detenzione patite da lui, e purtroppo da molti altri detenuti, sono state ritenute irrispettose dell’umana dignità». Un’esperienza che si è trasformata in un libro uscito nel 2025, L’esperienza negata: il collasso delle carceri, in cui Alemanno, Falbo e altri detenuti nel braccio G8 di Rebibbia, hanno denunciato tutto questo. Un atto di speranza, per invocare interventi urgenti e per immaginare una profonda riforma ispirata ai principi della nostra Costituzione.
LEGGI ANCHE Alemanno e il tifo penale: perché il carcere non può essere vendetta
Un libro, come ha evidenziato l’ex sindaco di Roma, che è stata la testimonianza innanzitutto di una «lotta civile e sociale che ha tratto forza dall’immediata amicizia tra me e Fabio Falbo, due persone completamente diverse se non per il fatto di essere entrambi originari di regioni del Sud, che hanno saputo legarsi insieme nella sfida al pregiudizio e all’indifferenza che circonda le carceri italiane». Anche per le sue esperienze giovanili, Alemanno ha fatto notare di aver «sempre lottato contro la pena di morte e contro l’abbandono in carcere delle persone detenute. Sono orgoglioso di essere stato uno dei tre parlamentari di destra – ha ricordato – che rifiutarono le indicazioni del nostro partito di votare contro l’indulto del 2006, ma quando sono arrivato a Rebibbia non mi aspettavo di trovare una situazione così degradata e così assurda».
L’emergenza sovraffollamento
Secondo il punto di vista dell’ex primo cittadino finito dietro le sbarre, il «motore primo di questo degrado è il sovraffollamento carcerario, che sta crescendo inesorabilmente nelle carceri italiane. Il sovraffollamento fa diventare tutto più difficile, stravolge i già ristretti margini di vita civile delle persone detenute, ma soprattutto livella verso il basso tutti i percorsi esistenziali di chi sta scontando una pena».
L’ultimo report analitico ‘Rispetto della dignità della persona privata della libertà personale’, aggiornato ad aprile 2026, parla di 17.607 detenuti in più nelle carceri italiane. Nel dettaglio sono 63.938 persone su 46.331 posti regolarmente disponibili. L’indice di sovraffollamento è pari al 138%. Su un totale di 189 istituti censiti, 4 si trovano in condizioni di sovraffollamento critico: con oltre il 200% (Lucca con il 242%, Foggia con il 220%, Brescia Canton Mombello con il 208% e Lodi con il 206%), mentre 61 presentano un tasso di occupazione superiore al 150%; gli Istituti tra 100% e 150% sono 101 e solo 23 strutture operano sotto la capienza regolamentare.



















