24 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

24 Apr, 2026

Decreto sicurezza è legge, 162 sì. Via libera del Quirinale e subito correttivo

L’Aula della Camera ha approvato in via definitiva il provvedimento

Il decreto sicurezza è legge con 162 voti favorevoli. Il Quirinale firma e il governo interviene subito con un decreto correttivo


Il decreto sicurezza è legge. Dopo la fiducia e una maratona parlamentare durata due giorni, l’Aula della Camera ha approvato in via definitiva il provvedimento con 162 voti favorevoli, 102 contrari e un astenuto. Un via libera arrivato al termine di una seduta ad alta tensione, alla vigilia del 25 aprile, tra proteste delle opposizioni, canti, cartelli e accuse incrociate. Ma la giornata politica del governo non si è chiusa con il voto di Montecitorio. Pochi minuti dopo l’approvazione, infatti, il Consiglio dei ministri si è riunito per varare un nuovo decreto correttivo destinato a modificare una delle norme più contestate del testo: il contributo da 615 euro per chi assiste i migranti nelle procedure di rimpatrio volontario assistito.

La norma contestata

È il punto più delicato dell’intera vicenda. La norma, inserita nel decreto sicurezza durante l’iter parlamentare, prevedeva un compenso per gli avvocati impegnati ad assistere gli stranieri nella richiesta di adesione ai programmi di rimpatrio volontario. Un meccanismo finito al centro delle perplessità del Quirinale e delle critiche delle opposizioni, che lo hanno definito un “premio” legato alla partenza del migrante. Da qui la scelta del governo di intervenire subito, con un provvedimento approvato in Consiglio dei ministri e destinato a entrare in vigore lo stesso giorno della legge di conversione.

Il correttivo cambia tre aspetti centrali. In primo luogo, viene eliminato il riferimento all’assistenza fornita esclusivamente da un avvocato: il compenso non sarà più limitato ai legali, ma potrà riguardare un “rappresentante munito di mandato” che abbia assistito lo straniero nella presentazione della richiesta e nel relativo procedimento amministrativo. In secondo luogo, salta il collegamento diretto con l’avvenuto rimpatrio: la corresponsione del compenso sarà subordinata alla conclusione del procedimento amministrativo e non più all’esito della partenza del migrante. Infine, vengono soppresse le parti del testo che attribuivano un ruolo al Consiglio nazionale forense nella collaborazione con il ministero dell’Interno e nella ripartizione del compenso.

Il Quirinale scioglie il nodo

Sarà ora il Viminale, con un decreto del ministro dell’Interno, a definire i criteri per individuare i soggetti che potranno svolgere l’attività di assistenza al rimpatrio e per stabilire le modalità di corresponsione del contributo. La correzione, tuttavia, non cancella i costi della misura. Secondo le bozze circolate, gli oneri complessivi superano 1,4 milioni di euro nel triennio: 281.055 euro per il 2026 e 561.495 euro per ciascuno degli anni 2027 e 2028. Rispetto alla versione contenuta nel decreto sicurezza, lo stanziamento aumenta di circa 170mila euro, proprio per effetto dell’allargamento della platea dei soggetti potenzialmente coinvolti.

Il Quirinale, nel pomeriggio, ha sciolto il nodo istituzionale: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha promulgato la legge di conversione del decreto sicurezza e ha successivamente emanato il decreto correttivo. I due provvedimenti entreranno in vigore lo stesso giorno. È una soluzione che consente al governo di incassare il risultato politico del decreto, ma al tempo stesso fotografa l’anomalia di un testo modificato immediatamente dopo il voto definitivo.
Per la maggioranza, però, il dato politico resta quello dell’approvazione.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni rivendica il provvedimento come «un altro passo concreto per rafforzare la tutela dei cittadini, difendere chi indossa una divisa e affermare con chiarezza un principio semplice: in Italia la legalità non è negoziabile». La premier parla di «più strumenti per contrastare violenza, degrado, occupazioni abusive, criminalità diffusa e immigrazione illegale» e di «più tutele per le Forze dell’ordine, per i cittadini onesti, per chi ogni giorno chiede solo di vivere in sicurezza». La linea, conclude, è andare avanti «con serietà, determinazione e con la volontà di dare risposte concrete agli italiani».

Il dibattito politico

Sulla stessa linea Fratelli d’Italia. Il capogruppo al Senato Lucio Malan definisce il decreto «uno strumento concreto e puntuale a tutela dei cittadini», citando il contrasto al crimine giovanile, le misure contro la violenza nelle manifestazioni, le zone rosse a vigilanza rafforzata, la gestione dei flussi migratori e le procedure di allontanamento dal territorio nazionale. Per Malan, l’opposizione avrebbe un atteggiamento contraddittorio: «per un verso diffonde la menzogna di un aumento dei reati che invece sono diminuiti negli ultimi anni» e per un altro «si oppone a qualsiasi norma per contrastare il crimine».
Sul fronte opposto, il giudizio è durissimo.

Il Pd attacca sia il merito del decreto sia il metodo seguito dal governo. La capogruppo alla Camera Chiara Braga parla di un Parlamento «ridotto a mero luogo di ratifica di decisioni assunte prima e altrove» e denuncia la presenza nel provvedimento di «una norma ritenuta palesemente incostituzionale, che lo stesso governo si appresta a correggere con un nuovo decreto».

Per Braga si tratta di «una forzatura grave», di un «precedente senza eguali» e di un «vulnus per l’equilibrio tra i poteri dello Stato». La sicurezza, sostiene il Pd, non si costruisce con «propaganda e repressione», ma con prevenzione, investimenti sociali e rafforzamento reale delle forze dell’ordine.

Debora Serracchiani, responsabile giustizia del partito, va oltre e contesta anche il contenuto del correttivo: «Dovevano semplicemente abrogare la norma manifestamente incostituzionale. Ed invece, per accontentare gli uni e non scontentare del tutto gli altri, partoriscono una norma che renderà inattuabile il decreto». Nel mirino resta anche la previsione che, secondo la deputata dem, impedisce al migrante di ricorrere al patrocinio a spese dello Stato se impugna l’espulsione. Per Serracchiani è «uso improprio delle istituzioni per meri fini di propaganda».

Le critiche da sinistra

Ancora più netto il giudizio di Alleanza Verdi e Sinistra. Nicola Fratoianni parla di «una destra allo sbando» che avrebbe festeggiato l’approvazione di un decreto «esplicitamente e chiaramente incostituzionale e liberticida». Angelo Bonelli lo definisce invece un «decreto pasticcio», paragonando la sequenza di provvedimenti e correzioni alla «Fiera dell’Est»: «fai il decreto, che poi cambi con un altro decreto, che poi cambi con un altro decreto». Anche Italia Viva, con Davide Faraone, insiste sul pasticcio istituzionale: «Per la prima volta nella storia della Repubblica il governo Meloni è riuscito a fare un decreto in correzione di un decreto appena approvato». Per Faraone, il testo resta «una serie di norme spot» e «un provvedimento inutile».

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